Lo stalking contro le donne non è quasi mai improvviso né immediatamente riconoscibile. È una forma di violenza subdola e progressiva, che si insinua nella quotidianità camuffandosi da interesse, gentilezza, collaborazione o normalità. Proprio questa ambiguità lo rende particolarmente pericoloso, perché confonde la vittima, la induce a dubitare di sé e finisce per normalizzare l’abuso.

Dal rifiuto alla persecuzione

Molti casi iniziano da rapporti apparentemente innocui, altri dalla fine di una relazione sentimentale non accettata. Sempre più spesso, però, lo stalking nasce in ambito lavorativo, soprattutto in contesti informali o precari, dove al lavoro viene implicitamente associata una disponibilità personale o sessuale. Il punto di rottura è il rifiuto, vissuto dallo stalker non come scelta legittima ma come affronto personale. Da lì prende avvio una logica di controllo, osservazione e pressione crescente.

La presenza che diventa assedio

Messaggi continui, chiamate, contatti sui social, apparizioni improvvise. I canali digitali rendono la persecuzione costante e pervasiva. Il confine tra insistenza e violenza viene cancellato deliberatamente, mentre la vittima viene colpevolizzata e accusata di freddezza o ingratitudine. Ogni tentativo di difesa alimenta l’aggressività del persecutore.

Quando la vita cambia

Con lo stalking cambiano le abitudini, si vive in allerta permanente, si modifica il modo di muoversi e di relazionarsi. La fase più pericolosa è quella del controllo diretto, del pedinamento, della ricerca ossessiva del contatto. È qui che il rischio diventa massimo.

Agire subito senza minimizzare

La prima difesa è la consapevolezza. Documentare ogni episodio, conservare messaggi e prove, condividere tutto con persone fidate e non affrontare mai la situazione da sole. Il silenzio protegge l’abuso, la documentazione protegge la vittima.

Una responsabilità di tutti

Il 2026 deve essere l’anno della consapevolezza femminile, ma anche di una responsabilità collettiva. Lo stalking non è un problema privato né un equivoco relazionale. È violenza. E come tale va riconosciuta, denunciata e fermata. Nessuna donna dovrebbe mai essere costretta a cambiare vita per colpa di chi non accetta un no.