La Diga dell'Esaro
La Diga dell'Esaro

In una regione dove gli agricoltori denunciano periodicamente difficoltà di irrigazione e diversi territori devono confrontarsi con l'incertezza delle forniture idriche, esiste un paradosso che attraversa decenni di storia amministrativa: la Calabria dispone di dighe, bacini artificiali e infrastrutture progettate per raccogliere e distribuire acqua, ma una parte di questo patrimonio non riesce ancora a esprimere il proprio potenziale. Non sempre il problema è la mancanza della risorsa naturale. Talvolta l'acqua viene effettivamente accumulata, ma mancano le opere necessarie per trasportarla verso le aziende agricole, gli impianti industriali e le reti acquedottistiche. In altri casi le infrastrutture sono rimaste incompiute per decenni, tra difficoltà tecniche, interruzioni dei lavori, cambiamenti progettuali e finanziamenti che non hanno prodotto il completamento delle opere. È una questione che coinvolge la capacità di programmare lo sviluppo economico della regione. Perché l'acqua non rappresenta soltanto un servizio essenziale per le famiglie, ma costituisce una risorsa indispensabile per l'agricoltura, la trasformazione alimentare, l'industria e la produzione di energia. La Calabria possiede una rete di grandi invasi, alcuni dei quali pienamente funzionanti, altri caratterizzati da limitazioni operative o dalla mancanza di infrastrutture complementari. Secondo le informazioni pubblicate dalla Protezione civile regionale, il territorio conta 26 grandi dighe di competenza statale, delle quali 20 risultano in esercizio. Dieci sono destinate alla produzione idroelettrica, due servono importanti sistemi acquedottistici regionali e le restanti infrastrutture operative sono utilizzate prevalentemente per l'irrigazione. Il quadro dimostra che non si può parlare di un sistema interamente fermo. Esistono impianti funzionanti e strategici, ma anche opere che continuano a rappresentare occasioni di sviluppo non pienamente realizzate. Il problema, quindi, non consiste soltanto nel numero delle dighe costruite. Riguarda la loro effettiva capacità di fornire acqua, l'efficienza delle reti collegate, i costi di gestione e la continuità delle erogazioni.

La diga dell'Esaro, un'infrastruttura incompiuta da quasi quarant'anni

Uno dei casi più emblematici è quello della diga dell'Alto Esaro, in località Cameli, nel territorio di Sant'Agata di Esaro, in provincia di Cosenza. Il progetto risale agli anni Settanta e nasceva con l'obiettivo di realizzare un grande sistema di accumulo idrico capace di sostenere l'approvvigionamento potabile, l'agricoltura e la produzione di energia. La diga avrebbe dovuto avere una capacità di circa 120 milioni di metri cubi d'acqua, una dimensione rilevante per il sistema idrico regionale. Secondo le caratteristiche originarie dell'intervento, la struttura avrebbe potuto assicurare una portata potabile di 750 litri al secondo e una disponibilità per uso irriguo di circa 1.300 litri al secondo, oltre a contribuire alla produzione idroelettrica. La realizzazione, tuttavia, si è scontrata con gravi difficoltà tecniche e geologiche. Dopo l'avvio dei lavori negli anni Ottanta, i problemi riscontrati nell'area dello sbarramento hanno determinato l'interruzione del cantiere. Da allora, la diga è diventata uno dei simboli delle grandi opere incompiute calabresi. Nel tempo si sono succeduti annunci, valutazioni progettuali e ipotesi di completamento, senza che l'infrastruttura sia stata portata nelle condizioni di svolgere la funzione per la quale era stata concepita. Il caso dell'Esaro continua a sollevare interrogativi sul rapporto tra investimenti pubblici e risultati ottenuti. Una struttura progettata per contribuire alla sicurezza idrica regionale non può essere valutata soltanto per quanto è stato costruito, ma per il servizio che è effettivamente in grado di garantire.

