Magistratura e correnti: perchè il legislatore vuole "pulire" i tribunali ma tiene il Parlamento in "ostaggio" delle segreterie?
Tra riforme istituzionali e contraddizioni politiche, il dibattito sulle correnti della magistratura mette in luce le fragilità del sistema elettorale e il rapporto sempre più distante tra rappresentanti e cittadini
La recente modifica del Regolamento della Camera, volta a sanzionare i cambi di gruppo parlamentare, non è un’operazione di moralizzazione, ma un estremo tentativo di difesa di un sistema elettorale che ha perso il suo centro di gravità: il cittadino.
Analizzare questo intervento senza considerare la mancata riforma della legge elettorale significa guardare il dito mentre indica la luna. Se, come giustamente rilevato, la stabilità è un valore, essa non può essere scambiata con l’immobilismo di una classe dirigente selezionata non dal merito o dal consenso territoriale, ma dalla fedeltà alle segreterie politiche.
Il paradosso tra riforma della magistratura e correntismo politico
Il paradosso di questa stagione politica emerge con brutale chiarezza se osserviamo il dibattito sui referendum per la riforma della magistratura. Da una parte, il legislatore e una parte consistente del Paese invocano con forza la fine dello strapotere delle "correnti" all'interno del CSM, ritenute responsabili di una lottizzazione che inquina l'imparzialità dei giudici. Dall'altra, lo stesso legislatore si rifiuta ostinatamente di riformare una legge elettorale che è l'apoteosi del correntismo politico. Le liste bloccate e i meccanismi di cooptazione attuali sono, di fatto, lo strumento con cui le correnti interne alle segreterie decidono chi deve sedere in Parlamento, bypassando il giudizio degli elettori.
È una contraddizione logica insanabile: si vuole giustamente sottrarre la magistratura alle logiche spartitorie, ma si blinda il Parlamento dentro quelle medesime logiche, trasformando il deputato in un terminale delle dinamiche di fazione anziché in un rappresentante della Nazione.
Parlamento blindato e crisi del vincolo di rappresentanza
Sanzionare chi abbandona il gruppo di appartenenza senza aver prima restituito all'elettore il potere di scelta nominativa trasforma il Parlamento in una struttura aziendale dove il dissenso non è dialettica, ma inadempimento contrattuale. Questa "blindatura" dei gruppi, in assenza di una riforma elettorale organica, cristallizza un'anomalia democratica: il parlamentare risponde alla corrente che lo ha "nominato", non al territorio che dovrebbe rappresentare.
Se il divieto di vincolo di mandato è il pilastro della nostra Costituzione, l'attuale sistema lo svuota di senso, rendendo la fedeltà alla segreteria l'unico vero requisito per la sopravvivenza politica.
I rischi istituzionali di una stabilità apparente
Dal punto di vista della strategia istituzionale, questa asimmetria produce un rischio sistemico di degradazione della qualità legislativa. Quando l'autonomia del singolo è compressa da sanzioni economiche e parallelamente manca un meccanismo di responsabilità diretta verso l'elettore, si assiste alla fossilizzazione del dibattito. La stabilità ottenuta per coercizione è una stabilità apparente, priva di quella legittimazione profonda che solo un legame elettorale solido può garantire.
Un sistema rigido ma privo di basi solide è più propenso a crolli improvvisi rispetto a un sistema flessibile e legittimato.
La riforma elettorale come nodo irrisolto della democrazia italiana
Non si tratta di difendere il trasformismo opportunistico, ma di comprendere che esso è spesso la valvola di sfogo di un sistema elettorale bloccato. Se non si riforma la legge elettorale per riallineare il rapporto tra eletto ed elettore, eliminando l'ipocrisia di chi combatte le correnti altrui mentre protegge le proprie, ogni modifica ai regolamenti d'aula sarà percepita come un arroccamento della "casta" contro la sovranità popolare.
Il rischio è l'accentuarsi di quella frattura tra Paese reale e istituzioni che è la vera causa dell'instabilità italiana. Continuare a ignorare la riforma elettorale puntando solo su palliativi regolamentari non è una strategia lungimirante, ma un azzardo che mina la credibilità del sistema-Paese agli occhi degli osservatori internazionali e dei mercati, che cercano solidità democratica, non semplici recinti parlamentari governati dalle segreterie.