Teatro Rendano, la stagione lirica parte con un flop di pubblico: poco più di 50 spettatori per il balletto del Barbiere di Siviglia
La foto della platea semivuota racconta la distanza crescente tra Cosenza e il suo teatro. Sul palco Artemis Danza, compagnia di Parma

Il teatro è bellissimo. Le poltrone rosse, i palchi sovrapposti, gli stucchi dorati, il grande lampadario. Tutto al suo posto, tranne il pubblico. La fotografia del Teatro Rendano in occasione del balletto Il Barbiere di Siviglia, andato in scena il 31 ottobre, restituisce un'immagine piuttosto desolante: una platea largamente vuota, palchi quasi deserti e poco più di cinquanta spettatori, secondo la stima riferita alla serata. È l'immagine di un clamoroso flop di pubblico che merita una riflessione ben più ampia della singola rappresentazione. Perché non stiamo parlando di uno spettacolo improvvisato, né di una compagnia dilettantistica. E soprattutto non stiamo parlando di un appuntamento estraneo alla programmazione del Comune di Cosenza.
Il balletto inserito nella stagione lirica
Occorre chiarire subito una distinzione: quello del 31 ottobre era un balletto, non un'opera lirica. Ma faceva parte a tutti gli effetti della sessantunesima stagione lirica del Teatro Rendano, così come risulta dagli atti ufficiali del Comune. La programmazione era cominciata il 23 ottobre con Una noche con Sergio Bernal e comprende anche le opere Il barbiere di Siviglia, Le nozze di Figaro e La Mère coupable, oltre al Gala Città di Cosenza. Sul palcoscenico c'era Artemis Danza, compagnia di danza contemporanea con sede a Parma, impegnata in una rilettura coreografica del capolavoro rossiniano. Un progetto artistico che può piacere oppure no, ma che non può essere giudicato sulla base del numero delle poltrone occupate. Il problema, infatti, non è stabilire se i ballerini siano stati bravi. Il problema è capire perché una città che dispone di uno dei suoi più importanti presìdi culturali non riesca a riempirlo.
Il rapporto sempre più distante tra il Rendano e la città
La fotografia racconta una disaffezione che sembra ormai profonda. Il Rendano è lì, nel cuore del centro storico, ma una parte consistente della città sembra aver smesso di frequentarlo. E quando un teatro perde il suo pubblico, non basta mettere in cartellone nomi importanti o spettacoli prestigiosi. Bisogna domandarsi come vengono promossi, a chi vengono proposti, quali rapporti si costruiscono con le scuole, le associazioni, i giovani e con quella cittadinanza che dovrebbe riconoscere nel Rendano un luogo proprio, non un edificio da ammirare soltanto dall'esterno.
I costi degli spettacoli e della gestione
Poi ci sono i soldi. E qui, più delle impressioni, parlano le determine comunali. Per lo spettacolo di Artemis Danza del 31 ottobre risulta un affidamento di 11.495 euro. Una cifra che riguarda la rappresentazione della compagnia emiliana e che si inserisce in un'organizzazione ben più articolata, sostenuta attraverso risorse pubbliche. La determina comunale n. 2612 del 12 ottobre 2026 assegna a In Prima Fila il servizio di biglietteria online e in presenza per tutti gli spettacoli della stagione, non soltanto per i balletti: 14.879 euro, IVA compresa. La determina n. 1517 del 23 giugno 2026 impegna invece 25mila euro per la direzione artistica affidata a Chiara Giordano, comprensivi degli oneri previdenziali e assistenziali. Sono costi dell'organizzazione generale, non spese da attribuire esclusivamente alla serata del 31 ottobre.
Una stagione da 340mila euro
Quanto costa, allora, tutta la stagione? La delibera di Giunta n. 20 del 17 febbraio 2025 fissava per l'annualità 2025 un costo programmato di 340mila euro, con una partecipazione del Comune pari a 180mila euro. Sono cifre importanti, soprattutto se confrontate con l'immagine di una platea quasi deserta. Non perché la cultura debba essere giudicata soltanto in base agli incassi o al numero dei biglietti venduti. Un teatro pubblico ha anche il compito di proporre spettacoli che il mercato privato difficilmente sosterrebbe. Ma proprio perché si utilizzano risorse pubbliche, diventa fondamentale capire se e come quegli investimenti riescano a raggiungere i cittadini.
Finanziare la cultura non basta
Perché un conto è finanziare la cultura, un altro è riuscire a farla vivere. E la differenza la fanno gli spettatori. Non si tratta di pretendere il tutto esaurito a ogni rappresentazione. Né di immaginare che un balletto contemporaneo possa richiamare automaticamente lo stesso pubblico di un'opera lirica popolare. Ma una sala con poche decine di persone dovrebbe quantomeno imporre una riflessione sulle scelte organizzative, sulla comunicazione e sulla capacità di coinvolgere il territorio.
Una tradizione teatrale da riconquistare
Cosenza ha una tradizione teatrale e musicale che meriterebbe ben altra partecipazione. Eppure sembra essersi spezzato quel rapporto tra il Rendano e la città che per generazioni ha fatto del teatro un luogo di incontro, di riconoscimento e anche di orgoglio cittadino. Oggi il rischio è che il cartellone venga costruito, finanziato e realizzato senza che attorno agli spettacoli si formi un pubblico capace di sostenerli.
La responsabilità non è degli artisti
La responsabilità non può essere scaricata sugli artisti. I ballerini di Artemis Danza sono arrivati da Parma per fare il proprio lavoro. Sono saliti sul palco e hanno presentato il loro spettacolo. Non spettava a loro convincere i cosentini a comprare un biglietto. Quello è il compito di chi organizza, promuove e gestisce una stagione teatrale. E anche di chi, amministrando risorse pubbliche, dovrebbe preoccuparsi non soltanto di quanto costa uno spettacolo, ma di quante persone riesce a coinvolgere.
Il vero problema: un teatro senza spettatori
La fotografia del 31 ottobre, con quelle file interminabili di poltrone rosse vuote, pone dunque una questione che va ben oltre il balletto rossiniano. Il Rendano non ha bisogno soltanto di spettacoli. Ha bisogno di spettatori. Perché il vero problema non è portare a Cosenza una compagnia di Parma e farla esibire davanti a poche decine di persone. È rischiare di considerare normale che accada.