Le chiacchiere di Carnevale, regine della tradizione dolciaria calabrese
Tra nomi diversi e ricette di famiglia, un dolce simbolo che racconta identità, memoria e convivialità
Durante il Carnevale, sulle tavole calabresi non possono mancare loro: sottili, dorate, leggere e irresistibilmente croccanti. Chiamate chiacchiere, frappe, guanti o sfrappole a seconda delle zone, queste sfoglie fritte rappresentano uno dei simboli più riconoscibili della festa. Cambia il nome, ma non la sostanza: un dolce povero negli ingredienti e ricchissimo di significato, legato a una ritualità domestica che si rinnova ogni anno, tra gesti tramandati e profumi che invadono le case.
Tra identità locali e saperi di famiglia
In Calabria, la preparazione delle chiacchiere è un vero e proprio rito collettivo. Ogni famiglia custodisce la propria variante, il proprio segreto: una sfoglia tirata più sottile, un riposo più lungo dell’impasto, l’aggiunta di anice, grappa o vino bianco per dare carattere. Il risultato deve essere uno solo: bolle in superficie, fragranza assoluta e una leggerezza che le rende riconoscibili al primo morso. Non è solo cucina, ma un linguaggio identitario che racconta territori, stagioni e convivialità.
Un patrimonio che resiste al tempo
Al di là della ricetta, le chiacchiere incarnano il senso stesso del Carnevale: abbondanza, condivisione e piacere prima del tempo della rinuncia. Continuano a essere preparate nelle case, nei forni e nelle pasticcerie artigianali, spesso riscoprendo ingredienti antichi come lo strutto o il miele di fichi e castagno. Un dolce semplice che attraversa le generazioni e che, anno dopo anno, mantiene intatto il suo ruolo di regina del Carnevale calabrese, tra memoria, gusto e appartenenza culturale.