La Calabria viene spesso raccontata come una terra incontaminata, fatta di mare cristallino e montagne selvagge. Un’immagine in parte vera, ma incompleta. Perché accanto alla bellezza naturale esiste un’altra Calabria, meno visibile ma profondamente radicata nel territorio: quella degli ecomostri, delle aree industriali dismesse, delle discariche che hanno smesso di funzionare ma non di esistere.

Capannoni di migliaia di metri quadrati ormai vuoti, ex stabilimenti industriali mai riconvertiti, centrali energetiche dismesse, aree produttive nate per lo sviluppo e finite nell’abbandono. Luoghi che non producono più reddito, ma continuano a occupare spazio, a degradare il paesaggio e, in alcuni casi, a sollevare interrogativi ambientali e sanitari.

La sfida è raccontarli senza slogan.

Il dubbio è capire perché, dopo decenni, siano ancora parte del nostro orizzonte quotidiano.

Siti industriali dismessi, quando lo sviluppo si interrompe

In diverse aree della Calabria, dalla costa alle zone interne, sono presenti ex poli industriali che avrebbero dovuto rappresentare il motore dello sviluppo economico. Oggi sono solo scheletri di cemento e ferro. Stabilimenti chimici, energetici, manifatturieri, aree retroportuali mai decollate.

In molti casi:

non è chiaro lo stato reale dei suoli

le operazioni di messa in sicurezza risultano parziali

le bonifiche sono ferme o incompiute

non esistono progetti concreti di riuso

Questi siti non sono semplicemente “brutti da vedere”. Sono vuoti urbani e territoriali che bloccano qualsiasi ipotesi di rilancio e continuano a rappresentare un problema irrisolto.

Il dubbio è legittimo: sono davvero solo il risultato di fallimenti industriali o il simbolo di una gestione che non riesce mai a chiudere i conti con il passato?

Bonifiche annunciate e mai concluse

Il tema delle bonifiche è centrale e complesso. In Calabria se ne parla da anni. Accordi di programma, piani regionali, commissariamenti. Ma sul territorio, spesso, il cambiamento è minimo.

Molti siti risultano:

formalmente inseriti negli elenchi delle aree da bonificare

solo parzialmente messi in sicurezza

privi di monitoraggi continui

non restituiti alla fruizione pubblica

La bonifica, da soluzione definitiva, si trasforma in un processo infinito. Una gestione dell’emergenza che diventa strutturale.

La sfida è chiara: bonificare davvero e restituire i luoghi ai territori.
Il dubbio è se il sistema sia costruito per arrivare davvero alla fine degli interventi.

Discariche e gestione dei rifiuti, l’emergenza permanente

La gestione dei rifiuti resta una delle questioni più delicate in Calabria. Accanto alle discariche autorizzate, esistono ex siti di smaltimento dismessi ma non riqualificati, aree di stoccaggio temporaneo diventate definitive, zone dove l’abbandono dei rifiuti è ormai parte del paesaggio.

Questi luoghi continuano a incidere:

sull’ambiente

sulla percezione dei territori

sull’economia locale

sulla qualità della vita

Il ricorso continuo a soluzioni emergenziali, invece di una pianificazione strutturale, alimenta un circolo vizioso che rende difficile uscire dall’eccezione.

Il dubbio che emerge è semplice: perché l’emergenza, in Calabria, sembra non finire mai?

Ecomostri tra costa e montagna, l’impatto sul paesaggio

Capannoni abbandonati lungo la costa, strutture industriali dismesse in aree montane, scheletri di cemento visibili da chilometri. L’impatto sul paesaggio è evidente e pesante.

Non si tratta solo di estetica. Il paesaggio è una risorsa economica e culturale. Ogni ecomostro rappresenta:

un freno allo sviluppo turistico

una ferita identitaria

un simbolo di occasioni mancate

La Calabria, che potrebbe fondare parte del proprio futuro su ambiente e qualità territoriale, convive con luoghi che raccontano l’opposto.

La sfida è riconoscere questa contraddizione.
Il dubbio è capire perché venga così spesso ignorata.

Salute e territori, ciò che non si vede

Accanto al degrado visivo c’è un tema più delicato: quello della salute. Suoli contaminati, acque sotterranee potenzialmente compromesse, materiali abbandonati, strutture in degrado.

Non servono allarmismi. Ma servono dati, monitoraggi, trasparenza. In molti casi:

mancano studi aggiornati

le informazioni non sono facilmente accessibili

i cittadini convivono con l’incertezza

Il dubbio diventa parte della quotidianità. E l’incertezza, quando dura anni, logora la fiducia nelle istituzioni.

Il silenzio che circonda gli ecomostri

Forse l’aspetto più inquietante è il silenzio. Di questi siti si parla poco. Tornano all’attenzione solo in caso di incendi, crolli, emergenze improvvise.

Le ragioni sono molte: competenze frammentate, costi elevati, assenza di ritorni immediati. Affrontare seriamente il problema significa assumersi responsabilità a lungo termine.

La sfida è rompere questo silenzio.
Il dubbio è se esista davvero la volontà di farlo.

Una scelta che riguarda il futuro

Questa non è un’inchiesta contro qualcuno. È un’inchiesta su qualcosa che riguarda tutti. La Calabria è davanti a una scelta: continuare a convivere con ecomostri e siti abbandonati, normalizzandoli, oppure trasformarli in una sfida collettiva.

Bonificare, recuperare, restituire.

Non è solo una questione ambientale, ma culturale ed economica.

Il dubbio resta aperto: vogliamo essere ricordati come la generazione che ha ereditato queste ferite e le ha lasciate così, o come quella che ha deciso di affrontarle davvero?