Un terreno irrigato
Un terreno irrigato

Un agricoltore può acquistare nuovi macchinari, investire in impianti moderni, scegliere varietà più produttive e migliorare la qualità delle proprie coltivazioni. Ma se l'acqua non arriva quando serve, tutti questi investimenti rischiano di perdere valore. È una delle contraddizioni dell'agricoltura calabrese, dove la disponibilità della risorsa idrica non coincide necessariamente con la capacità di distribuirla in maniera efficiente alle aziende. Il problema non riguarda soltanto la siccità e l'aumento delle temperature. Riguarda anche infrastrutture realizzate decenni fa, condotte deteriorate, impianti di sollevamento energivori e sistemi di distribuzione che non sempre riescono a rispondere alle esigenze delle coltivazioni moderne. Il risultato è un costo economico che spesso non compare nelle statistiche più conosciute: quello dell'acqua disponibile sulla carta, ma non utilizzabile nei campi nel momento in cui le piante ne hanno bisogno. Per molte imprese agricole questo significa ricorrere a sistemi alternativi di approvvigionamento, affrontare ulteriori spese energetiche, riorganizzare i turni di lavoro e convivere con l'incertezza sulla quantità e sulla qualità del raccolto. Una situazione che pesa soprattutto sulle aziende specializzate nelle colture irrigue, dove la regolarità della distribuzione idrica può determinare la differenza tra una stagione redditizia e una perdita economica.

I numeri del CREA: meno del 28% degli impianti consortili viene utilizzato

A fotografare le debolezze del sistema è il rapporto L'agricoltura calabrese conta 2025, pubblicato dal Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria, il CREA. Sulla base dei dati del 2020, in Calabria risultavano effettivamente irrigati 61.895 ettari di terreno agricolo, distribuiti tra circa 23mila aziende. Dieci anni prima la superficie irrigata era pari a 74.757 ettari, con oltre 32mila aziende coinvolte. La diminuzione è stata quindi di circa il 17% per la superficie e di quasi il 30% per il numero delle imprese. Ancora più significativo è il confronto tra le infrastrutture disponibili e il loro effettivo utilizzo. Secondo il CREA, nei comprensori gestiti dal sistema consortile calabrese la superficie attrezzata per l'irrigazione è stimata in circa 82.500 ettari, ma quella effettivamente irrigata attraverso il servizio collettivo si ferma a circa 23mila ettari. In termini percentuali, significa che meno del 28% della superficie dotata di infrastrutture irrigue viene utilizzata attraverso questi impianti. Il dato non significa che il restante 72% dell'acqua venga disperso nelle condotte. Indica, invece, una forte distanza tra la capacità infrastrutturale esistente e l'effettivo ricorso al servizio irriguo collettivo. Una parte importante del fenomeno viene ricondotta dal CREA all'obsolescenza degli impianti, ancora caratterizzati in molti casi da canalizzazioni a superficie libera e da sistemi poco compatibili con le necessità delle moderne attrezzature aziendali. Questo induce diversi agricoltori a preferire l'approvvigionamento autonomo, principalmente attraverso pozzi.

Pozzi privati e pompe elettriche: gli agricoltori pagano per sostituire le infrastrutture

La conseguenza economica più evidente è il trasferimento di una parte dei costi della distribuzione idrica direttamente sulle imprese. Dei circa 62mila ettari irrigati censiti nel 2020, oltre 38mila utilizzavano forme autonome di approvvigionamento, mentre poco più di 23mila dipendevano dall'irrigazione collettiva. Un sistema autonomo permette all'azienda di decidere quando irrigare, ma comporta spese che possono essere considerevoli. Occorrono investimenti per realizzare e mantenere i pozzi autorizzati, acquistare pompe e apparecchiature, installare tubazioni, sostenere gli eventuali costi amministrativi e garantire l'alimentazione energetica degli impianti. Il peso maggiore può essere rappresentato proprio dall'energia elettrica, necessaria per sollevare l'acqua e distribuirla attraverso i sistemi di irrigazione. Quando il prezzo dell'elettricità aumenta, irrigare diventa più costoso. Quando la falda si abbassa e occorre sollevare l'acqua da profondità maggiori, a parità di altre condizioni può aumentare anche il fabbisogno energetico. L'impresa agricola finisce così per sostenere un costo che dovrebbe essere valutato insieme a quello delle infrastrutture pubbliche: quanto paga un produttore per garantirsi autonomamente un servizio che la rete collettiva non riesce a offrire in maniera competitiva? Non esiste un importo unico valido per tutta la Calabria. Il costo dipende dalla profondità del pozzo, dalla portata, dalla superficie coltivata, dalla tecnologia impiegata e dalle ore di funzionamento. Proprio per questo sarebbe necessario disporre di confronti economici territoriali, capaci di misurare quanto incida l'irrigazione sul costo di produzione di agrumi, ortaggi e altre colture.

