Possiamo pagare le bollette a suon di favole?
Lavoro che manca, redditi tra i più bassi d'Italia, fuga dei laureati e un'intera generazione costretta a scegliere tra la precarietà e la partenza.
Le colonnine degli autobus sono vuote. Le tratte sono sempre così inaffidabili. Devo acquistare un'automobile per spostarmi. Ma come faccio? Il mio contratto è a scadenza. Non mi accetteranno mai un finanziamento. Devo anche pagare l'affitto. Seicento euro per un bilocale. Devo stare vicino al centro. Come mi sposto altrimenti? Il mio stipendio non arriva ai mille euro. Eppure ci pago le bollette. Acquisto solo al discount perché posso risparmiare qualcosa. Non riesco a permettermi altro. Conto le gocce dei soldi che spendo. Ho sempre quel sogno nel cassetto. Che un giorno tutto questo possa cambiare. Che un giorno possa andare a cena fuori senza guardare il prezzo sul menù. Ma come faccio? Mettermi in proprio? Pagherei più tasse di quanto fatturo. Aprire un locale? Aspettando che vengano a bussarmi per pagare il pizzo. Questo luogo non mi vuole. Questo luogo non mi tiene. Forse, l'unica soluzione è partire.
Quante di queste parole risuonano nella testa di ogni persona che vive la propria vita arrancando verso il giorno dopo, zoppicando nell'attesa di riuscire a sopravvivere al mese dopo? Ogni calabrese pensa di essere solo nella propria condizione precaria e desolante, eppure non sa che circa 271 mila persone in Calabria hanno difficoltà a sostenere spese essenziali come bollette, affitto, alimentazione adeguata o spese impreviste. Il 48,8% della popolazione calabrese è a rischio di povertà o esclusione sociale, il dato più alto d'Italia e il secondo più alto dell'intera Unione Europea, dietro soltanto alla Guyana francese, confermando la Calabria come regione più povera d'Italia.
Lavorare non basta più, la fabbrica della precarietà produce nuovi poveri
L'elemento più preoccupante è la debolezza del mercato del lavoro. Il tasso di occupazione in Calabria è pari al 46,4%, il più basso d'Italia. Gli inattivi sono circa 558 mila con un tasso di disoccupazione al 9,8%, ciò significa che quasi metà della popolazione in età lavorativa non è occupata. Situazione ancora più desolante per i giovani. La Calabria registra uno dei più alti livelli italiani di NEET, ossia i ragazzi che non studiano né lavorano. Questo alimenta un profondo spaccato che crea e contribuisce ad un degrado sempre più intenso che non costruisce, ma immobilizza.
Considerando spesso che, oltre alla mancanza di posti di lavoro, è l'indisponibilità economica della famiglia d'origine a creare sempre di più una sorta di "filiera di poveri", considerando che, in media, una famiglia calabrese guadagna tra i 17.000 e i 18.000 euro annui pro capite, contro una media nazionale superiore ai 24.000 euro. A ciò bisogna addizionare il fatto che il 40% del reddito disponibile delle famiglie deriva da pensioni e sussidi.
Quindi qual è la soluzione? La fuga. Ed infatti i numeri parlano chiaro.
Centomila giovani persi e il medico che vale il triplo appena attraversa una frontiera
Il dato più impressionante riguarda la fascia tra i 25 e i 34 anni. Secondo elaborazioni su dati ISTAT e SVIMEZ, dal 2005 a oggi la Calabria ha perso quasi 100.000 giovani tra i 25 e i 34 anni, una quota enorme per una regione che oggi conta poco più di 1,8 milioni di abitanti.
E se, nei cari anni '80, partivano manovali in cerca di fortuna, i giovani di oggi hanno ben chiare le idee che, una volta usciti dall'università, non si accontenteranno di un contrattuccio striminzito da 600 euro al mese. Nel 2024 la percentuale di laureati calabresi emigrati è salita al 60%, questo significa che la Calabria non perde soltanto popolazione, ma perde soprattutto il proprio capitale umano più qualificato. Ma di chi è la colpa? Sicuramente non dei giovani.
