Rapporto Cnel

Il declino di un sistema economico non si manifesta quasi mai con un crollo improvviso, ma con un’emorragia lenta, silenziosa e costante. È esattamente ciò che emerge dal Rapporto Cnel 2025, un documento che smette i panni della fredda statistica per diventare il referto medico di un Paese che sta letteralmente esportando il proprio futuro. Se guardiamo l’Italia con la lente della strategia finanziaria, ci accorgiamo che stiamo operando in una condizione di perdita patrimoniale strutturale: formiamo capitale umano ad altissimo costo per poi cederlo a costo zero ai nostri competitor internazionali. Tra il 2011 e il 2024, oltre 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia. Al netto di chi è rientrato, restiamo con un buco nero di 441.000 persone. Per dare un senso a questo numero, immagina di veder scomparire in poco più di un decennio l’intera popolazione di una città come Firenze o Bologna.

La fuga dei laureati e la deindustrializzazione dell’intelligenza

Ma il dato più allarmante non è solo quantitativo, è qualitativo. Nell’ultimo triennio, la percentuale di laureati tra chi emigra è salita al 42,1%. Non stiamo parlando di una mobilità fisiologica, ma di una fuga di cervelli che ha assunto le proporzioni di una deindustrializzazione dell’intelligenza. Il Cnel introduce l’Indice di Simmetria dei Flussi Migratori, un parametro che misura l’attrattività reale: per ogni giovane straniero proveniente da un’economia avanzata che sceglie di stabilirsi in Italia, nove giovani italiani fanno le valigie per andarsene. Se guardiamo alla Svizzera, il rapporto diventa di uno a quarantaquattro. È una partita che stiamo perdendo non per mancanza di talento, ma per l'incapacità di valorizzarlo.

Il costo economico della fuga e l’impatto sui territori

Dal punto di vista finanziario, questo fenomeno equivale a bruciare 159,5 miliardi di euro, circa il 7,5% del PIL nazionale. È l’ammontare dell’investimento che lo Stato e le famiglie hanno sostenuto per istruire e far crescere questi giovani, solo per vederne i frutti maturare altrove. In alcune regioni, come la Calabria o l’Alto Adige, questo "furto di futuro" supera il 16% del prodotto interno lordo locale. È un paradosso logico: investiamo miliardi in istruzione e poi non offriamo un mercato del lavoro capace di assorbire quell’investimento, agendo come un'azienda che finanzia la ricerca e sviluppo per poi regalare i brevetti alla concorrenza.

Salari stagnanti, gerontocrazia e fallimento del modello sociale

Le cause non sono un mistero, ma una serie di inefficienze sistemiche: salari stagnanti da trent’anni, un sistema di welfare che premia la rendita rispetto al lavoro e una gerontocrazia che blocca l’ascesa dei profili più brillanti. La fuga non è solo maschile: la componente femminile rappresenta ormai quasi la metà delle partenze, segno che le donne più istruite fuggono da un sistema che non garantisce né meritocrazia né equilibrio tra vita e carriera.

Rischio sistemico e sostenibilità futura del Paese

Se proiettiamo questi dati sui prossimi dieci anni, il rischio è evidente. La contrazione della base demografica giovane mette a rischio la sostenibilità del debito pubblico, deprime il mercato immobiliare e svuota i fondi pensione. Senza una massa critica di lavoratori ad alta produttività, il sistema Paese diventa un asset illiquido e destinato al deprezzamento.

Il bivio strategico e la competitività come unica risposta

L’Italia si trova davanti a un bivio strategico: continuare a ignorare la perdita di capitale umano sperando in una crescita miracolosa, o riformare profondamente l’attrattività del proprio sistema, abbattendo la pressione fiscale sul lavoro qualificato e modernizzando una pubblica amministrazione che oggi appare come un dinosauro burocratico agli occhi di un venticinquenne globalizzato. La verità, per quanto sgradevole, è che l’attrattività non è una concessione, ma un prodotto della competitività. E finché il "sistema Italia" continuerà a offrire rendimenti inferiori rispetto ai partner europei, il deflusso di talenti resterà la variabile più pericolosa del nostro bilancio nazionale. Oggi bisogna saper leggere questi numeri non come cronaca, ma come il principale rischio sistemico del portafoglio Italia.

La proposta di riforma come scelta finanziaria

La soluzione per il legislatore, depurata da ogni retorica e focalizzata sull'efficacia finanziaria:

- Detassazione del Talento: No-Tax Zone (IRPEF zero) per i primi 5 anni per giovani laureati STEM/Finance under 35. L'obiettivo è il pareggio tra netto in busta paga italiano e quello estero.

- Shock Salariale via Decontribuzione: Azzeramento dei contributi previdenziali per le aziende che assumono giovani con RAL superiore a 35.000€. Lo Stato finanzia la previdenza, l'azienda alza lo stipendio netto.

- Credito d'Imposta Iper-Valutato: Incentivo fiscale al 150% per le imprese che investono in posizioni ad alto valore aggiunto (R&S e Innovazione) occupate da under 35.

- Finanziamento della Manovra: Spostamento delle risorse dai sussidi assistenziali a pioggia (Bonus) e dai prepensionamenti verso il capitale umano produttivo.