Naufragio di Cutro, ancora un rinvio per il processo d'appello: sentenza attesa l'11 novembre
Slitta la conclusione del procedimento a carico di Khalid Arslan, Sami Fuat e Hasab Hussain, imputati per il naufragio del Summer Love del 26 febbraio 2023. Il Collettivo AltraMarea e il Comitato Oltre i Confini – Scafiste tutte contestano gli elemen

Un nuovo rinvio e altre settimane di attesa per la conclusione del processo d'appello relativo al naufragio di Steccato di Cutro, la tragedia del 26 febbraio 2023 nella quale persero la vita 94 persone, secondo il bilancio richiamato dalle associazioni. L'udienza del 14 ottobre, che avrebbe dovuto segnare la conclusione del procedimento a carico di Khalid Arslan, Sami Fuat e Hasab Hussain, si è invece chiusa con un rinvio all'11 novembre 2026, data indicata per l'udienza definitiva. A riferirlo sono il Collettivo AltraMarea e il Comitato Oltre i Confini – Scafiste tutte, che hanno diffuso una nota nella quale esprimono preoccupazione per il protrarsi del procedimento e per la situazione dei tre imputati, detenuti da oltre tre anni. Secondo quanto riportato dalle due realtà associative, l'udienza sarebbe iniziata in ritardo rispetto all'orario previsto, senza arrivare alla decisione attesa. Il nuovo rinvio prolunga una vicenda giudiziaria complessa, nella quale rimane centrale l'accertamento delle responsabilità individuali per la traversata del caicco Summer Love, naufragato davanti alle coste crotonesi.
Le dichiarazioni di Sami Fuat: «Non ci sono prove contro di me»
Uno dei momenti principali dell'udienza, secondo la ricostruzione diffusa dalle associazioni, è stato rappresentato dalle dichiarazioni spontanee rese da Sami Fuat. L'imputato ha ribadito la propria innocenza, sostenendo di essere arrivato in Italia come migrante e contestando gli elementi sui quali si fonda l'accusa nei suoi confronti. «Io sono arrivato in Italia come migrante, ma sono stato arrestato. Non ci sono prove contro di me: non ci sono fotografie, non ci sono video, non c'è nulla che mi colleghi a queste accuse. Se verranno trovate delle prove, sarà giusto che io rimanga in carcere. Ma la verità è che non c'è nulla contro di me», avrebbe dichiarato durante l'udienza. Le parole di Fuat vengono richiamate dal Collettivo AltraMarea e dal Comitato Oltre i Confini per ribadire la necessità di un esame rigoroso degli elementi probatori e delle contestazioni formulate nei confronti dei singoli imputati. Le associazioni riferiscono inoltre che Hasab Hussain sarebbe apparso particolarmente provato fisicamente durante l'udienza, esprimendo preoccupazione per le condizioni dei detenuti e per le conseguenze dei continui rinvii.
La difesa contesta le testimonianze e le modalità di identificazione
Nel corso dell'udienza, il legale di Sami Fuat avrebbe concentrato la propria arringa sull'attendibilità delle testimonianze utilizzate per attribuire all'imputato un ruolo nella conduzione dell'imbarcazione. Secondo la ricostruzione delle associazioni, la difesa ha evidenziato alcune criticità relative alle dichiarazioni raccolte nell'immediatezza del naufragio, anche in relazione all'utilizzo di interpreti ritenuti non adeguatamente qualificati e alle modalità con cui alcuni superstiti sarebbero stati ascoltati dagli investigatori. Tra gli aspetti richiamati figurano anche dichiarazioni di testimoni che, secondo quanto sostenuto dalla difesa, avrebbero riferito di aver subito pressioni durante le attività investigative per identificare alcuni imputati come responsabili della conduzione dell'imbarcazione. Si tratta di contestazioni avanzate nell'ambito della strategia difensiva, la cui fondatezza deve essere valutata dall'autorità giudiziaria. Le affermazioni relative a eventuali pressioni investigative non possono quindi essere considerate fatti accertati sulla sola base della nota diffusa dalle associazioni. La difesa avrebbe inoltre richiamato le dichiarazioni di Gun Ufuk, già condannato in via definitiva in relazione al naufragio, e quelle rese da Khalid Arslan durante il processo di primo grado. Secondo quanto riportato da AltraMarea e Oltre i Confini, tali dichiarazioni indicherebbero Sami Fuat come un migrante che avrebbe pagato per affrontare la traversata, anziché come una persona coinvolta nell'organizzazione o nella conduzione del viaggio.
