Abusi
Abusi

Ci sono ferite talmente profonde da penetrare fin sotto la pelle, talmente antiche da crescere insieme a noi, talmente grandi da definirci, talmente subdole da diventare segreti silenziosi che custodiamo con riserbo. Ci sono ferite che diventano paure e paure che diventano i fili che manipolano le nostre scelte. Cose da non dire, passi da non fare. Lo sguardo rivolto allo specchio diventa estraneo, il nostro volto diventa il nemico, il senso di colpa ci opprime e costringe sempre di più a chiuderci dentro una bolla. Una bolla dove l'isolamento diventa l'unica via di fuga, perchè parlare, adesso, sarebbe troppo pericoloso. 
Questo dicono alle vittime. "Parlare è pericoloso". Non te lo dicono apertamente, no, ma usando le solite frasi ambigue che hanno tutte lo stesso significato "Andrai incontro a delle conseguenze" "'L'iter è lungo" "Pensaci" "E' davvero così grave?". Così ti siedi su quella scomoda sediolina nera e rispondi a novantanove domande fino alla centesima, l'ultima, quella più dolorosa. "Mi racconti nel dettaglio cos'è successo sin dall'inizio". Il coltello scava nelle ferita per cercare la pallottola mentre quel fastidioso ticchettio di tasti sulla tastiera sembra dirigere il tempo delle parole che non avresti mai voluto dire. Alle volte si vuole talmente tanto allontanarsi dall'orrore di ciò che succede da volersi estraneare dai fatti. Ci si vuole quasi convincere che ciò che è successo sia normale, che forse quel fatto lo abbiamo capito noi, che siamo noi. Si, siamo noi il problema. Perchè se siamo noi il problema forse possiamo controllarlo. Ma no, non è così. Quanto è difficile accettare che qualcuno possa davvero farci del male? Farci così male?


"Se siamo noi il problema forse possiamo controllarlo". E' questo che - tendenzialmente - una vittima pensa nel momento in cui decide di non denunciare. Pensa di poterlo gestire, di saperlo gestire, perchè è ciò che gli è stato insegnato. A non disturbare. Spesso le donne che subiscono un abuso, una violenza, una molestia sono le stesse donne che mettono da parte se stesse per il bene altrui. Che si nascondono dietro agli altri per non dare fastidio. Già macchiate da una parabola antica ripetuta dai padri, dalle madri, dalle nonne e dai nonni. Dal vicino di casa, dai cugini. A scuola, dai compagni. "E' vergogna". 
Cos'è la vergogna? Secondo il Vocabolario Treccani la parola "vergogna" deriva dal latino verecundia (da vereri, temere o avere rispetto) ed è descritta come un sentimento di turbamento o disagio legato al timore di una riprovazione morale o sociale, oppure come causa di disonore e discredito. Il paradosso è che - soprattutto nei casi di violenza sessuale - la vergogna viene rilegata alla vittima e non al carnefice. Il motivo? La vittima pensa di essere responsabile in qualche modo di ciò che ha subito. E pensa di non aver fatto abbastanza per poterlo evitare. 

La violenza sommersa. I dati

Secondo l'indagine Istat del 2025, circa 6,4 milioni di donne italiane tra i 16 e i 75 anni, pari al 31,9%, hanno subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita, a partire dai 16 anni. Di queste, circa 4,7 milioni dichiarano di aver subito violenze sessuali, mentre oltre 1,1 milioni hanno vissuto uno stupro o un tentativo di stupro. Numeri impressionanti, che tuttavia non raccontano interamente il fenomeno. Perché la distanza tra ciò che accade e ciò che viene denunciato continua a essere enorme. Il dato più significativo riguarda le violenze commesse all'interno delle relazioni sentimentali. Secondo l'Istat, soltanto il 10,5% delle donne che hanno subito violenze fisiche o sessuali dal partner o dall'ex partner nei cinque anni precedenti l'intervista ha presentato denuncia. Significa che l'89,5% delle vittime non si è rivolta formalmente alle autorità giudiziarie. Una percentuale che restituisce la portata del sommerso e dimostra quanto il numero delle denunce rappresenti soltanto una parte della violenza realmente subita. La mancata denuncia non coincide necessariamente con l'accettazione della violenza. Dietro il silenzio possono esserci paura, dipendenza economica, figli da proteggere, isolamento sociale, timore delle conseguenze e difficoltà a riconoscere come reato comportamenti che si ripetono all'interno di una relazione. Le violenze, inoltre, non si esauriscono nelle aggressioni fisiche. Il 17,9% delle donne che hanno o hanno avuto un partner dichiara di aver subito violenza psicologica, mentre il 6,6% riferisce forme di violenza economica. Controllo del denaro, limitazioni dell'autonomia personale, umiliazioni e minacce possono diventare strumenti attraverso i quali la vittima viene progressivamente privata della possibilità di scegliere.