Il sopralluogo di Orlandino Greco e la richiesta di riaprire il confronto

La vicenda è tornata al centro del dibattito politico anche nell'estate del 2026. Il consigliere regionale Orlandino Greco ha effettuato un sopralluogo presso la diga dell'Alto Esaro, denunciando il protrarsi di una situazione che ha definito non più tollerabile. Greco ha richiamato la necessità di affrontare concretamente il futuro dell'infrastruttura, superando la lunga stagione delle promesse e delle ipotesi di intervento. La questione, tuttavia, richiede valutazioni approfondite. Dopo decenni di inattività, non sarebbe sufficiente riprendere i lavori sulla base del progetto originario. Occorrerebbe verificare le condizioni geologiche e strutturali, aggiornare le valutazioni di sicurezza, considerare le attuali esigenze idriche del territorio e definire la sostenibilità economica dell'eventuale completamento. Il problema non può essere ridotto alla semplice contrapposizione tra chi vuole terminare l'opera e chi ne mette in discussione la convenienza. La domanda centrale è un'altra: quanto costerebbe oggi completare e rendere operativa la diga dell'Esaro, e quali benefici concreti potrebbe garantire rispetto ad altre soluzioni disponibili? Una risposta richiederebbe dati aggiornati sui costi, sui fabbisogni, sulle condizioni tecniche e sui possibili utilizzi.

La diga del Metramo, milioni di metri cubi d'acqua che non raggiungono la Piana di Gioia Tauro

Se l'Esaro rappresenta il caso di una grande opera incompiuta, la diga del Metramo, conosciuta anche come Castagnara, nel Reggino, racconta una difficoltà diversa: quella di un'infrastruttura realizzata che non riesce ancora a essere utilizzata pienamente. Situato nell'area montana tra Galatro e i territori limitrofi, l'invaso dispone di una capacità indicata in circa 26,5 milioni di metri cubi. Secondo ricostruzioni pubblicate nell'agosto 2026, il sistema potrebbe consentire una fornitura annua potenziale di circa 35 milioni di metri cubi, sufficiente, nelle valutazioni riportate, a sostenere l'irrigazione di circa ottomila ettari di terreno agricolo. Si tratta di stime legate alle caratteristiche e alle condizioni operative previste, non di quantità che oggi vengono effettivamente distribuite. Il problema riguarda soprattutto le opere di adduzione e distribuzione a valle. Le infrastrutture necessarie per portare la risorsa verso la Piana di Gioia Tauro e gli altri territori interessati non risultano pienamente completate, limitando fortemente l'utilizzo del bacino. Alcune ricostruzioni hanno indicato un impiego pari a circa il 5% del potenziale irriguo, con una superficie servita nell'ordine di quattrocento ettari rispetto agli ottomila teoricamente raggiungibili. Numeri che, pur richiedendo una verifica puntuale attraverso i dati di esercizio aggiornati, descrivono una distanza significativa tra le potenzialità progettuali e il servizio effettivamente disponibile. In una delle principali aree agricole della Calabria, caratterizzata da produzioni agrumicole e olivicole, questa limitazione si traduce in un'opportunità mancata per molte imprese.

Pozzi privati e maggiori costi: il prezzo economico del mancato utilizzo degli invasi

Quando l'acqua accumulata in una diga non raggiunge i terreni agricoli, le aziende devono individuare altre soluzioni. Il ricorso a pozzi autorizzati e sistemi autonomi di pompaggio può diventare una necessità per garantire la continuità delle coltivazioni. Queste alternative, tuttavia, comportano investimenti e costi di gestione. Occorre realizzare gli impianti, acquistare e mantenere le pompe, sostenere le spese energetiche e verificare periodicamente la funzionalità delle attrezzature. Inoltre, l'approvvigionamento autonomo non garantisce necessariamente la stessa continuità di un sistema collettivo adeguatamente progettato e gestito. Le difficoltà possono aumentare durante i periodi di siccità, quando il fabbisogno delle colture cresce e la disponibilità delle fonti utilizzate può ridursi. La questione della diga del Metramo assume quindi una dimensione economica che va oltre il mancato utilizzo dell'infrastruttura. Il costo del sistema incompleto viene in parte trasferito sulle imprese agricole, che devono sostenere autonomamente spese per procurarsi una risorsa indispensabile alla produzione. È proprio questo uno degli aspetti meno visibili del problema. Un'opera pubblica sottoutilizzata non produce soltanto un beneficio inferiore a quello previsto. Può contribuire indirettamente a mantenere elevati i costi produttivi di un intero comprensorio.

