Da Di Bernardo a Seminario: il “potere calabrese” che scuote le fondamenta del Grande Oriente d’Italia
Tra continuità e cambiamento, la leadership di Antonio Seminario apre una nuova fase per la massoneria italiana, sospesa tra eredità storiche, equilibri territoriali e necessità di ridefinire identità e credibilità pubblica
La massoneria italiana attraversa oggi una fase di transizione profonda, segnata dal passaggio di testimone al vertice del Grande Oriente d’Italia tra l’era di Stefano Bisi e quella di Antonio Seminario. Quest’ultimo, calabrese di Crosia, consulente d’impresa con una lunga militanza nelle colonne di Palazzo Giustiniani, rappresenta non solo la continuità amministrativa ma anche una sfida identitaria per la più grande obbedienza nazionale. Analizzare la sua figura richiede un esercizio di realismo strategico: Seminario eredita un’istituzione solida nei numeri ma sotto costante pressione mediatica e giudiziaria, in un clima dove la trasparenza richiesta dalla società civile collide spesso con la riservatezza iniziatica. Il suo insediamento non è stato privo di turbolenze, caratterizzato da ricorsi interni e una spaccatura elettorale che riflette un’istituzione che fatica a trovare una sintesi unitaria tra le diverse anime regionali.
Il confronto storico con Giuliano Di Bernardo
Il parallelo con Giuliano Di Bernardo, l’altro calabrese (di adozione e formazione, pur essendo nato a Penne) che guidò il GOI tra il 1990 e il 1993, è inevitabile ma anche profondamente asimmetrico sotto il profilo della visione strategica e dell'esito storico. Di Bernardo fu il Gran Maestro della rottura radicale. La sua leadership coincise con gli anni del terremoto di Mani Pulite e delle indagini del procuratore Cordova sulle infiltrazioni malavitose nelle logge, specialmente in Calabria. Di Bernardo scelse la via della scissione, abbandonando il GOI per fondare la Gran Loggia Regolare d'Italia, giustificando il gesto con l’impossibilità di riformare dall’interno un corpo che riteneva ormai compromesso.
Due modelli opposti di leadership massonica
Se Di Bernardo fu il "professore" che cercò la legittimazione internazionale attraverso l'ortodossia inglese a costo di distruggere l'unità interna, Seminario si pone come l'uomo della resistenza e della coesione. La sfida di Seminario è diametralmente opposta: non deve fuggire dal Palazzo, ma deve blindarlo e rilanciarlo in un’epoca di iper-esposizione.
Il nuovo equilibrio di potere e il peso della Calabria
Il rischio strategico per Seminario è l'isolamento. Mentre Di Bernardo cercava la sponda della Gran Loggia Unita d’Inghilterra per isolare il GOI "impuro", Seminario deve gestire un fronte interno dove la Calabria massonica è passata da terra di missione a baricentro di potere elettorale. Questo sposta l'asse degli equilibri e presta il fianco a critiche sulla "meridionalizzazione" dell'ordine, un argomento sensibile che richiede una gestione politica estremamente accorta per evitare nuove scissioni silenziose.
Identità territoriale e percezione pubblica
Dal punto di vista logico, la gestione Seminario deve dimostrare che l'appartenenza territoriale non è un limite ma un valore aggiunto in termini di capacità di mediazione. Tuttavia, il pericolo reale risiede nella percezione esterna: la massoneria calabrese è da decenni sotto la lente d'ingrandimento per le zone d'ombra dei "santuari" dove simboli esoterici e potere profano si intrecciano. Seminario ha il compito ingrato di alzare un muro invalicabile tra la legittima fratellanza e le degenerazioni clientelari.
La necessità di una riforma etica interna
Se Di Bernardo ha fallito nel tentativo di purificazione attraverso la fuga, Seminario rischia il fallimento se non attuerà una riforma etica interna che sia percepibile anche all'esterno. Non basta più la difesa d'ufficio della storia gloriosa del Risorgimento; serve una dimostrazione di modernità che passi per una selezione della classe dirigente massonica basata sul merito e sulla trasparenza finanziaria.
Pragmatismo e visione strategica a confronto
Di Bernardo era un intellettuale del dubbio, Seminario appare come un pragmatico del fare. Ma nel mercato delle influenze odierno, il pragmatismo senza una direzione intellettuale chiara può trasformarsi in mera gestione di interessi. La differenza sostanziale tra i due leader risiede dunque nel rapporto con l'istituzione: per Di Bernardo il GOI era un mezzo per un fine superiore (la dignità massonica internazionale), per Seminario il GOI è il fine stesso da proteggere e preservare.
La sfida della riconoscibilità internazionale
La strategia di Seminario dovrà quindi guardare oltre la gestione del consenso interno, affrontando la questione della "riconoscibilità" mondiale che ancora oggi resta un nervo scoperto dopo lo strappo di trent’anni fa. In conclusione, se Di Bernardo è stato il protagonista di una tragedia greca fatta di rotture e anatemi, Seminario è chiamato a essere il regista di una complessa opera di stabilizzazione, sapendo che ogni mossa falsa potrebbe rinfocolare quel pregiudizio anti-massonico che in Italia non è mai realmente scomparso, specialmente quando le radici del potere si concentrano in territori complessi come quello calabrese. La sua guida sarà giudicata dalla capacità di trasformare il Grande Oriente da bersaglio mediatico a interlocutore culturale autorevole, evitando di chiudersi in un fortino che, storicamente, ha sempre preceduto le più grandi crisi dell'istituzione.