Ada Montellonico
Ada Montellonico


C’è un’ostinazione quasi etica nel modo in cui JazzAmore persegue la propria traiettoria sul palco del TAU – Teatro Auditorium dell’Unical. In un panorama culturale saturato da scorciatoie edulcorate e formule da consumo rapido, la rassegna di Rende sceglie la strada più necessaria, ovvero, quella del rigore linguistico, del corpo a corpo con la materia sonora, dell'esplorazione del sottosuolo dove la forma si fa tensione politica ed esistenziale.
Dopo l’apertura affidata alla ritualità teatrale di Peppe Barra, il cartellone autunnale serra le fila e punta al cuore di una prassi musicale esigente. Il TAU si riafferma così come laboratorio d'ascolto e avamposto di resistenza acustica.


Ada Montellanico: l'esegesi della ferita e la de-mitizzazione di Lady Day


L’apertura del dittico, prevista per sabato 7 novembre alle ore 21:00, è affidata ad Ada Montellanico e al suo Tributo a Billie Holiday. La Montellanico — figura tra le più colte, oblique e intransigenti della vocalità jazzistica italiana, con all’attivo una secolare dimestichezza con la poesia e l'improvvisazione più spigolosa — compie un’operazione di vera e propria de-archeologizzazione del mito di Lady Day.

Spogliato dal folklore museale e dalle patine nostalgiche, il canone di Billie Holiday viene ridotto all'essenziale. La voce della Montellanico — scabra, materica, attraversata da una drammaticità al contempo severa e dolcissima — incide la frase musicale fino a farne emergere le crepe. Insieme al suo quartetto, la cantautrice riafferma una verità cruciale, quella che il jazz, prima di codificarsi in perizia sintattica, è una forma di esposizione radicale del sé, una scansione di cicatrici non ancora rimarginate.


Ari Hoenig: la sovversione metrica e la batteria come strumento cantabile


Il 26 novembre la rassegna sposta il proprio baricentro verso la sperimentazione d'oltreatlantico con l'ingresso in scena dell'Ari Hoenig Trio. Già premiato con il BMW Welt Award e forte di un curriculum che lo ha visto dialogare con menti speculative del calibro di Herbie Hancock, Wynton Marsalis, Joshua Redman e Chris Potter, il batterista e compositore di Filadelfia rappresenta uno dei vertici della destrutturazione ritmica contemporanea.

Hoenig scardina la gerarchia sintattica del trio jazzistico tradizionale, trasformando la batteria da motore pulsionale a generatore di altezze reali e micro-melodie. Attraverso una spaventosa padronanza delle poliritmie e delle modulazioni metriche — in cui la griglia temporale viene continuamente elasticizzata, sospesa e ricomposta —, il suo set essenziale ridisegna il rapporto tra melodia e percussione. La sua è una riflessione analitica e complessa sulla grammatica del tempo.


Due date imperdibili. Due atti d'ascolto denso per ricordarci che la musica dal vivo non deve consolare, ma provocare e farci interrogare. Al TAU, divenuto l'avamposto in cui la musica torna a essere quello che deve essere: un atto politico e sentimentale.