Basta fare un esempio molto semplice. Immaginiamo Marco. Ha 27 anni, si laurea in Medicina a Catanzaro e decide di restare in Calabria. Dopo aver superato il concorso nazionale entra in una scuola di specializzazione. Da quel momento lavora in ospedale tutti i giorni. Fa turni diurni, notturni, festivi, passa ore in reparto e al pronto soccorso. A fine mese percepisce circa 1.700-1.800 euro netti. Sulla carta può sembrare una buona retribuzione per un giovane professionista, ma bisogna guardare cosa resta realmente in tasca.
Marco paga l'affitto, perché spesso è costretto a spostarsi dalla propria città. Deve versare la quota annuale dell'Ordine dei Medici, sostenere il costo dell'assicurazione professionale obbligatoria e contribuire all'ENPAM, la cassa previdenziale dei medici. A questo si aggiungono le spese quotidiane, l'auto, il carburante e il costo della vita. Alla fine del mese il denaro realmente disponibile si riduce notevolmente. E tutto questo mentre lavora spesso ben oltre il normale orario d'ufficio.
Dopo cinque anni di specializzazione, se tutto va bene, Marco potrà partecipare a un concorso pubblico e diventare medico ospedaliero. A quel punto il suo stipendio potrà aggirarsi intorno ai 3.000 euro netti mensili, qualcosa in più se svolge guardie e reperibilità. Avrà circa trenta giorni di ferie l'anno, ma in molti reparti la cronica carenza di personale rende spesso difficile usufruirne con la serenità che ci si aspetterebbe.
Ora immaginiamo Erik, suo coetaneo. Anche lui si laurea in Medicina, ma decide di trasferirsi in Norvegia. Dopo aver imparato la lingua ed essere entrato nel sistema sanitario norvegese, inizia il percorso di formazione specialistica. La differenza è immediata: Erik non è considerato uno studente in formazione, ma un lavoratore assunto a tutti gli effetti.
Il suo stipendio netto può superare già nei primi anni i 4.500 euro al mese e in molti casi avvicinarsi o superare i 5.000 euro. Le ore aggiuntive vengono retribuite, le reperibilità hanno compensi specifici e il percorso professionale è chiaramente definito. Anche le ferie sono garantite e generalmente ammontano a cinque settimane effettive l'anno, spesso utilizzabili con maggiore facilità grazie a una dotazione di personale più adeguata.
Dopo cinque o sei anni la distanza tra i due diventa enorme. Marco, in Calabria, guadagna circa 3.000 euro netti al mese come dirigente medico appena assunto. Erik può percepire tra 6.000 e 8.000 euro netti mensili. In un anno significa una differenza che può superare i 40-50 mila euro netti.
Ma il vero divario non è soltanto economico. Marco spesso vive nell'incertezza di reparti sotto organico, liste d'attesa crescenti e carichi di lavoro molto elevati. Erik lavora in un sistema che investe fortemente sul personale sanitario, dove la programmazione della carriera e della vita familiare è generalmente più prevedibile.
Mettiamoci il fatto che "non è tutt'oro quel che luccica" e che comunque in Calabria si vive bene. Abbiamo il sole, il mare, il buon cibo. Ma possiamo accontentarci del sole, del mare e del buon cibo? Possiamo pagare le bollette a suon di favole? Fin quando non capiamo che la nostra condizione è classificabile come povertà, non capiremo mai di avere i prosciutti sugli occhi, accettando di adattarci al degrado, alla sopravvivenza e al dislivello sociale, pur di stare in silenzio a goderci il nostro amato sole, il nostro amato cibo e il nostro amato mare. La Calabria non sta perdendo solo giovani: sta perdendo il proprio futuro.