Gli abusi mai raccontati, il silenzio comincia nell'infanzia

La dimensione nascosta emerge con particolare evidenza quando si analizzano le violenze subite durante l'infanzia. Un'altra indagine Istat del 2025 rivela che circa tre milioni di donne italiane hanno subito violenze fisiche o sessuali prima dei 16 anni. Tra queste, quasi 1,65 milioni dichiarano esperienze di violenza sessuale. Ma il dato che colpisce maggiormente riguarda la possibilità di raccontare quanto accaduto: oltre il 58% delle vittime di violenza sessuale durante l'infanzia non ne ha parlato con nessuno quando era bambina. Un silenzio che può accompagnare le persone per anni, talvolta fino all'età adulta. Gli autori delle violenze, secondo l'Istat, sono frequentemente persone conosciute dalle vittime, tra cui parenti, amici e conoscenti della famiglia. Il rapporto di fiducia con l'autore, la giovane età e la difficoltà di comprendere ciò che sta accadendo possono rendere ancora più complicata la possibilità di chiedere aiuto.
Calabria, la violenza che non entra nelle statistiche
In Calabria la questione assume una dimensione particolarmente delicata. I dati disponibili consentono di osservare una parte del fenomeno, ma non permettono ancora di stabilire con precisione quante donne subiscano violenze senza mai denunciarle. Il Piano regionale contro la violenza di genere, approvato nel marzo 2026, riconosce esplicitamente la persistenza della sottodenuncia e individua nella paura, nei fattori culturali e nella dipendenza socioeconomica alcuni degli ostacoli che impediscono alle vittime di rivolgersi alle autorità. Nel 2023 sono state 1.355 le chiamate provenienti dalla Calabria al numero nazionale antiviolenza 1522. Un dato che testimonia il ricorso ai servizi di ascolto, ma che non può essere interpretato come il numero delle donne vittime di violenza né come quello delle denunce presentate. Una telefonata può rappresentare il primo tentativo di chiedere aiuto, la ricerca di informazioni o la necessità di comprendere come uscire da una relazione violenta. Non sempre, però, si traduce nell'avvio di un procedimento giudiziario. La stessa Regione evidenzia come i casi seguiti dai centri antiviolenza superino quelli formalmente denunciati, confermando l'esistenza di una parte del fenomeno che emerge nei servizi di assistenza senza raggiungere necessariamente le autorità giudiziarie.

Da Cosenza a Reggio Calabria, cinque province e un fenomeno difficile da misurare

Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria, Crotone e Vibo Valentia rappresentano cinque territori nei quali la violenza sulle donne può essere osservata attraverso indicatori differenti. Le denunce raccolte dalle forze dell'ordine descrivono i reati portati a conoscenza delle autorità. Gli accessi ai pronto soccorso possono intercettare conseguenze fisiche e psicologiche delle aggressioni. I centri antiviolenza accolgono donne che chiedono sostegno e protezione, anche quando non hanno presentato denuncia. Il numero 1522, infine, rappresenta un ulteriore canale attraverso il quale possono emergere situazioni di abuso. Sono strumenti che osservano aspetti diversi della stessa realtà, senza però restituire automaticamente un conteggio complessivo delle vittime. Una donna può rivolgersi a più servizi oppure non contattarne nessuno. Può accedere al pronto soccorso senza dichiarare l'origine delle lesioni, chiedere assistenza a un centro antiviolenza senza denunciare il compagno oppure interrompere il percorso di sostegno. Per questa ragione non è possibile sommare i dati provenienti dalle diverse strutture e considerarli un numero esatto di vittime. A complicare ulteriormente la ricostruzione interviene la disponibilità delle informazioni sanitarie. Nelle elaborazioni Istat sugli accessi ai pronto soccorso per violenza, infatti, la Calabria è stata esclusa da alcuni confronti per la mancata distinzione dei dati secondo il genere. Una lacuna che rende ancora più difficile confrontare la situazione regionale con quella delle altre aree del Paese.

