Prima dell’avvento del frigorifero, la neve era una risorsa preziosa e strategica per la vita quotidiana. Nella montagna di Rossano, per secoli, furono costruite le cosiddette Conserve della neve, neviere comunali dove la neve veniva accumulata, pressata e trasformata in ghiaccio destinato a conservare alimenti, servire gli ospedali e le botteghe, o soddisfare le esigenze delle famiglie più abbienti. Queste strutture non erano semplici depositi: rappresentavano un sistema ingegnoso di gestione del freddo, cuore di un’economia che permeava tutta la comunità, dai ceti nobiliari fino ai cittadini comuni.

Il commercio del ghiaccio e la sua organizzazione

Il ghiaccio prodotto nelle Conserve diventava oggetto di un mercato fiorente, regolamentato e spesso esteso oltre i confini locali. Studi storici e documenti dell’Ottocento attestano che il ghiaccio veniva trasportato anche via mare, dai porti di Rossano e Corigliano verso Taranto e Gallipoli, rendendo possibile un commercio che integrava montagna e costa. A Rossano, le neviere erano proprietà comunale, mentre altre, come quelle della Sila, dipendevano dal demanio regio, generando dispute legali tra il potere locale e quello baronale. Il controllo del ghiaccio non era solo economico, ma anche simbolo di potere.

Ruderi silenziosi e memoria storica

Delle conserve rimangono ruderi immersi nella vegetazione, testimonianze silenziose di un’epoca in cui l’uomo sapeva sfruttare e valorizzare le risorse naturali. Le strutture, spesso a forma di cupola interna e parallelepipedo esterno, raccontano un lavoro faticoso e regolamentato, dal taglio del ghiaccio all’imballaggio in paglia e canapa, fino al trasporto notturno verso i centri abitati. I resti, insieme alla memoria di detti popolari e alla “Casetta della neve” per i lavoratori, conservano l’impronta di una tradizione industriale primitiva e di un rapporto rispettoso e creativo con l’ambiente, che merita di essere riscoperto prima che il tempo ne cancelli ogni traccia.