La storia dell’ex stabilimento Legnochimica, a Rende, continua a intrecciarsi con le vicende personali di molte famiglie del territorio. A distanza di anni dalla chiusura dell’impianto, restano aperti interrogativi profondi sul rapporto tra lavoro, esposizione ambientale e salute. Tra queste voci c’è quella della figlia di un ex dipendente che ha chiesto di rimanere anonima. Nel corso di questo articolo la chiameremo Maria, nome di fantasia scelto per tutelarne l’identità, mentre il racconto resta fedele ai fatti narrati.

 

Il padre di Maria ha lavorato alla Legnochimica dal 1975 fino al 1998-1999, ricoprendo il ruolo di capo pressa. Un impiego svolto con orari di lavoro regolari, il classico turno giornaliero di fabbrica, protratto per oltre vent’anni all’interno dello stabilimento di Rende. Nel 1999 arriva la diagnosi di tumore alla vescica. Una malattia che in breve tempo si aggrava e che lo porterà alla morte nell’ottobre del 2000.

Le sostanze e l’ambiente di lavoro

Nel racconto di Maria emerge con forza il tema dell’esposizione quotidiana. La figlia riferisce che lo stabilimento era strutturalmente ricoperto di amianto, elemento che, già all’epoca, rappresentava un fattore di rischio noto, anche se ampiamente utilizzato negli ambienti industriali.

Accanto all’amianto, c’era poi il tannino, materiale alla base della produzione. I lavoratori erano impegnati nella realizzazione di pannelli destinati a mobilifici e aziende del settore dell’arredamento. Maria precisa di non sapere se il tannino contenesse sostanze cancerogene, ma sottolinea come la lavorazione avvenisse a stretto contatto con polveri industriali, respirate quotidianamente durante i turni di lavoro.

Un contesto che, nel racconto, viene descritto come tutt’altro che salubre e che si inserisce nel quadro più ampio dell’eredità industriale lasciata dall’ex fabbrica.

I colleghi e i casi simili

Secondo la testimonianza, quello del padre non sarebbe stato un episodio isolato. Nel corso degli anni, molti ex colleghi si sarebbero ammalati e, in diversi casi, sarebbero deceduti per leucemie, tumori ai polmoni e altre patologie oncologiche.

Alcuni familiari di ex lavoratori avrebbero tentato azioni legali nei confronti dell’azienda. Maria non è in grado di riferire se queste cause siano giunte a una conclusione definitiva. Anche la sua famiglia ha valutato un’azione giudiziaria, ma solo in un secondo momento.

Le difficoltà nel ricorso alla giustizia

Quando anche la famiglia di Maria ha provato a percorrere la strada legale, il parere ricevuto è stato negativo. Secondo quanto riferito, non vi erano gli estremi giuridici per sostenere una causa strutturata, nonostante la malattia e il decesso.

Una situazione che ha lasciato i familiari senza risposte ufficiali e senza un riconoscimento formale di eventuali responsabilità.

Le valutazioni mediche e i dubbi irrisolti

Durante la malattia del padre, i medici avevano indicato come possibile fattore di rischio il fumo, poiché l’uomo era un forte fumatore, ma avevano anche fatto riferimento all’ambiente frequentato per anni.

Un riferimento che, per la famiglia, non poteva riguardare l’ambiente domestico, descritto come sereno e sicuro, bensì quello lavorativo. Maria sottolinea come non sia mai stata accertata una correlazione scientifica e legale diretta tra l’attività svolta alla Legnochimica e l’insorgenza della malattia, ma i dubbi restano.

La storia della ex Legnochimica di Rende non appartiene solo al passato. È una vicenda che continua a interrogare il presente e a porre domande scomode su lavoro, salute, responsabilità e diritto alla verità. In assenza di certezze scientifiche ufficialmente riconosciute, restano però le vite spezzate, le testimonianze delle famiglie e un territorio che per anni ha convissuto con un’eredità industriale pesante.

Il racconto di Maria, come quello di molte altre persone che hanno scelto il silenzio o l’anonimato, non formula accuse ma chiede attenzione. Chiede che le istituzioni non archivino queste storie come semplici coincidenze, che la memoria di ciò che è accaduto non venga cancellata dal tempo e che la salute dei cittadini torni al centro del dibattito pubblico.

Perché senza una piena chiarezza su ciò che è stato, senza bonifiche definitive e senza dati sanitari trasparenti, il rischio è che le stesse domande restino sospese anche per le generazioni future. E che quella ferita, mai davvero chiusa, continui a segnare il territorio e la sua comunità.