Bronzi di Sibari, nuove ipotesi sulle origini
Uno studio multidisciplinare collega le statue alle terre del delta del Crati e rilancia l’importanza archeologica della Sibaritide
Un recente studio pubblicato sull’Italian Journal of Geosciences, rivista della Società Geologica Italiana, ha acceso nuova luce sui celebri Bronzi di Riace di Sibari. La ricerca ha coinvolto 15 esperti tra geologi, archeologi, storici e biologi marini appartenenti a sei università italiane – Catania, Ferrara, Bari, Cagliari, Pavia e Reggio Calabria – che hanno analizzato materiali, tecniche e terre di fusione delle due statue. L’indagine, rigorosa e dettagliata, propone nuove ipotesi sulle origini e sul luogo di lavorazione dei manufatti.
Terre di fusione e legami con l’antica Sybaris
Secondo i dati emersi, le terre utilizzate per realizzare le statue, in particolare la cosiddetta statua “B” o “Il Vecchio”, presentano caratteristiche chimico-mineralogiche compatibili con i depositi granitici del delta del fiume Crati, nel cuore dell’antica Sybaris. Questa zona, importante centro della Magna Grecia, ospitava alla metà del V secolo a.C. la colonia panellenica di Thuri. Gli studiosi ipotizzano quindi che i Bronzi possano essere stati realizzati – o almeno assemblati a sezioni – in officine locali della Sibaritide, sfruttando materie prime del territorio.
Sibari tra passato e futuro archeologico
Pur con ulteriori indagini ancora in corso, lo studio offre nuovi spunti sulla storia dei Bronzi e rilancia l’importanza archeologica della Sibaritide. Sibari si conferma non solo come luogo di eccezionale valore storico e culturale, ma anche come area di continui ritrovamenti e scoperte, dove la ricerca scientifica continua a svelare connessioni tra passato e presente. Un territorio dove la storia antica non resta solo memoria, ma diventa strumento per comprendere e valorizzare il futuro culturale della regione.