Le richieste della Procura generale: fino a 17 anni di carcere
Le conseguenze giudiziarie del procedimento potrebbero essere particolarmente rilevanti per i tre imputati. Secondo quanto riferito dalle associazioni, il procuratore generale ha chiesto 12 anni di reclusione per Khalid Arslan e 17 anni ciascuno per Sami Fuat e Hasab Hussain, oltre a sanzioni pecuniarie. Si tratta delle richieste dell'accusa, non di una decisione definitiva della Corte. Il processo d'appello dovrà stabilire se e in quale misura siano dimostrate le responsabilità contestate ai singoli imputati, valutando gli elementi acquisiti e le argomentazioni delle difese. La vicenda giudiziaria rimane distinta dalla tragedia del naufragio, che provocò decine di vittime e segnò profondamente la comunità di Cutro e l'intero Paese. Il punto al centro del procedimento è l'accertamento delle condotte individuali attribuite agli imputati, secondo le regole e le garanzie previste dall'ordinamento.
Le associazioni: «La memoria delle vittime esige verità e giustizia»
Nella loro presa di posizione, il Collettivo AltraMarea e il Comitato Oltre i Confini – Scafiste tutte collegano il processo a una riflessione più ampia sulle politiche migratorie e sulla gestione delle frontiere europee. Secondo le due realtà, il rischio è che la ricerca delle responsabilità penali per il naufragio concentri l'attenzione esclusivamente sulle persone accusate di aver condotto l'imbarcazione, lasciando in secondo piano le condizioni che rendono le traversate migratorie particolarmente pericolose. «La memoria delle vittime esige verità e giustizia, non capri espiatori», sostengono le associazioni, che chiedono di distinguere rigorosamente la condizione di migrante dalle eventuali responsabilità penali. La nota critica inoltre le politiche europee di esternalizzazione delle frontiere e l'insufficienza, secondo i firmatari, di canali regolari e sicuri per raggiungere il territorio europeo. Si tratta di valutazioni politiche espresse dalle associazioni, che sollecitano una revisione dell'approccio alle migrazioni e un maggiore investimento nella prevenzione delle tragedie in mare.
L'11 novembre la nuova udienza, resta aperta la questione delle responsabilità
Il procedimento tornerà dunque all'attenzione della Corte l'11 novembre, quando è prevista la nuova udienza indicata come conclusiva. Per Khalid Arslan, Sami Fuat e Hasab Hussain si prolunga l'attesa di una decisione giudiziaria che dovrà valutare le rispettive posizioni alla luce delle prove e delle contestazioni formulate nel corso del processo. Le associazioni chiedono che ogni elemento venga esaminato con attenzione e che siano pienamente rispettate le garanzie previste per gli imputati, compreso il principio della presunzione di innocenza. Sul piano giudiziario, la decisione spetterà esclusivamente ai magistrati, chiamati a valutare le responsabilità individuali in relazione ai fatti contestati. Sul piano pubblico e politico, invece, il naufragio di Cutro continua ad alimentare il confronto sulle politiche migratorie, sulle attività di soccorso in mare e sulle misure necessarie per evitare il ripetersi di tragedie analoghe. A oltre tre anni dal naufragio del Summer Love, l'11 novembre rappresenta dunque un nuovo passaggio importante di una vicenda che continua a interrogare la giustizia e la società italiana.