La paura di denunciare e il peso della dipendenza economica

Per comprendere il fenomeno della violenza sommersa bisogna andare oltre il dato statistico e interrogarsi sulle ragioni che impediscono alle donne di chiedere aiuto. Le rilevazioni Istat sulle persone che si rivolgono al 1522 confermano il ruolo della paura e del timore delle reazioni dell'autore della violenza. La dipendenza economica può rappresentare un ulteriore ostacolo. Quando una donna non dispone di un reddito sufficiente, di un'abitazione alternativa o di una rete familiare capace di sostenerla, interrompere una relazione violenta può diventare estremamente difficile. A questi fattori si aggiungono il timore di non essere credute, la vergogna, il senso di colpa e la preoccupazione per i figli. La violenza domestica, inoltre, può svilupparsi attraverso comportamenti progressivi, nei quali il controllo psicologico precede o accompagna le aggressioni fisiche. Non sempre la vittima riconosce immediatamente la gravità della situazione, soprattutto quando gli episodi sono alternati a promesse di cambiamento e apparenti riconciliazioni.

Centri antiviolenza e case rifugio, una rete ancora insufficiente

Il Piano regionale del 2026 fotografa anche la capacità della Calabria di rispondere alle richieste di protezione. Il documento censisce 13 centri antiviolenza e 11 case rifugio, oltre a tre centri dedicati agli uomini autori di violenza. Una rete che la stessa Regione considera insufficiente rispetto alle necessità del territorio. La distribuzione non omogenea dei servizi rischia di rendere più complicato l'accesso all'assistenza, soprattutto per le donne che vivono nei piccoli comuni e nelle aree interne. La distanza dai servizi, l'assenza di collegamenti efficienti e le difficoltà economiche possono trasformarsi in ulteriori ostacoli per chi sta cercando di sottrarsi a una situazione di pericolo. Il problema, dunque, non riguarda soltanto la disponibilità di strutture di accoglienza, ma anche la possibilità concreta di raggiungerle e di costruire percorsi che garantiscano autonomia abitativa, lavorativa ed economica. Le statistiche giudiziarie consentono di conoscere quanti reati vengono denunciati, ma non quante violenze si verificano realmente. Le indagini campionarie permettono di stimare la diffusione del fenomeno, senza però individuare ogni singolo episodio.

È in questa distanza che si colloca la violenza sommersa

Nel 2025, tra le persone che hanno contattato il 1522 dichiarandosi vittime, 11.318 hanno riferito di non aver presentato denuncia, mentre 2.173 hanno dichiarato di averlo fatto. Altre 313 avevano denunciato per poi ritirare la denuncia. Su questo specifico aspetto, tuttavia, quasi la metà degli interlocutori non ha fornito una risposta. Anche questi dati mostrano quanto sia complesso ricostruire il percorso delle vittime e quanto il semplice numero delle denunce non possa essere considerato una misura esaustiva del fenomeno. Per la Calabria la sfida è ancora più evidente: costruire un quadro conoscitivo capace di mettere in relazione le informazioni delle cinque province, distinguendo le denunce, gli accessi sanitari, le richieste di assistenza e i percorsi nei centri antiviolenza.

Ma resta una domanda alla quale nessun archivio giudiziario può rispondere completamente: quante donne, dopo aver subito una violenza, continuano a vivere nel silenzio senza aver mai trovato la possibilità di raccontarla?