La sanità calabrese continua a fare i conti con la riduzione degli organici. Nell’ultimo decennio la Calabria ha perso il 12,6% dei medici, una delle contrazioni più consistenti registrate a livello nazionale. Il dato emerge dall’indagine del Centro Studi di Anaao Assomed, costruita attraverso le informazioni Onaosi, del Conto annuale dello Stato e del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Peggio della Calabria fanno soltanto Basilicata, dove la diminuzione raggiunge il 24,6%, Molise con il 17,2% e Valle d’Aosta con il 14,2%. La fotografia evidenzia soprattutto una profonda frattura territoriale. Nell’ultimo decennio il Centro-Nord ha guadagnato complessivamente 4.029 medici, pari al +5,9%, mentre il Mezzogiorno ne ha persi 1.166, con un calo del 3,1%.

Non sono soltanto i pensionamenti: i medici scelgono di andarsene

A rendere più complesso il quadro è un fenomeno che interessa ormai gran parte del Paese: le dimissioni volontarie stanno assumendo un peso crescente rispetto alle uscite per pensionamento. In alcune regioni, come Lazio, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna, il numero dei medici che lascia volontariamente il servizio supera da 2,4 a 3,3 volte quello di chi va in pensione. E non si tratta prevalentemente di professionisti arrivati alla conclusione della propria carriera. Secondo l’analisi sindacale, l’età media di chi si dimette si aggira intorno ai 48 anni, dunque una fase nella quale esperienza e maturità clinica dovrebbero rappresentare una risorsa importante per ospedali e servizi sanitari.Anaao denuncia da tempo come condizioni di lavoro, carichi organizzativi e perdita di attrattività del sistema pubblico stiano alimentando l’uscita dei professionisti dal Servizio sanitario nazionale.

Il paradosso calabrese: la regione che dà il nome al decreto perde personale

Il dato assume un significato particolare proprio in Calabria. Il cosiddetto Decreto Calabria, nato per affrontare le difficoltà del sistema sanitario regionale e successivamente utilizzato su scala nazionale, ha infatti favorito negli ultimi anni l’ingresso anticipato degli specializzandi nel Servizio sanitario nazionale. Secondo un precedente studio di Anaao Assomed, tra il 2018 e il 2025 sono stati 9.897 i giovani medici entrati nel SSN grazie alle disposizioni del Decreto Calabria, che consentono l’assunzione degli specializzandi già durante il percorso formativo. Nel solo 2025 gli ingressi riconducibili alla misura sono stati 2.664. Un meccanismo che ha contribuito in maniera significativa al ricambio generazionale nazionale, ma che non è bastato a impedire che proprio la Calabria registrasse nell’arco del decennio una forte riduzione complessiva degli organici.

Medici più giovani, ma il sistema rischia di perderli

Un segnale positivo arriva infatti dall’età media del personale ospedaliero. Tra il 2015 e il 2024 si è ridotta di due anni e sette mesi tra gli uomini e di due anni e quattro mesi tra le donne, segno che il ricambio generazionale è effettivamente iniziato. L’ingresso dei giovani, tuttavia, rischia di non essere sufficiente se contemporaneamente il servizio pubblico non riesce a trattenere i professionisti. Gli stessi dati Anaao sul Decreto Calabria mostrano come la misura abbia assunto un ruolo crescente negli ultimi anni e come, senza la possibilità di assumere medici ancora in formazione specialistica, le carenze sarebbero state ancora più marcate.

Nel 2025, ogni 100 assunti 43 si sono dimessi

È proprio questo il nodo evidenziato dal segretario nazionale di Anaao Assomed Pierino Di Silverio. Secondo l’indagine, nel 2025, per ogni 100 medici assunti a tempo indeterminato, 43 hanno presentato le dimissioni, mentre complessivamente 77 professionisti sono usciti dal sistema pubblico considerando anche pensionamenti e altre cause. Numeri che mostrano come il problema non sia più soltanto trovare nuovi medici, ma riuscire a trattenerli negli ospedali. «A fronte di un ricambio generazionale avviato con successo – sottolinea Di Silverio – oggi si rischia di vanificare tutto».

Per la Calabria il problema è ancora più pesante

Per la Calabria la questione assume una dimensione particolare. La perdita del 12,6% dei medici nell’arco di dieci anni si inserisce infatti in un sistema sanitario che deve contemporaneamente affrontare carenze di personale, difficoltà nell’organizzazione dei servizi e forti differenze territoriali nell’accesso alle cure.Il dato suggerisce inoltre che l’aumento delle assunzioni, da solo, non può rappresentare la soluzione. La vera sfida diventa rendere il servizio sanitario pubblico sufficientemente attrattivo da evitare che medici formati e ancora nel pieno della propria attività professionale decidano di abbandonarlo. Il rischio, soprattutto per le regioni meridionali, è quello di alimentare ulteriormente un divario già evidente: mentre una parte del Paese riesce ad aumentare gli organici, territori come la Calabria continuano a perdere professionisti proprio dove la disponibilità di personale rappresenta uno degli elementi decisivi per garantire continuità e qualità dell’assistenza.