Una perdita d'acqua a Donnici
Una perdita d'acqua a Donnici

C’è un luogo, lungo la strada Donnici–Cosenza, dove l’acqua sembra aver scelto la libertà. Non quella poetica dei fiumi e delle sorgenti, ma quella più moderna e burocraticamente incomprensibile: l’acqua potabile che esce da una condotta e decide di fare carriera come ruscello. Scorre, lavora, timbra il cartellino giorno e notte e, soprattutto, non chiede permessi. È la parte più efficiente del sistema: non si ferma mai, non va in ferie, non sciopera. E, dettaglio non proprio irrilevante, la paghiamo noi.

La scena, raccontata da giorni, è la sintesi perfetta di un paradosso calabrese: da una parte campagne di sensibilizzazione sul risparmio idrico, dall’altra una perdita che non è una “goccia” ma una piccola infrastruttura idrica alternativa, un corso d’acqua parallelo che nasce dall’asfalto e muore dove capita. Se fosse un progetto turistico, forse avrebbe già un cartello con scritto “percorso naturalistico”. Invece è un guasto. E allora la domanda non è se sia grave. La domanda è quanto tempo debba passare perché diventi urgente.

Un ruscello non è una perdita, è una scelta che qualcuno subisce

Quando si dice “perdita d’acqua” la mente immagina un rubinetto che gocciola, una vaschetta, un secchio sotto. Qui no. Qui si parla di un flusso continuo, visibile, costante, capace di trasformare la carreggiata in un letto di scorrimento. E siccome la realtà è testarda, basta un minimo di matematica per far smettere la faccenda di sembrare una “segnalazione”.

Il conto è semplice, quasi offensivo per quanto è elementare. Se la fuoriuscita fosse anche solo di 1 litro al secondo, in un’ora diventano 3,6 metri cubi. In un giorno, 86,4 metri cubi. Se invece fossero 3 litri al secondo, si sale a 10,8 metri cubi l’ora e circa 259 metri cubi al giorno. E con 5 litri al secondo si arriva a 18 metri cubi l’ora e oltre 430 metri cubi al giorno. Numeri che fanno ridere solo a chi non paga il conto, perché trasformano una “pozza” in migliaia di metri cubi nel giro di pochi giorni.

Ora, facciamo finta di essere nel mondo reale, quello dove la perdita va avanti “da diversi giorni”. Dal 30 dicembre all’8 gennaio, ad esempio, sono circa dieci giorni. Dieci giorni in cui, con l’ipotesi minima di 1 litro al secondo, se ne vanno circa 864 metri cubi. Con 3 litri al secondo, circa 2.592 metri cubi. Con 5 litri al secondo, circa 4.320 metri cubi. Tradotto in immagini che si capiscono senza calcolatrice: una piscina olimpionica contiene circa 2.500 metri cubi. Quindi, nell’ipotesi “media” di 3 litri al secondo, in dieci giorni ci siamo giocati più o meno una piscina olimpionica intera. Nell’ipotesi alta, quasi due. Ma tranquilli: è solo acqua.

La Calabria dove l’acqua ha due velocità

Qui entra in scena la parte satirica, che però non è invenzione: è la realtà che scrive da sola. In Calabria l’acqua ha due velocità. Quella che deve arrivare nelle case, nelle ore calde dell’estate o quando un quartiere resta a secco, viaggia con calma: comunicati, competenze, segnalazioni “prese in carico”, tempi tecnici, attese. Quella che esce da una condotta rotta invece non ha bisogno di nulla: scorre e basta. È immediata, reattiva, instancabile. Se l’efficienza fosse un premio, il ruscello della Donnici–Cosenza meriterebbe una targa.

Il punto non è trovare un colpevole con nome e cognome, ma fotografare un meccanismo che si ripete troppo spesso. Perché lo spreco idrico non è un incidente raro: è un problema strutturale, una tassa invisibile che si spalma su chi paga regolarmente e su chi vorrebbe pagare meno, su chi magari si sente pure dire di ridurre i consumi mentre altrove l’acqua si perde con puntualità da orologio svizzero.

La bolletta corre più veloce dell’acqua, ed è un capolavoro

C’è un’altra ironia, più cattiva: se un cittadino ritarda una bolletta, la scadenza è puntualissima. Se invece si tratta di fermare un getto continuo di acqua potabile che scorre da giorni, il tempo diventa un concetto filosofico. Diventa elastico. Diventa “appena possibile”. Diventa “ci stiamo lavorando”. Nel frattempo, la perdita lavora davvero.

E non è solo questione di soldi. È questione di cultura del servizio pubblico. Perché ogni metro cubo disperso non è un numero astratto: è acqua trattata, pompata, resa potabile. Dietro c’è energia, gestione, manutenzione, costi. Quando si disperde acqua, si disperde anche tutto ciò che è stato necessario per farla arrivare lì. È come comprare pane ogni giorno e buttarlo direttamente dal finestrino. Solo che poi qualcuno ci chiede di “fare attenzione” alle briciole.

Non è soltanto spreco, è anche rischio per chi passa di lì

C’è un aspetto che fa molto meno ridere del resto. L’acqua sulla carreggiata significa asfalto che si deteriora, buche che si allargano, tratti scivolosi. E nei giorni freddi, potenziale ghiaccio. Questo non è un dettaglio: è sicurezza stradale. È il classico problema che diventa tragedia quando si somma a una curva, a una frenata, a un imprevisto. In quel momento, la perdita non è più una discussione su metri cubi: diventa un pericolo concreto. E allora la domanda cambia tono: quanto deve durare una perdita perché qualcuno si senta obbligato a interrompere questa normalità?

Il vero nodo è la priorità, non la polemica

Ogni territorio ha i suoi guasti. Nessuno pretende miracoli. Ma la gestione dell’emergenza e della manutenzione racconta quanto un sistema rispetta i cittadini. Se una perdita “a ruscello” può proseguire per giorni, il problema non è solo tecnico. È la priorità. È la catena decisionale. È la capacità di intervenire in tempi compatibili con la dignità di un bene primario.

Perché l’acqua non è “di nessuno”. Non è del tubo, non è della strada, non è di una sigla. È dei cittadini. Ed è l’unico bene per cui, nel 2026, può ancora sembrare normale vedere un ruscello artificiale scorrere sull’asfalto senza che nessuno si senta in dovere di spiegare, almeno, perché.

Una proposta minima, quasi banale, che però farebbe la differenza

Se davvero vogliamo uscire dalla satira, serve una regola semplice: quando la perdita è visibile e continua, deve scattare una procedura di urgenza con tempi dichiarati e verificabili. Non per fare “processi”, ma per riportare il servizio pubblico dentro un perimetro di responsabilità misurabile. Anche solo dire: “interveniamo entro 24 ore” oppure “entro 48 ore per motivi tecnici” cambierebbe tutto. Perché la cosa che fa più male, in queste storie, non è solo l’acqua che scorre. È l’idea che possa scorrere per giorni senza che il sistema senta il bisogno di essere all’altezza.

Intanto, il ruscello continua. E il cittadino che chiude il rubinetto mentre si lava i denti può stare sereno: sta facendo la sua parte. Peccato che, sulla Donnici–Cosenza, qualcuno stia facendo la parte opposta. Con molta più acqua. E con molta meno fretta.