Un momento della manifestazione nazionale degli edili contro le morti sul lavoro indetta dai sindacati Cgil Cisl Uil in piazza Santi Apostoli, Roma, 13 novembre 2021. ANSA/ANGELO CARCONI
Un momento della manifestazione nazionale degli edili contro le morti sul lavoro indetta dai sindacati Cgil Cisl Uil in piazza Santi Apostoli, Roma, 13 novembre 2021. ANSA/ANGELO CARCONI

In appena tre giorni, la Calabria piange tre vite spezzate nei cantieri, tre storie che non dovrebbero mai avere luogo. Tre uomini che, come tanti altri, erano partiti per guadagnarsi il pane, per garantire un futuro alla propria famiglia, e che invece hanno trovato la morte in quello stesso luogo che avrebbe dovuto essere sicuro.

La cronaca di questi incidenti è implacabile, ma troppo spesso resta fredda, distante. Leggere le notizie può diventare un atto automatico, senza che ci fermiamo a immaginare la tragedia dietro ogni cifra, dietro ogni nome. Questi uomini non erano numeri: erano padri, figli, fratelli, persone con sogni, passioni e paure. Ora i loro sogni si sono interrotti, lasciando un vuoto incolmabile nelle case che hanno lasciato.

Ciò che colpisce, oltre alla tragedia, è il silenzio. Il silenzio di chi ancora lavora in condizioni rischiose, il silenzio delle istituzioni quando la prevenzione non basta, il silenzio delle nostre coscienze quando pensiamo che “a noi non potrà mai succedere”. Ogni cantiere, ogni macchina, ogni scala può diventare un luogo di morte se non ci si prende cura di chi lavora, se la sicurezza resta un optional, se la fretta o la superficialità prevalgono sul rispetto della vita.

Questa silenziosa strage ci chiede di fermarci. Ci chiede di riflettere su quanto poco spesso valorizziamo la vita di chi costruisce, ripara, trasporta, lavora con le mani e con il cuore. Ogni incidente mortale è un monito, una chiamata a cambiare. Non possiamo più limitare la nostra compassione a un click o a un titolo di giornale: la sicurezza sul lavoro deve diventare una priorità reale, concreta, non un’illusione.

In memoria di chi non c’è più, e per chi ancora lotta ogni giorno per tornare a casa sano e salvo, dobbiamo trasformare il dolore in impegno. Non sono solo tragedie calabresi, non sono solo tragedie di operai: sono il riflesso di una società che deve scegliere tra l’indifferenza e la cura reciproca. E oggi, più che mai, la scelta non può che essere chiara.