Orlandino Greco
Orlandino Greco

Il futuro di Italia del Meridione, il rapporto con la Lega di Matteo Salvini e le prospettive del centrodestra calabrese. Sono alcuni dei temi affrontati nell'intervista a Orlandino Greco, consigliere regionale della Lega, che rivendica la necessità di rafforzare il ruolo politico del Mezzogiorno senza rinunciare all'identità autonomista del proprio movimento. reco traccia un bilancio dell'azione della Giunta Occhiuto, riconoscendo i risultati raggiunti nella promozione della Calabria, ma indicando nella sanità e nei servizi pubblici alcune delle principali criticità ancora da affrontare. Non manca una riflessione sugli equilibri interni al centrodestra, con una netta presa di distanza dal cosiddetto vannaccismo e la rivendicazione di una destra liberale, popolare e autonomista. Lo sguardo si sposta infine sulle prossime sfide elettorali e sul radicamento di Italia del Meridione, a partire dalla provincia di Cosenza, con l'obiettivo dichiarato di consolidare il patto federativo con la Lega mantenendo una propria autonomia politica e organizzativa.

Consigliere Greco, Italia del Meridione continua il suo percorso politico federato con la Lega. Ma quanto si riconosce oggi nella linea nazionale di Matteo Salvini? E quanto spazio conserva, all’interno di questa alleanza, un progetto politico che rivendica autonomia e centralità del Mezzogiorno?

La linea politica portata avanti da Matteo Salvini ha contribuito a collocare la Lega in una prospettiva più nazionale, meno vincolata alle storiche rivendicazioni settentrionali e maggiormente attenta ai processi di sviluppo che interessano il Mezzogiorno. Gli investimenti e l’attenzione riservati al Sud rappresentano segnali di un cambiamento che va riconosciuto, ma che oggi deve compiere un ulteriore passo in avanti. La sfida è fare in modo che la Lega diventi sempre più radicata nei territori meridionali, riconoscendo alle comunità locali un ruolo centrale nella costruzione delle politiche nazionali. Perché l’autonomia non può essere soltanto un principio istituzionale: deve diventare un metodo concreto di partecipazione e di governo, capace di valorizzare le specificità, le vocazioni e le prerogative di ciascun territorio. Una politica che non nasce dai territori rischia di perdere il contatto con i bisogni reali delle persone. In questa prospettiva si colloca il percorso di Italia del Meridione, che attraverso il patto federativo con la Lega non ha rinunciato alla propria identità, ma ha scelto di portare le istanze del Sud dentro una dimensione nazionale, con l’obiettivo di renderle parte integrante dell’agenda politica del Paese. Per noi il meridionalismo non è una battaglia di contrapposizione, ma una proposta di sviluppo per l’intera Italia. Il nostro motto è chiaro: «L’Italia sarà quel che il Sud». È un’affermazione che racchiude una visione e una missione politica: crediamo che il futuro del Paese dipenda anche dalla capacità di superare i divari territoriali, liberare le energie del Mezzogiorno e riconoscere al Sud il ruolo che gli spetta nella crescita nazionale.

Lei è tra i sostenitori della maggioranza guidata da Roberto Occhiuto. Al di là dell’appartenenza politica, quali risultati considera più significativi dell’azione del governo regionale e, soprattutto, su quali questioni ritiene che sia necessario cambiare passo?

Credo che uno degli elementi più significativi di questi anni sia rappresentato dalla crescente capacità della Calabria di presentarsi all’esterno con una nuova consapevolezza delle proprie potenzialità. Il turismo, la crescita dell’import-export e la valorizzazione delle nostre risorse stanno contribuendo a rafforzare l’immagine della regione. Anche il brand Calabria ha acquisito una visibilità crescente, così come è aumentata l’attenzione dei media nazionali verso una terra che per troppo tempo è stata raccontata prevalentemente attraverso le sue criticità. Naturalmente, il riconoscimento delle opportunità non deve farci perdere di vista i problemi ancora aperti. Al contrario, deve spingerci a lavorare con maggiore determinazione per trasformare questa nuova attenzione in sviluppo strutturale, occupazione, servizi efficienti e migliori condizioni di vita per i cittadini. La sanità rimane una delle questioni sulle quali è indispensabile cambiare passo. È un ambito nel quale le difficoltà sono evidenti e nel quale i cittadini chiedono risposte concrete, tempi certi e servizi adeguati. Ma la necessità di miglioramento riguarda anche le infrastrutture, i collegamenti, il lavoro, la capacità amministrativa e le opportunità offerte ai giovani. Come ha più volte sottolineato il presidente Roberto Occhiuto, c’è ancora molto da fare. Ritengo importante che le criticità vengano affrontate senza nasconderle, perché governare significa assumersi la responsabilità delle difficoltà e lavorare per superarle. Il sostegno a una maggioranza non deve tradursi in una rinuncia allo spirito critico: deve, al contrario, consentire di contribuire al miglioramento dell’azione amministrativa. La Calabria ha bisogno di consolidare ciò che sta crescendo e, allo stesso tempo, di intervenire con decisione su ciò che ancora non funziona. La vera sfida è fare in modo che la reputazione di una regione e le sue potenzialità si traducano in risultati percepibili nella vita quotidiana delle comunità.

