cinghiali

Un campo di patate può essere compromesso in una notte. Un vigneto può ritrovarsi con filari danneggiati, un noccioleto perdere una parte importante della produzione, un terreno appena seminato essere rivoltato alla ricerca di cibo.

Per molte aziende agricole calabresi il cinghiale non è più soltanto fauna selvatica che occasionalmente attraversa i campi. È diventato una voce di costo.

E non una voce marginale.

Il Piano straordinario regionale per la gestione e il contenimento della specie, approvato dalla Calabria alla fine del 2024 e valido fino al 2029, mette per la prima volta nero su bianco alcuni numeri. Nel 2023 i danni alle colture riconosciuti e liquidati hanno raggiunto 1.000.963 euro. Per il 2024, con dati ancora parziali aggiornati ai primi mesi dell’anno, erano già stati contabilizzati altri 646.257 euro.

In meno di un anno e mezzo si supera dunque quota 1,6 milioni di euro di danni agricoli formalmente riconosciuti.

Ma è proprio la Regione a precisare che questa cifra racconta soltanto una parte del problema.

Il primo problema: non sappiamo ancora quanto costa davvero

Il Piano regionale ammette infatti che le informazioni raccolte rappresentano una sottostima del fenomeno e che non esistono ancora dati omogenei e completi per tutto il territorio calabrese.

Gli importi ufficiali riguardano le richieste presentate dagli agricoltori, sottoposte a perizia e successivamente liquidate. Restano quindi fuori tutti quei danni che non vengono denunciati, le pratiche non concluse, le perdite ritenute troppo piccole per affrontare l’iter burocratico e soprattutto i costi indiretti che non entrano necessariamente nell’indennizzo.

È qui che il conto reale comincia a diventare molto più difficile da calcolare.

Un agricoltore non perde soltanto il valore della produzione mangiata o distrutta. Può dover riseminare, ripristinare un impianto, ricostruire una recinzione, pagare una relazione tecnica, dedicare ore di lavoro alla pratica di risarcimento e investire altro denaro per impedire che il problema si ripresenti.

Il danno amministrativamente riconosciuto e il costo economico effettivamente sostenuto dall’impresa non coincidono necessariamente.

Crotone è il territorio che emerge con maggiore forza dai dati

La fotografia regionale mostra forti differenze territoriali. Nel 2023, nel solo ambito crotonese preso in considerazione dal Piano, risultano 114 liquidazioni per 732.116 euro. Nei dati parziali del 2024 se ne aggiungono altre 42 per oltre 189mila euro.

In poco più di un anno il territorio supera quindi 920mila euro di indennizzi per colture danneggiate.

Numeri importanti emergono anche nel Vibonese. Nell’ambito VV1 risultano oltre 185mila euro liquidati nel 2023 e altri 181mila nel periodo parziale del 2024, mentre VV2 registra ulteriori 167mila euro nel 2023.

Catanzaro presenta importi inferiori, mentre il dato disponibile per il Cosentino è molto più contenuto. Ma confrontare direttamente le province sarebbe fuorviante: il documento regionale sottolinea proprio la disomogeneità nella raccolta dei dati, che rende difficile costruire una classifica realmente esaustiva.

Il numero più basso, dunque, non significa necessariamente meno cinghiali o meno danni.

Può significare semplicemente meno pratiche registrate.

La Regione stima oltre 300mila cinghiali

Dietro al problema economico c’è la consistenza della popolazione. Il Piano regionale spiega che ottenere una stima precisa dei cinghiali è particolarmente complesso per le caratteristiche della specie e per l’assenza di serie storiche complete. Utilizzando i dati degli abbattimenti tra il 2019 e il 2023 e modelli di stima della densità, la Regione ritiene tuttavia ragionevole ipotizzare una presenza di oltre 300mila esemplari sul territorio calabrese.

Ancora più significativo è il passaggio successivo.

Se la tendenza non venisse invertita, secondo il documento regionale la crescita della popolazione diventerebbe incompatibile con le condizioni d’uso del territorio.

Tradotto dal linguaggio tecnico: oltre una certa soglia, la convivenza tra una presenza così elevata di animali selvatici e l’attività agricola diventa economicamente sempre più difficile.

