Il Pronto soccorso di Cosenza
Il Pronto soccorso di Cosenza

Può un’influenza mandare in tilt un sistema sanitario regionale? In Calabria la risposta, purtroppo, è sì. E questo dato, da solo, dovrebbe far riflettere più di qualsiasi statistica. I reparti di emergenza di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria sono sotto pressione, i pronto soccorso affollati, le terapie intensive di nuovo coinvolte. Ma non siamo di fronte a una pandemia sconosciuta. Siamo davanti a un’influenza stagionale, seppur aggressiva, che ogni anno torna con nomi diversi ma con dinamiche prevedibili.

Il problema, quindi, non è il virus. È il sistema che cede.

La fragilità strutturale che viene sempre nascosta

A/H1N1 e H3 non stanno “ribaltando” la sanità calabrese. Stanno semplicemente mostrando ciò che già esisteva: una struttura fragile, sguarnita, incapace di reggere anche un aumento prevedibile della domanda. Un sistema che funziona solo in condizioni ideali e che va in crisi appena si alza il livello di pressione.

Se basta un picco influenzale per saturare i pronto soccorso, significa che non esiste alcuna rete di protezione. Significa che la sanità calabrese non è organizzata per prevenire, ma solo per inseguire l’emergenza.

Il grande buco nero: il territorio che non c’è più

La domanda vera è una sola: dove sono finiti i filtri territoriali? Cosa non ha funzionato nella rete dei medici di famiglia e delle guardie mediche, sempre più rare, sempre più isolate, sempre più sovraccariche? Perché migliaia di cittadini con febbre, tosse e difficoltà respiratorie finiscono direttamente in ospedale?

La risposta è scomoda ma evidente: perché non hanno alternative. Perché il territorio non intercetta, non cura, non filtra. Perché il medico di base è spesso irraggiungibile, le guardie mediche sono poche, le case di comunità restano sulla carta, e l’ospedale diventa l’unica porta aperta. Così anche l’influenza diventa emergenza.

Ospedali trasformati in ambulatori improvvisati

Il pronto soccorso non dovrebbe essere il luogo dove si gestisce una sindrome influenzale, ma è esattamente ciò che accade. Medici e infermieri sono costretti a fare da argine a un sistema che non funziona a monte. Risultato: tempi lunghi, stress del personale, rischio clinico più alto per chi ha davvero bisogno di cure urgenti. Questo non è solo inefficienza. È un problema di sicurezza sanitaria.

Grandi opere, piccoli fondamentali dimenticati

Si parla di nuovi ospedali, di grandi progetti, di investimenti futuri. Tutto necessario, per carità. Ma c’è una verità che nessuno può più permettersi di ignorare: se non sistemi l’esistente, anche la struttura più moderna diventa inutile.

Un nuovo ospedale non risolve il collasso se intorno non c’è una rete territoriale funzionante. Senza medici di famiglia supportati, senza guardie mediche presenti, senza ambulatori dedicati, senza prevenzione, ogni inverno sarà una replica dello stesso film.

La sanità non può vivere solo di emergenze

La Calabria continua a gestire la sanità come una sequenza di crisi. Influenza, caldo estremo, carenza di personale, posti letto insufficienti. Tutto viene affrontato come evento straordinario, quando in realtà è ordinaria amministrazione.

Un sistema sanitario serio si prepara ai picchi stagionali. Li prevede. Li organizza. Qui, invece, si aspetta che accadano e poi si rincorre.

La domanda finale che non può più essere evitata

Se un’influenza riesce a mettere in difficoltà l’intero sistema, cosa succede davanti a qualcosa di più grave? Questa è la domanda che dovrebbe togliere il sonno a chi governa la sanità regionale.

Perché finché non si ricostruisce il territorio, finché non si rafforza la medicina di base, finché non si smette di pensare che l’ospedale sia la soluzione a tutto, ogni inverno sarà un’emergenza annunciata.

E non sarà colpa dei virus. Sarà colpa di un sistema lasciato fragile troppo a lungo.