Economia

Il panorama finanziario con cui apriamo questo 2026 non è una semplice evoluzione del ciclo precedente, ma una mutazione strutturale che richiede una freddezza analitica senza precedenti. Chi cerca rassicurazioni nelle serie storiche rischia di ignorare che le variabili in gioco — geopolitica protezionista, intelligenza artificiale agentica e divergenza monetaria — hanno riscritto le regole del premio al rischio. La "modalità strategica" impone di guardare oltre la narrativa dominante per identificare le fragilità nascoste dietro una resilienza che appare, a tratti, artificiale.

Banche centrali e il rischio del timing

Il primo pilastro di questa analisi riguarda le banche centrali, oggi prigioniere di quello che definisco il "rischio di timing". Se il 2023 è stato l'anno della lotta all'inflazione e il 2025 quello di una timida normalizzazione, il 2026 si configura come il terreno dell'errore tecnico. La Federal Reserve e la BCE si muovono su un sentiero stretto: il timore di un allentamento prematuro, che riaccenderebbe le dinamiche salariali, si scontra con il rischio di mantenere tassi reali troppo elevati mentre la crescita globale rallenta. La divergenza tra le aree economiche è marcata: mentre gli Stati Uniti flirtano con una crescita sopra il potenziale grazie agli stimoli fiscali e alla produttività dell’IA, l’Europa stagna, schiacciata da una transizione energetica costosa e da un gap tecnologico non ancora colmato. Scommettere su una discesa lineare dei tassi è un errore logico: l'inflazione "a singhiozzo", alimentata da shock dal lato dell'offerta e dazi commerciali, renderà la politica monetaria imprevedibile e volatile.

Dazi e fine della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta

Proprio i dazi rappresentano il cigno nero ormai divenuto sistemico. L'approccio protezionista americano, con tariffe medie che hanno raggiunto livelli storici, non è più solo una minaccia elettorale ma una realtà operativa. L'effetto è una frammentazione delle catene del valore che genera inefficienza e, per definizione, inflazione. La popolazione deve essere consapevole che la globalizzazione, come l'abbiamo conosciuta, è morta: stiamo entrando nell'era del "friend-shoring", dove il capitale non fluisce dove è più efficiente, ma dove è politicamente sicuro. Questo comporta un aumento strutturale dei costi per le imprese e una pressione sui margini che i mercati azionari, attualmente su multipli generosi, non hanno ancora interamente prezzato.

Intelligenza artificiale, concentrazione e nuovi rischi di mercato

Sul fronte tecnologico, l'euforia per l'intelligenza artificiale ha superato la fase del "wow" per entrare in quella, ben più spietata, della monetizzazione. Il 2026 è l'anno degli "AI Agents": sistemi capaci non solo di analizzare, ma di eseguire operazioni complesse in autonomia. Questo significa che la velocità di analisi non è più un vantaggio competitivo, ma un requisito minimo di sopravvivenza. Il rischio strategico qui è duplice: da un lato, una concentrazione eccessiva di capitali su pochi giganti tecnologici (il rischio "narrow market"); dall'altro, l'automazione del trading che può innescare flash-crash di nuova generazione, alimentati da algoritmi che reagiscono in millisecondi a segnali geopolitici interpretati male.

Il fronte italiano e il rischio Paese latente

Infine, non si può ignorare il fronte interno italiano. La manovra 2026, pur mantenendo una disciplina fiscale necessaria per rassicurare i mercati e Bruxelles, introduce variabili di costo non trascurabili per l'investitore, come il raddoppio della Tobin Tax e l'aumento della tassazione sulle rendite finanziarie di alcune asset class. In un contesto di debito pubblico ancora elevato, il "rischio Paese" resta latente, pronto a riemergere se la crescita del PIL non dovesse confermare le stime ottimistiche del governo.

Oltre l’inerzia cognitiva, la vera sfida del 2026

In conclusione, il 2026 non è un anno per spettatori. La strategia vincente richiede una diversificazione che non sia solo geografica, ma anche "politica", e una gestione della liquidità estremamente dinamica. Il rischio maggiore non è la volatilità, ma l'inerzia cognitiva: credere che il futuro sarà una proiezione lineare del passato.