Si spende, si interviene, si ricomincia: la storia infinita del dissesto in Calabria
Dalle frane del 2024 alle piogge del 2026. Un viaggio tra ordinanze, finanziamenti e cantieri che spiega perché l’emergenza sembra non finire mai
Le immagini che in queste settimane arrivano da tutta la Calabria, tra frane, strade invase dal fango, torrenti fuori dagli argini e collegamenti interrotti, non sono una novità. Sono la ripetizione di uno schema che si ripresenta ogni inverno, quasi identico, come se il tempo si fosse fermato.
Eppure, negli ultimi anni, milioni di euro sono stati stanziati per far fronte ai danni del maltempo. Gli atti amministrativi dimostrano che i fondi arrivano davvero, che gli interventi vengono autorizzati, che i lavori vengono eseguiti e pagati. Ma dimostrano anche un’altra verità, più scomoda: nella maggior parte dei casi si tratta di interventi che servono a tamponare, non a risolvere.
Gli atti di Lamezia e la cronaca di un’emergenza annunciata
Per capire cosa accade davvero basta seguire la sequenza dei documenti ufficiali. Nell’ottobre del 2024, dopo giorni di piogge intense, il Comune di Lamezia Terme attiva il Centro operativo comunale di Protezione civile e dispone il monitoraggio del territorio. È il primo passaggio formale che segna l’inizio dell’emergenza, quello in cui si prende atto che la situazione non può più essere gestita con i mezzi ordinari.
Pochi giorni dopo arrivano le relazioni tecniche, le segnalazioni dei danni, la richiesta dello stato di emergenza. Frane, allagamenti, infrastrutture danneggiate, corsi d’acqua esondati. Tutto documentato, tutto agli atti.
Poi arrivano i fondi. E arrivano davvero.
I soldi si spendono, ma per interventi che non cambiano il destino dei luoghi
Un decreto regionale consente di entrare nel dettaglio delle somme stanziate e degli interventi finanziati. Si tratta di contributi reali, destinati ai comuni per lavori urgenti: ripristino della viabilità, messa in sicurezza di tratti di strada, rimozione di situazioni di pericolo.

È proprio nei dettagli degli atti che emerge il punto più delicato.
Nel caso di Lamezia Terme, un intervento di messa in sicurezza della viabilità era stato finanziato per 150 mila euro. Tra anticipazione e saldo sono stati effettivamente spesi poco più di 100 mila euro, mentre circa 49 mila euro sono rimasti come economie di fine lavori, cioè somme non utilizzate perché l’intervento si è limitato alle opere necessarie per eliminare il pericolo immediato.
Dal punto di vista amministrativo tutto è regolare: i lavori vengono eseguiti, i fondi vengono liquidati, le convenzioni vengono chiuse. Ma è proprio questo meccanismo a spiegare perché, nonostante i finanziamenti, molti problemi si ripresentano nel tempo.
Gli interventi finanziati in emergenza sono progettati per ripristinare la sicurezza nel più breve tempo possibile, non per risolvere in modo definitivo le fragilità del territorio. Si stabilizza un versante, si riapre una strada, si libera un corso d’acqua, ma le condizioni strutturali che hanno generato il dissesto spesso restano in gran parte immutate.
È una differenza sostanziale, che non riguarda l’efficienza degli interventi ma la loro natura. La gestione dell’emergenza serve a rimettere in piedi ciò che è crollato, non a impedire che crolli di nuovo.
Ed è qui che nasce il paradosso: ogni anno arrivano fondi, ogni anno si interviene, eppure ogni anno le stesse aree tornano a trovarsi nelle stesse condizioni di rischio. Non perché non si faccia nulla, ma perché si interviene quasi sempre quando il danno è già avvenuto e con opere pensate per fermare l’emergenza, non per chiuderla definitivamente.
Rattoppare non significa risolvere
È qui che si apre la questione più importante, quella che spesso resta fuori dal dibattito pubblico. Gli interventi urgenti servono a rimettere in piedi ciò che è crollato, a riaprire una strada, a rendere di nuovo transitabile un tratto di territorio. Servono a uscire dall’emergenza, non a impedirla.
E questo significa, in termini concreti, che il problema resta. Il versante che ha ceduto viene stabilizzato in modo provvisorio, il torrente viene ripulito, la strada viene sistemata. Ma la fragilità del territorio resta la stessa, e alla prima pioggia intensa tutto può tornare come prima.
È per questo che, nonostante gli stanziamenti e gli interventi, la Calabria continua a ritrovarsi ogni anno nelle stesse condizioni. Non perché non si faccia nulla, ma perché ciò che si fa raramente è sufficiente a cambiare davvero la situazione.
Il territorio fragile che continua a pagare il prezzo più alto
Le piogge delle ultime settimane hanno riportato alla luce questa realtà con brutalità. Le immagini di frane e allagamenti che stanno colpendo molte aree della regione ricordano da vicino quelle del 2024 e degli anni precedenti. Stesse strade, stessi torrenti, stessi problemi.
Non è solo una questione di maltempo. È una questione di prevenzione che fatica a trasformarsi in opere strutturali, di risorse che vengono concentrate sull’emergenza perché l’emergenza non può aspettare, ma che difficilmente bastano a mettere in sicurezza definitiva il territorio.
La domanda che resta sospesa
I documenti dimostrano che i fondi vengono stanziati e spesi. Dimostrano che gli interventi vengono eseguiti e rendicontati. Ma dimostrano anche che, troppo spesso, questi interventi sono poco più che rattoppi necessari, indispensabili nell’immediato ma incapaci di cambiare il futuro.
Ed è questa la domanda che resta sospesa, ogni volta che il cielo si oscura e la pioggia torna a cadere: quanto tempo ancora la Calabria potrà permettersi di limitarsi a riparare i danni, invece di eliminarne le cause?