Perché la sanità in Calabria ha tempi così lunghi
Liste d’attesa, carenze di personale, rete territoriale fragile e mobilità fuori regione. I numeri disponibili spiegano cosa rallenta davvero l’accesso alle cure e perché il problema si ripete anno dopo anno
In Calabria la parola “liste d’attesa” non descrive soltanto un disagio. Descrive un’incertezza che cambia la vita quotidiana, perché spesso il problema non è aspettare qualche settimana, ma non avere una previsione credibile. Ed è qui che i tempi lunghi diventano un tema sociale oltre che sanitario. Il cittadino non rinvia solo una visita: rinvia una diagnosi, una terapia, una decisione familiare o lavorativa. In questo contesto la domanda centrale non è “perché il sistema non regge nei giorni difficili”, ma perché l’accesso alle prestazioni resta lento anche quando non c’è un’emergenza.
Per rispondere serve un metodo semplice. Non basta raccontare episodi, bisogna mettere insieme ciò che i dati disponibili mostrano su tre fronti: performance del sistema, domanda effettiva di prestazioni e capacità reale di erogarle. È in quell’incrocio che nascono i tempi lunghi.
I numeri che fissano il quadro e spiegano perché non si tratta di un’impressione
Un primo elemento oggettivo è la qualità complessiva delle prestazioni garantite sul territorio, misurata attraverso indicatori nazionali. Nel monitoraggio dei Livelli Essenziali di Assistenza, la Calabria resta tra le regioni con performance più fragili, pur con segnali di miglioramento recente in alcune aree. Nel 2023, secondo la lettura proposta da Fondazione Gimbe, il punteggio complessivo attribuito alla Calabria risulta pari a 177 su 300, un valore che colloca la regione sotto la soglia di adeguatezza in più ambiti e con un divario strutturale rispetto alle regioni più forti. Questo non è un dettaglio tecnico. Significa che prevenzione e assistenza territoriale, quando non raggiungono livelli sufficienti, scaricano il loro peso su ospedali e specialistica, allungando i tempi.
Il secondo elemento sono le segnalazioni e le misurazioni sul fronte delle liste d’attesa. Nei report civici basati sulle segnalazioni dei cittadini, si trovano esempi estremi di attese che arrivano a centinaia di giorni per esami e prime visite. Anche se questi valori non descrivono “la media” di tutte le prestazioni, hanno un valore informativo preciso: indicano che, per alcune tipologie e in alcuni territori, il sistema produce code fuori scala e quindi non riesce a garantire un accesso tempestivo in modo omogeneo.
Il terzo elemento è la mobilità sanitaria. Quando una regione registra un saldo negativo importante, significa che una quota rilevante di cittadini si cura altrove e che il sistema locale perde risorse economiche che potrebbero essere reinvestite. Per la Calabria, i dati 2023 indicano un saldo negativo nell’ordine di grandezza di circa 190 milioni di euro. È un numero che, tradotto in pratica, racconta due cose insieme: una parte della domanda viene “esportata” e una parte della capacità di cura resta insufficiente o non percepita come affidabile.
Un sistema che rincorre la domanda perché la medicina territoriale è debole
Il primo motore dei tempi lunghi è la fragilità della presa in carico sul territorio. Quando la medicina di prossimità non filtra, non accompagna e non gestisce in modo continuativo i pazienti cronici, succede una cosa prevedibile: la domanda si sposta verso specialistica e ospedale. Anche i casi che potrebbero essere seguiti in modo programmato si trasformano in richieste urgenti, o in accessi impropri, o in prestazioni ripetute.
La Calabria vive da anni questo cortocircuito. Si concentra su ospedali e reparti, ma fatica a rendere stabile una rete territoriale capace di governare cronicità, prevenzione, follow-up e assistenza domiciliare. Il risultato è un imbuto. Più la base territoriale è sottile, più l’intero peso finisce sulle strutture che già hanno personale e risorse limitate. E quando l’imbuto si forma, i tempi non si accorciano con un annuncio: si accorciano solo aumentando produzione e appropriatezza insieme, due obiettivi che richiedono organizzazione e continuità.
La carenza di personale non è solo un numero, è una riduzione di capacità produttiva
Molti cittadini percepiscono la carenza di medici e infermieri come un tema astratto. In realtà è il modo più semplice per spiegare perché la lista si allunga. Se un reparto, un ambulatorio o un servizio ha meno professionisti del necessario, la capacità di erogare prestazioni diminuisce. Non di poco: spesso in modo drastico, perché i turni si sfilacciano, le sostituzioni non coprono e le agende si accorciano.
Qui entra un aspetto poco raccontato, ma decisivo. La produttività sanitaria non è una macchina che si “accende” a comando. Dipende da équipe, orari sostenibili, sale funzionanti, apparecchiature disponibili e percorsi diagnostici fluidi. Quando uno di questi tasselli manca, la produzione rallenta e la lista cresce. È una dinamica quasi matematica: domanda costante o crescente più capacità ridotta uguale tempi lunghi.
