Funerali religiosi al boss Belfiore, il dibattito divide Chiesa e società civile
Le parole di don Luigi Ciotti riaprono il confronto sul significato delle esequie religiose per mafiosi non pentiti. La diocesi richiama la misericordia cristiana, mentre cresce la riflessione sul ruolo della Chiesa nei territori segnati dalla crimin
Il funerale religioso di Domenico Belfiore, esponente della ’ndrangheta morto a 73 anni all’ospedale di Chivasso e condannato in via definitiva all’ergastolo come mandante dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, ha acceso un acceso dibattito pubblico e religioso. Le esequie sono previste nella parrocchia Madonna del Loreto di Chivasso.
A intervenire con parole dure è stato don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione Libera, che in un’intervista ha sollevato interrogativi sul significato simbolico della celebrazione. Secondo Ciotti, pregare per un defunto rappresenta un atto di carità cristiana che non può essere negato a nessuno, ma una messa solenne per un mafioso non pentito assumerebbe un valore diverso, rischiando di trasmettere un messaggio ambiguo alle comunità.
Il sacerdote ha sottolineato come una celebrazione pubblica possa essere percepita come una forma di equiparazione simbolica tra chi ha commesso gravi crimini e i fedeli celebrati nella tradizione religiosa, interrogandosi su quale segnale venga dato alle vittime della violenza mafiosa e alle loro famiglie.
Il dolore delle vittime e il tema della responsabilità morale
Nel suo intervento, don Ciotti ha evidenziato soprattutto l’impatto umano e morale della scelta di celebrare le esequie religiose. A suo giudizio, un funerale in chiesa per una persona condannata per omicidio mafioso e senza un pentimento pubblico rischia di rappresentare una nuova ferita per i familiari delle vittime, alimentando la percezione che il loro dolore venga messo in secondo piano.
Il fondatore di Libera ha inoltre richiamato il ruolo profetico che la Chiesa dovrebbe assumere nei territori segnati dalla presenza mafiosa, sostenendo che il silenzio o le scelte improntate alla prudenza possano contribuire a quella che definisce una “zona grigia” nella quale le organizzazioni criminali continuano a trovare spazio.
Secondo Ciotti, la lotta culturale alle mafie passa anche attraverso segnali chiari e coerenti sul piano simbolico e pastorale.
La posizione della diocesi tra misericordia e prudenza pastorale
Di diverso tenore la posizione espressa da monsignor Daniele Salera, vescovo di Ivrea, che ha richiamato il principio teologico della distinzione tra foro interno e foro esterno. Pur riconoscendo la gravità dei fatti compiuti dal defunto durante la sua vita, il vescovo ha sottolineato che la Chiesa non può conoscere l’eventuale percorso interiore vissuto da una persona negli ultimi momenti della propria esistenza.
Per questo motivo, la celebrazione delle esequie viene interpretata come una richiesta della misericordia divina, senza che ciò rappresenti un giudizio umano sulla vita trascorsa. Proprio per mantenere un profilo di maggiore sobrietà, è stata concordata con la famiglia una liturgia della Parola caratterizzata da semplicità e contenimento formale.
Il parroco e la scelta pastorale locale
Anche il parroco della comunità, don Tonino, ha chiarito la propria posizione spiegando di non essere stato a conoscenza del profilo criminale del defunto al momento dell’organizzazione del funerale e di non aver ricevuto indicazioni contrarie da parte della Curia.
Il sacerdote ha ricordato che, pur essendo consapevole delle prese di posizione della Chiesa contro le mafie e delle parole pronunciate da Papa Francesco sulla scomunica dei mafiosi, il compito pastorale resta quello di affidare ogni persona a Dio, lasciando il giudizio finale alla dimensione divina.
Un confronto aperto sul ruolo della Chiesa davanti alle mafie
La vicenda riapre un dibattito più ampio sul rapporto tra misericordia religiosa, giustizia e responsabilità pubblica. Da un lato emerge la richiesta di segnali netti contro ogni forma di legittimazione simbolica delle mafie; dall’altro la tradizione cristiana richiama il principio della preghiera universale e della speranza di redenzione.
Il caso Belfiore evidenzia così una tensione ancora presente all’interno della società e della stessa comunità ecclesiale, chiamata a confrontarsi con il difficile equilibrio tra accoglienza spirituale e testimonianza civile nei confronti delle vittime e della legalità.