Il cinghiale non mangia soltanto il raccolto

Il danno visibile è quello più semplice da fotografare. Il campo viene devastato, la produzione scompare e l’agricoltore presenta la richiesta di indennizzo.

Ma l’impatto può iniziare molto prima della raccolta.

I cinghiali possono dissotterrare sementi, danneggiare tubazioni per l’irrigazione, compromettere giovani piante e rompere recinzioni. Nei frutteti e nei noccioleti il problema può ripetersi anno dopo anno.

Nel 2025, per esempio, Cia Calabria ha riportato il caso delle aziende della filiera della nocciola, dove secondo i produttori la fauna selvatica, con particolare riferimento a cinghiali e istrici, avrebbe compromesso circa un terzo della produzione in alcune realtà coinvolte nel progetto “Nocciola Italia”. E questo nonostante la presenza di recinzioni metalliche ed elettrificate.

Il punto è proprio questo: anche proteggersi costa. E se una recinzione non basta, occorre rinforzarla, controllarla e mantenerla.

Il costo invisibile delle recinzioni

Nel linguaggio dei bilanci regionali compaiono gli indennizzi. Nel bilancio di un’azienda agricola compaiono invece anche pali, rete, elettrificatori, batterie, manutenzione e tempo.

Il Piano straordinario regionale considera infatti la prevenzione uno degli elementi necessari per ridurre l’impatto economico della fauna selvatica e richiama esplicitamente l’utilizzo di recinzioni nelle aree agricole maggiormente vulnerabili.

Ma prevenire un danno significa trasferire una parte del costo sull’agricoltore.

Un ettaro protetto ha un costo. Dieci ettari ne hanno uno molto maggiore. Proteggere appezzamenti frammentati o terreni in aree montane può diventare ancora più complicato.

E una volta sostenuto l’investimento iniziale, la recinzione deve essere sorvegliata perché un ramo caduto, la vegetazione o un danneggiamento possono renderla inefficace.

Queste spese difficilmente appaiono nella statistica dei raccolti distrutti, ma sono parte integrante del costo della fauna selvatica sull’agricoltura.

In Sila il problema tocca anche una produzione simbolo

Nel giugno 2026 Coldiretti Calabria ha nuovamente sollevato il problema negli areali della Patata della Sila IGP.

Secondo l’organizzazione agricola, i campi risultavano particolarmente esposti proprio dopo la semina, quando un’incursione può compromettere un investimento già sostenuto senza lasciare all’azienda il tempo per recuperare il ciclo produttivo.

A luglio è arrivata l’attivazione dei selecontrollori all’interno del Parco nazionale della Sila, accolta positivamente da Coldiretti come un primo intervento operativo.

Il caso è significativo perché mostra come la questione non riguardi soltanto produzioni marginali.

Quando il cinghiale entra nei campi, può colpire anche filiere certificate, investimenti programmati e produzioni sulle quali interi territori hanno costruito una parte della propria economia.

Il problema nazionale vale già 120 milioni

La Calabria non è un caso isolato. L’indagine nazionale di ISPRA sul periodo 2015-2021 ha stimato quasi 120 milioni di euro di danni agricoli provocati dai cinghiali, distribuiti su oltre 105mila eventi.

In media significa più di 17 milioni di euro di danni all’anno, con valori annuali oscillanti tra 14,6 e 18,7 milioni.

Il dato è particolarmente interessante perché nello stesso periodo gli abbattimenti sono aumentati del 45%.

Significa che il semplice aumento del prelievo venatorio, da solo, non ha automaticamente prodotto una riduzione dei danni su scala nazionale.

È per questo che ISPRA e i piani regionali insistono sempre più su monitoraggio, controllo selettivo e gestione programmata, anziché considerare la sola caccia ordinaria come soluzione sufficiente.

Un piano fino al 2029 per invertire la crescita

La Calabria ha risposto approvando un Piano straordinario quinquennale valido dal 2025 al 2029.

Il documento assume come riferimento un obiettivo tendenziale di 43mila capi da prelevare e controllare, articolati tra caccia ordinaria, selezione e attività specifiche di controllo. L’obiettivo complessivo indicato nel Piano nazionale è arrivare progressivamente a una forte riduzione della popolazione.

