DOMENICALE | Il tempo che prende fiato: elogio dell’attesa
In agronomia, la fretta è un errore biochimico
Un’immagine per iniziare: un campo lasciato a maggese non è terra abbandonata, ma terra che sta riprendendo fiato per tornare a generare. Allo stesso modo, l’attesa non è un vuoto nel calendario, ma il respiro necessario della nostra esistenza.
L’architettura del non-ancora. La bellezza del tempo che prende fiato.
«La lentezza è il tempo necessario per vedere, per ascoltare, per sentire l'altro», scriveva Franco Cassano. In questa sintesi risiede la negazione dell'attesa come tempo morto: aspettare non è un intervallo subìto, ma una fase attiva di preparazione. Se la velocità riduce l'esperienza a mero consumo, la lentezza dell'attesa è lo strumento che restituisce valore ai fatti, agli oggetti e alle persone.
La soglia dell'incontro
In antropologia, l'attesa è la struttura che sostiene l'incontro. Non esiste legame profondo che non sia preceduto da una soglia, un tempo di preparazione in cui ci si dispone emotivamente a ricevere l'altro. Che si tratti di un volto noto che torniamo ad abbracciare o di una novità che sta per entrare nella nostra vita, la lentezza con cui il momento si approssima è ciò che gli conferisce valore. L'attesa è la tensione che trasforma una collisione tra corpi in un riconoscimento: è il tempo in cui l'abbraccio viene immaginato, rendendolo, nel momento in cui avviene, un atto consapevole.
Geografie della pazienza
Guardando oltre i confini del nostro efficientismo occidentale, scopriamo che l'attesa è spesso vissuta come una forma di rispetto. In Giappone, il concetto di Ma indica l'intervallo, il vuoto tra due elementi che dà senso all'insieme: senza quello spazio di sospensione, non ci sarebbe armonia. In molte culture africane, il tempo è un evento che si genera nell'incontro; non si è "in ritardo", si sta semplicemente abitando il tempo necessario affinché l'evento maturi. Per queste culture, la fretta è un segno di povertà spirituale, un’incapacità di stare nella realtà senza volerla dominare.
Il tempo tecnico della maturazione
In agronomia, la fretta è un errore biochimico. Il terreno ha bisogno della latenza del riposo per recuperare nutrienti, così come in cucina la maturazione delle materie prime non può essere accelerata senza degradarne la struttura organolettica. La lentezza è qui il sinonimo più preciso di integrità: è il tempo utile affinché una trasformazione si compia. Lo stesso principio governa la formazione dell'identità. Per trovare noi stessi in un mondo saturato da stimoli istantanei, occorre accettare il tempo della sedimentazione. Senza l'attesa, le esperienze restano frammenti isolati che non diventano mai storia personale.
Il deserto nella città
Nella domenica traiamo l’insegnamento per i giorni a seguire. Possiamo imparare a ritagliare i tempi di un’attesa abitata nella metro, in sala d’aspetto o in fila alle poste: momenti che solitamente tentiamo di cancellare attraverso l’uso riempitivo dello smartphone. Estrarre il dispositivo dalla tasca è un riflesso incondizionato per non sentire il peso del vuoto, ma è proprio in quel vuoto che potremmo riscoprire ciò che fratel Carlo Carretto definiva il «deserto nella città». Non serve rifugiarsi nel Sahara per trovare il silenzio; basta trasformare un minuto di sosta urbana in un’occasione di ascolto interiore.
Esercizio di presenza
Recuperare il valore dell'attesa significa smettere di percepire la lentezza come un malfunzionamento del sistema. La domenica è il laboratorio di questa nuova postura: un tempo in cui "aspettare" smette di essere sinonimo di "perdere tempo" per diventare il modo più autentico di abitarlo. Aspettare qualcuno, o attendere la propria stessa maturazione di fronte a un cambiamento, è un esercizio di ascesi laica che ci restituisce a noi stessi. È nel vuoto apparente dell'attesa, liberato dalla protesi digitale, che si costruisce la nostra capacità di accogliere veramente la vita quando, finalmente, accade.