La crisi della Piana di Sibari e i turni d'acqua ogni quindici giorni

Un caso concreto è emerso nell'estate 2026 nella Piana di Sibari e nell'area di Corigliano-Rossano. Ad agosto, numerosi produttori agricoli hanno denunciato difficoltà nella distribuzione dell'acqua, lamentando turni di irrigazione che in alcune zone arrivavano a una frequenza di appena una volta ogni quindici giorni. La questione è approdata anche in Consiglio regionale attraverso un'interrogazione presentata il 3 agosto dal consigliere Francesco De Cicco. Nel documento venivano segnalate le difficoltà degli agrumicoltori, alle prese con temperature elevate e una disponibilità idrica considerata insufficiente a soddisfare il fabbisogno delle piante. Le conseguenze denunciate comprendevano la caduta anticipata dei frutti, la riduzione della crescita e il rischio di danni agli impianti produttivi. Si tratta di criticità particolarmente importanti per l'agrumicoltura, dove la disponibilità d'acqua in determinate fasi dello sviluppo può influire sulla pezzatura, sulla qualità commerciale e sulla produttività. Un frutto più piccolo o danneggiato non comporta soltanto una riduzione della resa agricola: può ottenere prezzi inferiori oppure non rispettare gli standard richiesti da determinati mercati. La perdita economica può quindi manifestarsi anche quando una parte del raccolto viene comunque portata a termine. Inoltre, nei casi più gravi, lo stress idrico prolungato può compromettere la salute delle piante e avere effetti sulle campagne successive.

Le spiegazioni del Consorzio: pompe guaste e condotte deteriorate

La crisi registrata nell'area di Rossano ha portato anche a un chiarimento da parte del Consorzio di Bonifica della Calabria. Nell'agosto 2026, il commissario Giacomo Giovinazzo e il dirigente Antonio Rotella hanno spiegato che il disservizio era stato aggravato dal guasto quasi contemporaneo di due pompe, in un sistema caratterizzato da infrastrutture datate e da elevati costi di sollevamento. Il Consorzio ha riconosciuto anche una sottovalutazione iniziale della criticità, illustrando gli interventi programmati per ripristinare una distribuzione più regolare. Tra questi figuravano la sostituzione di una condotta deteriorata e l'installazione di una nuova pompa, mentre i turni di erogazione erano stati riportati a intervalli di circa otto-dieci giorni. Il caso dimostra quanto possa incidere il guasto di alcuni component  su un intero sistema produttivo. Una pompa fuori servizio, una condotta danneggiata o un tratto di rete che perde acqua possono determinare conseguenze molto più ampie rispetto al costo della singola riparazione. Il problema riguarda la continuità produttiva delle imprese che dipendono da quelle infrastrutture. Se l'erogazione viene interrotta durante una fase particolarmente delicata della stagione agricola, anche un intervento di ripristino relativamente rapido potrebbe non evitare completamente le conseguenze sulle colture.