La Regione prevede interventi durante l’intero arco dell’anno attraverso catture con trappole e recinti, tiro selettivo e azioni collettive. Possono essere coinvolti personale istituzionale, operatori formati, cacciatori e anche proprietari o conduttori agricoli in possesso dei requisiti previsti.

Il principio è chiaro: concentrare maggiormente il controllo proprio nelle aree dove la presenza dei cinghiali produce i danni più pesanti alle attività agricole e zootecniche.

Ma nel 2026 le associazioni chiedono ancora di accelerare

Tra piano sulla carta e applicazione concreta rimane però la questione dei tempi.

Nel giugno 2026 Coldiretti Calabria ha denunciato ritardi nell’attuazione, chiedendo il rafforzamento dei selecontrollori, un maggior utilizzo delle gabbie di cattura e il coinvolgimento effettivo degli agricoltori previsto dallo stesso Piano.

Pochi giorni dopo, l’organizzazione ha accolto come un primo passo positivo l’avvio del selecontrollo nel Parco della Sila.

La fotografia, quindi, è quella di una macchina che si sta muovendo ma che deve confrontarsi con un problema già ampiamente consolidato.

E mentre si formano operatori, si autorizzano interventi e si organizzano i sistemi di controllo, i cicli agricoli non aspettano.

Una patata seminata deve arrivare al raccolto nello stesso anno. Un vigneto produce in quella stagione. Un campo di mais distrutto non può attendere che il piano entri pienamente a regime.

Anche ottenere il risarcimento ha un costo

C’è infine il tema degli indennizzi. Per dimostrare il danno è necessario attivare una procedura, documentare quanto accaduto e consentire la valutazione tecnica.

Nel Reggino, Coldiretti ha segnalato nel 2025 proprio le difficoltà di agricoltori costretti ad anticipare anche i costi delle relazioni tecniche necessarie per richiedere gli indennizzi. È un dettaglio importante.

Un’azienda che subisce un danno deve prima perdere il raccolto, poi dimostrarlo e infine attendere che il procedimento arrivi alla liquidazione.

Se la somma è piccola, qualcuno può decidere che non valga la pena avviare la pratica. Ed è uno dei motivi per cui il valore dei danni registrati può essere più basso di quello realmente prodotto nei campi.

Il costo più grave può essere smettere di coltivare

Alla fine il problema non si misura soltanto in euro. Se per coltivare un ettaro bisogna sostenere i normali costi agricoli, aggiungere quelli per proteggere il terreno e mettere in conto ogni anno il rischio di perdere una parte del raccolto, può arrivare un momento in cui quel terreno non conviene più coltivarlo.

Ed è questo il costo potenzialmente più alto. Nelle aree interne e montane l’abbandono agricolo significa meno produzione, ma anche meno manutenzione dei terreni, minore presenza umana, perdita di imprese e progressiva riduzione dell’economia rurale.

Non a caso anche Cia, nel dibattito nazionale sulla riforma della normativa sulla fauna selvatica, chiede sistemi di prevenzione più efficaci e risarcimenti certi e tempestivi, sottolineando che i cinghiali sono ritenuti responsabili della grande maggioranza dei danni da fauna selvatica alle coltivazioni.

Il milione di euro è soltanto la parte che riusciamo a vedere

La domanda iniziale, dunque, resta: quanto costa davvero la fauna selvatica all’agricoltura calabrese? La risposta più corretta è che non lo sappiamo ancora fino in fondo.

Sappiamo che nel 2023 è stato liquidato oltre un milione di euro di danni alle colture e che nei primi mesi del 2024 se ne erano già aggiunti altri 646mila. Sappiamo che la stessa Regione considera quei dati incompleti. Sappiamo che non vi compaiono integralmente recinzioni, manutenzione, lavoro perso, investimenti compromessi e danni mai denunciati.

E sappiamo che sul territorio regionale la popolazione viene stimata in oltre 300mila cinghiali.

La questione quindi non è soltanto trovare abbastanza soldi per risarcire i campi già distrutti. È fare in modo che quei danni diminuiscano.

Perché un sistema che ogni anno paga l’agricoltore dopo che il raccolto è stato mangiato sta soltanto rimborsando una parte del problema.

La vera soluzione comincerà quando, alla fine della stagione, saranno meno le aziende costrette a presentare quella domanda.