La tragedia di Miriam Indelicato ci lascia un vuoto che urla per essere trasformato in un "pieno" di senso. Quando il valore di un giovane viene incatenato al risultato, il fallimento smette di essere una tappa e diventa una condanna.
Pochi giorni fa, il silenzio ha preso il posto di quella che doveva essere una festa. Una giovane donna di 23 anni Miriam Indelicato nativa di una piccola cittadina siciliana, in provincia di Trapani, studiava da anni a Roma , presso l'Università Luiss, ha scelto di uscire di scena nel giorno della sua presunta laurea. Dietro la facciata di una carriera regolare, si nascondeva un vuoto iniziato anni prima: esami mai dati, aule mai solcate, un tempo sospeso riempito solo da un castello di bugie.

La trappola della performance e il falso sé


Dal punto di vista psicologico, questa tragedia è l’esito drammatico di un’ansia da prestazione esistenziale. Il percorso universitario, per molti giovani, smette di essere un’esperienza formativa e si trasforma, in una “ Trappola della Performance” nella proiezione di soddisfare le aspettative familiari e sociali.

Il dogma è spietato: "Vali solo se ce la fai". Un si ne qua non che davanti alle difficoltà, un limite, un esame non superato diventa una soglia insormontabile . Tutto questo dovremmo avere il coraggio di dirlo chiaramente, ovviamente non nasce dal nulla ma da un'insieme di fattori. Nasce da una società che ti misura in risultati. Che ti insegna che essere "indietro" è una colpa. Che ti fa credere che fallire significhi valere meno. In un contesto simile, l'individuo si trova davanti a un bivio atroce: affrontare una realtà che lo declassa o sostituirla costrunendone una dove nascondersi?!
Così succede che non si affronta la realtà; la si nega, la si maschera. E una bugia diventa l’unico modo per reggere la pressione. Ed il gesto estremo, l'unica via d'uscita per non soccombere la pressione della vergogna e del senso di inadeguatezza.
Ma il punto non è la bugia: il punto è tutto ciò che l'ha resa necessaria.
Il "Falso Sé" e il Peso della Maschera
Lo psicoanalista Donald Winnicott descriveva questo processo come la nascita di un "Falso Sé": una maschera costruita per compiacere gli altri, che finisce per soffocare la verità del soggetto. Winnicott scriveva: “È una gioia nascondersi, ma è un disastro non essere trovati”. Miriam si era nascosta così bene che l'orrore di essere finalmente "trovata" nella sua fragilità ha superato il desiderio di restare.
La paura di mostrare se stessi, con le proprie fragilità, senza quella maschera è insormontabile.

Ma come si può diventare se stessi se la società accetta solo la versione vincente di noi?
Carl Gustav Jung ammoniva sul pericolo di identificarsi troppo con la propria "Persona" (la maschera sociale): “Il privilegio di una vita è diventare chi sei veramente”. Ma sorge una riflessione : “Se per dire la verità serve più coraggio che per crollare, allora il problema non è mai solo individuale. È culturale. È collettivo.

Il valore oltre il titolo e la necessità di un cambiamento culturale


Dobbiamo dirlo ad alta voce: è possibile essere se stessi, integri e di valore, anche senza un titolo, anche fuori dagli standard imposti. Chi scrive ha attraversato questo deserto. A 23 anni non riuscii a terminare il mio primo percorso di laurea in Lingue e Letterature Straniere; conobbi quel peso di sentirsi "in ritardo" e inadeguata.
“Guardando indietro a quegli anni capisco che senza quell'interruzione, forse non avrei la sensibilità che ho ora per accogliere il dolore degli altri.” I percorsi non lineari non sono "errori", ma deviazioni necessarie per costruire radici profonde.
Come sosteneva Carl Rogers: “Il curioso paradosso è che quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare”.
Dovremmo educare i giovani al Limite, non alla Performance
Il vero educare, la vera genitorialità, non risiede nel celebrare i successi, ma nel legittimare il dubbio e, insegnare ai giovani a parlare delle difficoltà, ad accettare i limiti, a rivedere i percorsi senza sentire il peso della vergogna. Questo può nascere solo se a partire dalla famiglia e di conseguenza poi in società, cambiamo il nostro sguardo, il nostro modo di valutare e accettare l'altro eliminando quelle condizioni, vai bene “si ne qua non”...
Dobbiamo svincolare il valore dal successo. Erich Fromm ci ricorda che se "io sono ciò che ho (o ciò che ottengo)", nel momento in cui perdo il mio traguardo, io non sono più nulla. Dobbiamo invece insegnare ai figli a "Essere", ad andare bene così come si è, imperfetti ma, veri,umani!
Mai più un giovane deve sentirsi solo nel suo turbinio di emozioni, mai più deve percepirsi come un fallimento. Mai più il valore di una vita deve essere misurato in successi e traguardi.

Possiamo scegliere di vivere senza queste protezioni artificiali “del successo e dell'immagine performante e vincente a tutti i costi” — e sentirci comunque ok, comunque validi , sostenuti da
uno sguardo non giudicante e da una stabilità interna che non trema davanti a un esame non andato bene, perchè certi di sentire in noi un valore intrinseco.
È ora di smontare i castelli di bugie e costruire case di verità, dove l'unica "eccellenza" richiesta sia il coraggio di essere se stessi, di essere imperfetti, pienamente umani.
Solo così potremo guardare al futuro senza la paura che un mancato traguardo ci faccia crollare la certezza di essere accettati e amati per quello che siamo.

Dott.ssa Mariagrazia Luiso