La Camera dei deputati
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I numeri non mentono, ma vanno letti oltre la superficie delle percentuali. La stima preliminare del Prodotto Interno Lordo (Pil) per il primo trimestre del 2026, rilasciata oggi dall’Istat, consegna un’istantanea di un’Italia che non si ferma, ma che procede a passo ridotto. La crescita congiunturale dello 0,2% e quella tendenziale dello 0,7% riflettono un’economia resiliente ma strutturalmente affaticata da un contesto globale e domestico complesso.

La geometria della crescita: chi sale e chi scende

Il dato complessivo è la sintesi di dinamiche opposte. Se l'economia italiana respira, lo deve esclusivamente al comparto dei servizi, che continua a fare da traino. Al contrario, i settori produttivi primari e secondari – agricoltura e industria – mostrano segni di sofferenza, registrando una diminuzione del valore aggiunto. Questo squilibrio non è un dettaglio: un Paese che perde trazione industriale rischia di indebolire la propria base strutturale nel lungo periodo.

Dal lato della domanda, emerge un paradosso tipico delle fasi di incertezza: la crescita è sostenuta dalla componente estera netta (l'export tiene, nonostante le tensioni commerciali internazionali), mentre la domanda interna fornisce un apporto negativo. Gli italiani, dunque, consumano meno, frenati probabilmente da una fiducia ancora fragile e da un’inflazione che, seppur monitorata, morde ancora il potere d’acquisto.

La sfida dell'anno: l'obiettivo 1% è lontano

Con questo risultato, la crescita "acquisita" per il 2026 si attesta allo 0,5%. Si tratta del valore che si otterrebbe se nei restanti tre trimestri la variazione fosse nulla. Per raggiungere gli obiettivi programmatici del Governo, fissati intorno all’1%, servirebbe un’accelerazione decisa nei prossimi mesi, uno scenario che al momento appare ottimistico data la contrazione industriale rilevata.

Il primo trimestre ha scontato anche una giornata lavorativa in meno rispetto al precedente, un fattore tecnico che l’Istat corregge nelle sue stime, ma che sottolinea quanto la produttività sia legata alla continuità operativa del sistema-paese.

In qualità di Rappresentante di Interessi presso la Camera dei Deputati, il mio ruolo non è compiacere i decisori, ma indicare dove la leva legislativa deve agire per invertire la rotta industriale. La crescita dello 0,2% è un "galleggiamento" pericoloso. Ecco la roadmap logica e senza filtri per migliorare i numeri del PIL.

1. Shock alla domanda interna tramite defiscalizzazione selettiva

Il contributo negativo dei consumi interni è il vero segnale d'allarme. Proponiamo un intervento d'urgenza sulla detassazione dei premi di produttività e l'estensione dei fringe benefit per i lavoratori dipendenti. Non è "assistenzialismo", ma un'iniezione di liquidità mirata che torna nel circolo economico sotto forma di consumi immediati.

2. Credito d'imposta per la transizione 5.0 e l'Industria

Dato il calo del valore aggiunto industriale, è necessario spingere verso la conversione tecnologica. Il lobbying parlamentare deve concentrarsi sulla stabilizzazione degli incentivi per l'automazione e l'IA applicata alla manifattura. L'industria italiana soffre di costi energetici e burocratici: serve una "corsia preferenziale" amministrativa per gli investimenti produttivi superiori ai 5 milioni di euro.

3. Potenziamento dell'Export e contrasto ai dazi

Se la componente estera è l'unica a dare ossigeno, dobbiamo proteggerla. La nostra azione alla Camera punta a rafforzare i fondi per l'internazionalizzazione delle PMI (SACE/SIMEST) e a promuovere accordi bilaterali che bypassino le crescenti barriere doganali globali. L'Italia deve vendere qualità dove il volume non basta più.

4. Revisione dei tempi della Giustizia Civile

Esiste un legame logico ferreo tra PIL e tempi della giustizia. L'incertezza del diritto costa all'Italia punti percentuali di investimenti diretti esteri (IDE). Proponiamo l'introduzione di procedure arbitrali accelerate per le controversie commerciali tra imprese, liberando capitali oggi bloccati in contenziosi decennali.

Rischi e Criticità:

Il rischio principale di questa strategia è l'incremento del debito pubblico nel breve termine. Tuttavia, la logica suggerisce che un debito finalizzato a infrastrutture e produttività (debito "buono") è l'unico modo per aumentare il denominatore (il PIL) e rendere sostenibile il rapporto debito/PIL. Restare fermi allo 0,2% significa condannarsi all'irrilevanza.