Il commissariamento e la governance instabile producono ritardi che il paziente vede sulla propria pelle
Un’altra causa strutturale dei tempi lunghi è la difficoltà di governo del sistema. La Calabria è legata a un Piano di rientro dal disavanzo sanitario sottoscritto nel 2009, e negli anni successivi la gestione straordinaria e i vincoli di rientro hanno inciso sulla possibilità di programmare investimenti e personale con continuità. Quando una sanità vive a lungo dentro un assetto di emergenza amministrativa, le priorità diventano spesso difensive, la pianificazione si spezza e ogni cambio di guida crea discontinuità.
Questo produce effetti concreti su ciò che interessa al cittadino. L’organizzazione delle reti, la definizione delle agende, la gestione degli acquisti, la manutenzione delle apparecchiature, l’informatizzazione delle prenotazioni, la capacità di rendere omogenei i tempi tra territori. Sono tutte leve che funzionano solo con stabilità. Se la stabilità manca, il sistema procede a scatti e il cittadino resta in attesa.
Prenotazioni e agende la parte invisibile che allunga i tempi anche quando la prestazione esiste
C’è un punto che in molti casi spiega più di qualunque dibattito politico. Non sempre la prestazione “manca”. A volte manca la possibilità di ottenerla in tempi ragionevoli perché le agende sono gestite male, perché non c’è un sistema unico davvero trasparente, perché i percorsi di priorità non sono applicati in modo uniforme, o perché il cittadino non trova informazioni chiare su dove e come prenotare.
Proprio per colmare questo buco è stata attivata a livello nazionale una Piattaforma delle liste d’attesa realizzata da Agenas, con l’obiettivo di monitorare i tempi e aumentare la trasparenza. Il principio è semplice: se i tempi sono misurati e confrontabili, si può intervenire in modo mirato. Ma la presenza di uno strumento nazionale non risolve da sola il problema regionale. Serve che i dati siano alimentati correttamente, che le agende siano allineate, che le aziende sanitarie gestiscano le priorità e che gli interventi di aumento della produzione siano verificabili.
Quando tutto questo non avviene, il cittadino vede un solo risultato: tempi lunghi, rimbalzi, prenotazioni impossibili o rinvii.
Mobilità sanitaria una fuga che diventa un acceleratore delle liste
La mobilità sanitaria non è soltanto un sintomo. È anche un acceleratore del problema. Quando molti cittadini vanno fuori regione, la Calabria perde risorse economiche che potrebbero essere reinvestite, ma perde anche fiducia. E la fiducia è una variabile concreta: se una quota crescente di cittadini, appena può, cerca altrove una risposta più rapida o percepita come migliore, il sistema locale rimane con carichi più complessi e con una platea più fragile, che ha meno possibilità di scegliere.
Il saldo negativo di circa 190 milioni di euro nel 2023 è un indicatore durissimo proprio per questo. Significa che l’uscita di pazienti non è episodica, ma strutturale. E più è strutturale, più diventa difficile reinvestire con forza sui servizi che servirebbero a ridurre liste e attrarre prestazioni dentro regione.
Perché alcune prestazioni diventano “impossibili” e altre no
Un errore comune è pensare che tutte le liste siano uguali. Non lo sono. Ci sono prestazioni che si allungano per mancanza di personale, altre per mancanza di apparecchiature funzionanti o per manutenzioni, altre perché la domanda è esplosa e non è stata governata con criteri di appropriatezza. Ci sono visite che potrebbero essere gestite con percorsi integrati e invece vengono richieste in modo ripetitivo, e ci sono esami che diventano colli di bottiglia perché un anello della catena diagnostica è debole.
È per questo che la soluzione non può essere una sola. Aumentare genericamente l’offerta aiuta, ma senza un lavoro su priorità, appropriatezza, percorsi e territorio si rischia di produrre più prestazioni senza ridurre davvero le liste. E quando le liste non scendono, la percezione pubblica peggiora e la mobilità aumenta.
Cosa potrebbe accorciare davvero i tempi e cosa invece serve solo a fare notizia
Se l’obiettivo è ridurre le attese, le leve efficaci sono sempre le stesse, e non dipendono da slogan. Servono più ore di attività effettiva dove l’imbuto è più stretto, serve recuperare personale e renderlo stabile, serve un sistema di prenotazione trasparente e verificabile, serve far funzionare la medicina territoriale in modo da ridurre accessi impropri e richieste ripetute. E serve una cosa che spesso manca: misurare con continuità.
Quando si finanziano interventi per ridurre le liste, la domanda vera è come si misura il risultato, con quali indicatori e con quali tempi. Altrimenti il rischio è che le risorse producano solo un alleggerimento momentaneo, e dopo pochi mesi il sistema torni al punto di partenza.
Per il cittadino, la differenza tra propaganda e riforma si vede in un dettaglio molto semplice: la data certa in agenda.