Cassano allo Ionio, duemila metri di canalette riconvertite dopo i danni alluvionali

Non mancano, tuttavia, gli interventi di ammodernamento e ripristino già realizzati. Nel luglio 2026 il Consorzio di Bonifica della Calabria ha comunicato la riattivazione del servizio irriguo in contrada Lattughelle, nel territorio di Cassano allo Ionio, dopo i danni provocati dagli eventi alluvionali dell'inverno precedente. L'intervento ha richiesto la riconversione di circa duemila metri di vecchie canalette mediante l'utilizzo di condotte in polietilene, con l'obiettivo di ripristinare il funzionamento della linea primaria. Il Consorzio ha inoltre prospettato il completamento di un sistema moderno in pressione, finalizzato a ridurre i consumi idrici e migliorare l'efficienza della distribuzione. Questa esperienza evidenzia un aspetto centrale: la manutenzione delle infrastrutture irrigue non riguarda soltanto la capacità di affrontare la siccità. Riguarda anche la loro vulnerabilità agli eventi meteorologici estremi. Una rete danneggiata dalle alluvioni può lasciare senza acqua i campi proprio durante la successiva stagione estiva, quando il fabbisogno delle colture aumenta. La Calabria deve quindi affrontare due esigenze apparentemente opposte: proteggere le infrastrutture dall'eccesso d'acqua e garantire che quella disponibile possa essere distribuita durante i periodi più asciutti.

Consorzi di bonifica e contributi: il nodo del servizio pagato dagli agricoltori

Accanto alle difficoltà tecniche emerge una questione economica e amministrativa particolarmente delicata: il rapporto tra contributi richiesti alle aziende agricole e servizi effettivamente garantiti. Durante la crisi irrigua dell'estate 2026, diversi produttori hanno contestato la necessità di sostenere oneri consortili a fronte di un servizio ritenuto insufficiente. Le interrogazioni regionali hanno chiesto di valutare anche possibili misure di sospensione o compensazione dei contributi nei casi di disservizio. È importante distinguere, tuttavia, tra i contributi connessi alla bonifica e quelli relativi all'erogazione dell'acqua irrigua: non sono necessariamente la stessa cosa e possono rispondere a presupposti differenti. Per stabilire se un importo sia dovuto e se possa essere contestato occorre esaminare il piano di classifica, la natura del contributo, i benefici previsti e le disposizioni applicabili. Resta però una questione sostanziale: le aziende agricole devono poter conoscere con chiarezza quali servizi vengono finanziati attraverso i contributi richiesti e quali risultati producono le risorse versate. Per questo sarebbe utile rendere facilmente consultabili le informazioni relative agli interventi effettuati, ai guasti, alle riparazioni, ai tempi di interruzione e ai volumi d'acqua distribuiti nei singoli comprensori. La trasparenza permetterebbe anche di distinguere le difficoltà provocate da condizioni climatiche eccezionali da quelle riconducibili a problemi strutturali o organizzativi.

Oltre 259 milioni di investimenti: la sfida è trasformarli in acqua disponibile

Il sistema irriguo calabrese non parte da zero sul fronte dei finanziamenti. Secondo il rapporto CREA 2025, tra il 2018 e il 2024 sono stati finanziati interventi per oltre 259,6 milioni di euro destinati all'ammodernamento delle reti consortili. Una volta completati, questi progetti dovrebbero consentire un risparmio idrico annuo stimato superiore a 94,7 milioni di metri cubi. Si tratta di una prospettiva rilevante per una regione il cui fabbisogno irriguo complessivo è stato stimato, sulla base di elaborazioni riferite al 2021, in circa 520 milioni di metri cubi annui. Ma tra un finanziamento approvato e un beneficio effettivo per gli agricoltori esistono passaggi fondamentali: progettazione, autorizzazioni, appalti, realizzazione dei lavori, collaudi e messa in esercizio. Il risparmio idrico stimato dal CREA rappresenta quindi un beneficio atteso a completamento degli interventi, non una quantità che si possa considerare già recuperata. Ed è proprio qui che si concentra una delle domande più importanti per le politiche agricole regionali: quanti dei progetti finanziati sono oggi pienamente operativi e quanti metri cubi d'acqua consentono effettivamente di risparmiare? Senza una verifica pubblica dei risultati, il rischio è valutare la modernizzazione soltanto attraverso le somme stanziate, senza misurare il miglioramento reale del servizio.