Recentemente ha preso una posizione netta contro qualsiasi alleanza con Roberto Vannacci, rivendicando una destra liberale, autonomista e popolare. È il segnale che anche all’interno del centrodestra esistono visioni politiche difficilmente conciliabili? E quale identità dovrebbe avere la coalizione nei prossimi anni?

La mia posizione nasce da una precisa idea di politica e di società. Considero il vannaccismo una forma di populismo che, a mio avviso, rischia di impoverire il confronto pubblico, privilegiando la provocazione, gli slogan e le contrapposizioni rispetto alla capacità di elaborare risposte concrete ai problemi del Paese. Dopo la stagione del grillismo, pensavo che un certo modo di interpretare la politica, fondato sulla semplificazione estrema della realtà e sulla ricerca del consenso attraverso messaggi ad effetto, avesse esaurito la propria spinta. Invece, pur nella diversità delle tematiche e dei riferimenti culturali, ritrovo in queste esperienze alcuni elementi comuni: la tendenza a estremizzare le posizioni, a trovare sempre un nemico da provocare, trasformare questioni complesse in contrapposizioni immediate e a presentare, nel caso del vannaccismo, il passato come una soluzione alle sfide del presente. È proprio su questo terreno che avverto una distanza politica e culturale. Non credo che il progresso consista nel riproporre modelli superati o nel restringere gli spazi di libertà individuale. Una destra moderna deve saper coniugare identità e apertura, radicamento e innovazione, sicurezza e libertà, senza rinunciare alla centralità della persona. Per questo ritengo che il centrodestra debba conservare una chiara impronta liberale, autonomista e popolare, garantendo i diritti e le libertà di ogni individuo. Una coalizione può essere plurale, ma deve riconoscersi in alcuni principi fondamentali e in una comune idea di futuro. Il pluralismo non è un limite, purché non si trasformi in una rinuncia alla propria identità. In questo quadro, considero significativa l’azione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che guida una coalizione composta da sensibilità differenti e che ha dimostrato, nel corso della legislatura, una capacità di tenuta politica. È un elemento che va letto anche alla luce della necessità di mantenere una visione condivisa, pur nel confronto tra posizioni diverse. Il centrodestra, a mio avviso, deve guardare avanti, non indietro. Deve essere capace di governare i cambiamenti, difendere le libertà e valorizzare le autonomie territoriali. È su questi principi, più che sulla rincorsa a formule comunicative di breve periodo, che si misura la qualità di un progetto politico.

Italia del Meridione sta lavorando al proprio radicamento territoriale, anche nella provincia di Cosenza. Qual è il suo progetto politico per i prossimi anni? Il movimento intende rafforzare la propria autonomia oppure consolidare definitivamente il rapporto con la Lega, anche in vista delle prossime amministrative?

Il nostro obiettivo è rafforzare ulteriormente l’autonomia e l’identità di Italia del Meridione, consolidando al tempo stesso il patto federativo con la Lega. Non vedo una contraddizione tra queste due dimensioni: rappresentano, piuttosto, due facce di una stessa strategia politica. Da una parte c’è la necessità di mantenere un forte radicamento territoriale, valorizzando le comunità, le amministrazioni locali e le persone che ogni giorno interpretano i bisogni dei cittadini. Dall’altra, c’è l’esigenza di portare queste istanze dentro una cornice nazionale, costruendo convergenze sui grandi temi che riguardano il futuro del Paese. Il patto federativo ci consente di tenere insieme queste due esigenze, senza disperdere il patrimonio politico e culturale che abbiamo costruito. La provincia di Cosenza rappresenta per noi un importante baricentro politico e organizzativo, ma il nostro lavoro non si esaurisce in questo territorio. Stiamo rafforzando la presenza nelle altre province calabresi, attraverso una classe dirigente radicata nei comuni, con consiglieri, assessori e sindaci che conoscono direttamente le esigenze delle proprie comunità. È da questa presenza concreta che intendiamo ripartire anche in vista delle prossime amministrative. Non ci interessa costruire un movimento che viva soltanto nelle occasioni elettorali: vogliamo consolidare una rete politica capace di ascoltare, proporre e amministrare, mettendo al centro le specificità di ogni territorio. L’autonomia, per noi, significa proprio questo: non essere semplicemente una struttura organizzativa, ma conservare la capacità di elaborare idee, assumere posizioni e rappresentare interessi territoriali all’interno di un progetto più ampio. Il rapporto con la Lega si rafforza se entrambe le componenti riescono a riconoscere e valorizzare le rispettive identità. Il nostro orizzonte resta quello di una politica che parte dai comuni, si sviluppa nelle province (che devono ritornare alla loro funzione storica con l’elezione diretta dei cittadini) e trova una dimensione nazionale. Perché siamo convinti che il Mezzogiorno non abbia bisogno di essere rappresentato da altri, ma di esprimere una propria classe dirigente, capace di contribuire da protagonista alle scelte che riguardano l’intero Paese.