DOMENICALE | L’arte del "Quanto basta": l’equilibrio che abbiamo dimenticato
Dal “quanto basta” delle cucine antiche al Lagom nordico, una lezione universale sulla misura come condizione della felicità collettiva
Aprire un vecchio ricettario significa scontrarsi con l’unità di misura più enigmatica della nostra tradizione: il q.b., quel "quanto basta" che per molti oggi rappresenta un vuoto normativo. Davanti a una ricetta che non quantifica i grammi ma si affida all'istinto, ci sentiamo spesso smarriti. Eppure, in quelle due lettere è racchiusa una lezione antropologica fondamentale: il richiamo alla responsabilità dei nostri sensi. Il quanto basta non è un’indicazione approssimativa per cuochi pigri, ma un invito a riprenderci il contatto diretto con la materia. Ci impone di guardare l’impasto, di sentirne la resistenza sotto le dita e di stabilire un limite basato sulla conoscenza empirica, rifiutando la delega rassicurante di una bilancia digitale o di un algoritmo.
Il corno vichingo e il cerchio del gruppo
Questa ricerca della giusta misura trova una delle sue espressioni più profonde nel termine svedese Lagom. L'etimologia rimanda al concetto di laget om, ovvero "intorno al gruppo", e ci riporta ai tempi dei Vichinghi seduti intorno al fuoco. In quel rito di sussistenza, un unico corno colmo di idromele passava di mano in mano: ognuno aveva il dovere di berne una parte sufficiente a gratificarsi, ma con l'obbligo di lasciarne abbastanza perché il contenitore potesse completare l’intero giro della tavolata. In questo gesto antico risiede una verità tecnica: la soddisfazione individuale acquista valore solo se non prosciuga la risorsa comune.
Lagom e la felicità diffusa
È un errore confondere il Lagom con la privazione o il rigetto del piacere. Al contrario, è la capacità di ottimizzare il godimento attraverso la consapevolezza della risorsa. Non si tratta di bere meno per dovere sacrificale, ma di individuare la quantità esatta che permetta a tutti di accedere allo stesso livello di benessere. È un’etica dell'appagamento circolare: la soddisfazione non deriva dall'accumulo solitario, ma dalla stabilità della distribuzione. In quest'ottica, l’equilibrio non è un freno alla felicità, ma il meccanismo che ne garantisce la durata nel tempo. Il piacere smette di essere un consumo egoistico e diventa un parametro di efficienza condivisa.
Il paradosso delle risorse globali
Oggi, quel cerchio di solidarietà è spezzato da un dato preciso: il 20% della popolazione mondiale consuma l’80% delle risorse del pianeta. Abbiamo perso il ritmo del corno che gira, dimenticando che l’eccesso di una minoranza si trasforma meccanicamente nel "niente" per la maggioranza. Il Lagom insegna che l’abbondanza cessa di essere un valore nel momento in cui diventa un ingombro o una sottrazione ai danni del vicino. La libertà non risiede nel potere di consumare ogni risorsa disponibile, ma nella capacità di abitare lo spazio comune senza occuparlo interamente, garantendo la tenuta dell'intero sistema.
Un atlante della misura necessaria
Questa sensibilità unisce culture distanti, ognuna impegnata a dare un nome alla medesima esigenza di stabilità. In Giappone, la pragmatica millenaria si manifesta nell’Hara Hachi Bu, l’abitudine di fermarsi quando lo stomaco è pieno all'ottanta per cento per preservare l'efficienza del corpo. È lo stesso monito che la Grecia antica aveva scolpito nel marmo di Delfi con l'espressione Mēdèn ágan, "nulla di troppo", un avvertimento contro la rottura dell'ordine naturale causata dall'ingordigia. Dalla filosofia sudafricana dell'Ubuntu, dove la misura del singolo è calibrata sulla comunità, fino al Buen Vivir sudamericano, il concetto resta identico: la gestione del limite è l'unica garanzia di sopravvivenza.
L'essenza del cerchio
In definitiva, il "quanto basta" non è una rinuncia forzata, ma l'espressione di una felicità collettiva che si compie solo nel momento in cui il gesto del singolo non interrompe il flusso degli altri. Non si misura per timore della scarsità, né per un calcolo di utilità, ma per il piacere di vedere il corno tornare al punto di partenza ancora colmo. La vera pienezza risiede in questa circolarità: sapere che la propria parte è esatta perché permette al giro di non spezzarsi. Smettere di attingere un istante prima del troppo non è un limite, ma l'atto che trasforma il consumo in un’esperienza condivisa, dove la soddisfazione di uno diventa, naturalmente, la possibilità di tutti.