Dal campo al mercato: quando la mancanza d'acqua diventa una perdita per tutta la filiera

Il costo di un sistema irriguo inefficiente non si ferma ai confini dell'azienda agricola. Un agrumeto che produce meno comporta una riduzione della quantità di frutta disponibile per la commercializzazione. Un raccolto caratterizzato da pezzature inferiori può ottenere una remunerazione più bassa. Una produzione compromessa può ridurre il lavoro necessario per raccolta, selezione, confezionamento e trasporto. Le conseguenze si estendono quindi ai magazzini di lavorazione, agli operatori della logistica, ai trasportatori e alle imprese di trasformazione. Nella Piana di Sibari, dove l'agrumicoltura rappresenta una componente importante dell'economia agricola, una crisi irrigua prolungata può avere effetti sull'intero sistema produttivo. Lo stesso ragionamento vale per gli altri comprensori calabresi caratterizzati da produzioni ortofrutticole ad alta intensità di lavoro. A questo si aggiunge il problema della competitività. Un'impresa costretta ad affrontare maggiori costi per procurarsi l'acqua deve assorbirli attraverso una riduzione dei margini oppure cercare di recuperarli attraverso prezzi di vendita più elevati. Ma in molti mercati agricoli il produttore dispone di uno spazio limitato per trasferire gli aumenti dei costi sugli acquirenti. Il risultato può essere una compressione ulteriore della redditività, soprattutto nelle aziende più piccole e meno capitalizzate.

La Calabria deve misurare l'efficienza delle reti, non soltanto finanziare nuovi interventi

La modernizzazione delle infrastrutture irrigue richiede investimenti, ma anche una diversa capacità di programmazione. Sostituire le condotte deteriorate, installare misuratori, introdurre sistemi di telecontrollo e migliorare la gestione dei turni può contribuire a ridurre le dispersioni e rendere più affidabile il servizio. Il PNRR nazionale, attraverso gli investimenti destinati alla resilienza del sistema irriguo, ha previsto proprio interventi di efficientamento delle reti, digitalizzazione e misurazione dei consumi. Per la Calabria, tuttavia, la sfida consiste soprattutto nell'individuare le priorità e nel verificare gli effetti degli interventi sui territori. Non tutte le infrastrutture presentano le stesse criticità e non tutti i comprensori necessitano delle medesime soluzioni. In alcune zone il problema principale può essere rappresentato dalle perdite nelle condotte. In altre dalla mancanza di pressione, dai costi energetici o dalla difficoltà di programmare una distribuzione compatibile con le esigenze agronomiche. Occorre quindi conoscere il funzionamento dei singoli impianti e monitorarne le prestazioni. La gestione del servizio dovrebbe essere valutata attraverso indicatori concreti: continuità dell'erogazione, volumi distribuiti, tempi necessari per riparare i guasti, superfici effettivamente servite e costi per le imprese. Soltanto così sarà possibile comprendere quanto gli investimenti pubblici contribuiscano realmente alla competitività dell'agricoltura regionale.

L'acqua come infrastruttura economica: il futuro delle campagne passa dalla distribuzione

La questione dell'irrigazione viene spesso affrontata soltanto durante le emergenze estive, quando le temperature aumentano, i campi hanno bisogno d'acqua e gli agricoltori denunciano le difficoltà. Ma l'efficienza delle reti dovrebbe essere considerata una priorità economica permanente. L'acqua non rappresenta soltanto una risorsa naturale. Per l'agricoltura è un fattore produttivo fondamentale, al pari dell'energia, delle attrezzature e del lavoro. Una distribuzione irregolare può compromettere gli investimenti realizzati dalle imprese, ridurne i margini e scoraggiare nuovi progetti produttivi. La Calabria dispone di un patrimonio agricolo importante e di infrastrutture che, secondo i dati disponibili, presentano ancora ampi margini di miglioramento. Gli investimenti annunciati e finanziati costituiscono un'opportunità, ma il risultato dovrà essere misurato direttamente nei campi. Perché agli agricoltori non basta sapere quanti milioni sono stati destinati alla modernizzazione delle reti. Devono poter contare su un servizio affidabile, su costi sostenibili e sulla possibilità di programmare le produzioni senza temere che un guasto comprometta mesi di lavoro. Il vero costo nascosto delle reti irrigue inefficienti non è soltanto l'acqua che si disperde. È il reddito che le aziende non riescono a produrre, il lavoro che rischia di scomparire e il valore economico che la Calabria perde ogni volta che una risorsa essenziale non arriva dove dovrebbe.