sanità

In Calabria, ammalarsi è una sfida. Curarsi, una conquista. Guarire, quasi un miracolo. Non stiamo parlando di un Paese del terzo mondo, ma di una Regione italiana dove l’articolo 32 della Costituzione – quello che garantisce il diritto alla salute – è diventato carta straccia.

Liste d’attesa infinite e burocrazia più lenta della malattia

Chiunque viva in questa terra lo sa: prenotare una visita specialistica è come partecipare a una lotteria con estrazione semestrale. Le liste d’attesa, che altrove si misurano in giorni o settimane, qui si calcolano in stagioni. Cardiologia? Sei mesi. Risonanza? Centoventi giorni, “se va bene”. Visita oncologica? Speriamo che il male sia più lento della burocrazia.

Cittadini costretti a arrangiarsi tra privato e viaggi della speranza

Nel frattempo, i cittadini si arrangiano come possono. C’è chi si indebita per rivolgersi al privato. Chi prende un treno della speranza verso Roma o Bologna. Chi si affida a Dio e alle erbe di nonna. Perché qui, più che un sistema sanitario, abbiamo un sistema disintegrato. E la politica? Sta a guardare. Quando non taglia.

I fondi che non arrivano dove servono davvero

Ogni anno, la Regione Calabria spende milioni per la sanità. Ma dove finiscono? Di certo non nei reparti, sempre più deserti. Non nei medici, costretti a turni massacranti con stipendi da fame. Non negli strumenti diagnostici, spesso rotti, obsoleti, o inesistenti. I fondi, quelli veri, sembrano evaporare nel caldo torrido dell’inefficienza.

Pronto soccorso al collasso e ospedali in difficoltà strutturale

Parliamo di pronto soccorso dove i pazienti aspettano ore su una sedia di plastica, perché le barelle mancano. Di reparti chiusi “per carenza di personale”, come se fosse una condizione meteorologica, non una responsabilità gestionale. Parliamo di ospedali fatiscenti, con bagni fuori uso e letti rotti. Di ambulanze ferme per mancanza di autisti. Di medici che fuggono altrove, perché qui rischiano di lavorare senza protezioni, strumenti e dignità.

Riforme annunciate e risultati che non arrivano

Eppure, ogni anno si celebra il grande rito della “riforma sanitaria”. Parole vuote, slogan lisciati come marmo, promesse elettorali cucinate a puntino. “Modernizzazione”, “integrazione digitale”, “territorializzazione della medicina”. Ma intanto, la gente continua a morire in sala d’attesa.

Le storie che raccontano il fallimento del sistema

C’è la signora Maria, 68 anni, che ha dovuto aspettare 9 mesi per un esame diagnostico urgente. Quando finalmente l’ha fatto, era troppo tardi. C’è il piccolo Luca, 6 anni, spedito a Napoli perché in Calabria non si trova un neuropsichiatra infantile nel raggio di 100 km. E poi ci sono quelli che non hanno voce. Che rinunciano a curarsi. Che muoiono in silenzio, cancellati da un sistema che li ha dimenticati.

Il privato cresce mentre il pubblico arretra

Nel frattempo, il privato prospera. La sanità pubblica arranca, e le cliniche private ringraziano. Chi ha soldi, si cura. Chi non li ha, aspetta. Ma aspettare qui, in Calabria, può voler dire rinunciare. O morire.

Piano di rientro e tagli ai servizi essenziali

La narrazione ufficiale dice che la Regione è sotto piano di rientro. Che i conti vanno risanati. Che bisogna stringere la cinghia. Ma la realtà è che si risana tagliando i servizi essenziali, non le spese inutili. Si risana chiudendo reparti, non ristrutturando. Si risana togliendo ambulanze, non sprechi.

Il sospetto di un sistema che favorisce altri interessi

E allora nasce il sospetto – più che legittimo – che il problema non siano solo i conti, ma la volontà. Perché una sanità pubblica debole è il miglior regalo che si possa fare al privato. E una Regione cronicamente malata è un terreno fertile per interessi trasversali, zone grigie e silenzi colpevoli.

Commissari, piani e promesse mentre i cittadini aspettano

La politica si presenta puntualmente con la soluzione in tasca. Un nuovo commissario, un nuovo piano, un’altra task force. Intanto, da Locri a Rossano, da Cosenza a Vibo, i cittadini aspettano. E muoiono. Ogni giorno, un piccolo, silenzioso disastro.

La rassegnazione come parte del problema

Qualcuno dice: “ma è sempre stato così”. Ecco, no. Questa rassegnazione è veleno. È parte del problema. Dire che non si può cambiare è il modo più efficace per lasciare tutto com’è. E oggi com’è? Malato. Marcio. Irrispettoso.

Il rispetto della vita e il valore dei cittadini

Perché la sanità non è solo una questione di fondi, ma di rispetto per la vita. E qui, in Calabria, la vita di un cittadino vale meno di un faldone sulla scrivania di un dirigente. Vale meno di un convegno. Meno di una conferenza stampa. Meno di una nomina.

Una regione che non può più permettersi questo scenario

Nel 2024, una Regione come la Calabria non può permettersi ospedali senza anestesisti. Non può avere interi territori privi di ambulatori. Non può costringere i propri cittadini a viaggi della speranza per un diritto basilare. Non può più far finta che vada tutto bene.

La retorica dei risultati e la realtà degli ospedali

E invece si fa. Si fa finta. Si celebra la resilienza. Si applaudono i risultati che non esistono. Si distribuiscono attestati di merito, mentre gli ospedali crollano – letteralmente – sotto l’umidità e l’incuria.

La richiesta di trasparenza e responsabilità

È ora di dire basta. Con nomi e cognomi. Con responsabilità precise. È ora di pretendere bilanci chiari, assunzioni trasparenti, strumenti funzionanti. È ora che chi gestisce la sanità regionale si ricordi che dietro ogni numero c’è una persona. Un corpo. Una speranza.

Il ruolo dei cittadini e il diritto alla cura

E sì, è ora anche che i cittadini si facciano sentire. Che smettano di accettare l’ennesima “riforma” scritta su PowerPoint. Che rivendichino il diritto di essere curati come italiani, non come cittadini di serie Z. Perché la sanità non è carità. È un pilastro dello Stato. E se quello crolla, non restano che le macerie.