Metramo, oltre 34 milioni per completare le opere necessarie

La questione del Metramo è tornata all'attenzione delle istituzioni nel corso del 2026, anche attraverso un'interrogazione presentata al Consiglio regionale il 18 agosto dai consiglieri Francesco De Cicco e Giuseppe Ranuccio. Nel documento viene evidenziato che, al 31 dicembre 2025, la diga risultava classificata in esercizio normale con limitazione di invaso. Si sottolinea inoltre la necessità di completare le opere acquedottistiche e di distribuzione, senza le quali la disponibilità d'acqua non può trasformarsi in un servizio esteso al territorio. Sul fronte dei finanziamenti, una rimodulazione degli interventi concordata nel 2025 tra Regione Calabria e Ministero delle Infrastrutture, e approvata dalla Corte dei conti all'inizio del 2026, prevede 26,5 milioni di euro per le condotte di derivazione e ulteriori 7,7 milioni per l'impianto di potabilizzazione destinato al sistema di approvvigionamento di Laureana di Borrello. Complessivamente si tratta di oltre 34 milioni di euro, destinati a superare alcune delle principali limitazioni dell'infrastruttura. La presenza delle risorse, tuttavia, non coincide con il completamento degli interventi. Occorre verificare lo stato delle progettazioni, le procedure di affidamento, i tempi di realizzazione e l'effettiva entrata in funzione delle opere. Per la Piana di Gioia Tauro la questione è particolarmente importante. Un servizio irriguo più efficiente potrebbe contribuire a ridurre la dipendenza dai prelievi autonomi, migliorare la programmazione delle coltivazioni e rendere più sostenibili gli investimenti delle imprese agricole.

Menta e Alaco, le dighe funzionanti dimostrano il valore degli invasi

Accanto alle opere incompiute esistono infrastrutture che svolgono un ruolo essenziale nel sistema idrico regionale.La diga  del Menta, nel territorio di Roccaforte del Greco, in Aspromonte, rappresenta una delle principali fonti di approvvigionamento per Reggio Calabria e le aree limitrofe. La struttura dispone di una capacità complessiva di circa 18 milioni di metri cubi ed è gestita da Sorical. Nel corso della primavera 2026, dopo le precipitazioni e le nevicate dei mesi precedenti, l'invaso ha raggiunto la quota di massima regolazione, contribuendo a migliorare le disponibilità idriche del territorio. Un ruolo altrettanto importante viene svolto dalla diga dell'Alaco, situata nell'area della Lacina, tra il Vibonese e il Catanzarese. Secondo Sorical, l'infrastruttura contribuisce all'approvvigionamento idropotabile di un vasto sistema territoriale che comprende numerosi comuni della Calabria centro-meridionale. Le due dighe dimostrano come gli invasi possano costituire uno strumento fondamentale per affrontare la variabilità delle precipitazioni e garantire una maggiore continuità della fornitura. Ma evidenziano anche l'importanza di una gestione complessiva che comprenda il trattamento dell'acqua, il controllo della qualità, la manutenzione e l'efficienza delle reti di distribuzione.

Settembre 2026, oltre 36 milioni di metri cubi tra Menta e Alaco

I dati più recenti sulla disponibilità idrica regionale mostrano un quadro in miglioramento rispetto al 2025. Secondo le informazioni diffuse dall'Autorità di bacino distrettuale dell'Appennino Meridionale, al 30 settembre 2026 le dighe del Menta e dell'Alaco disponevano complessivamente di 36,75 milioni di metri cubi d'acqua, con un aumento di 16,20 milioni rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Un incremento significativo, che testimonia il recupero delle riserve dopo le difficoltà registrate durante le precedenti stagioni siccitose. Anche gli invasi della Sila hanno mostrato condizioni favorevoli. Le dighe dell'Arvo, dell'Ampollino e del Passante presentavano, alla fine di settembre, una disponibilità complessiva di 46,6 milioni di metri cubi, circa 27,5 milioni in più rispetto all'anno precedente. Questi dati dimostrano che la quantità d'acqua accumulata può variare sensibilmente da una stagione all'altra e che le condizioni meteorologiche continuano a rappresentare un fattore determinante per la sicurezza degli approvvigionamenti. Nell'ottobre 2026 è stata inoltre comunicata la revoca dello stato di emergenza idrica per i territori di Reggio Calabria e Crotone, in un contesto di generale miglioramento delle disponibilità nel distretto dell'Appennino Meridionale. Restano tuttavia criticità locali che richiedono interventi specifici. Una stagione con invasi più pieni non risolve automaticamente i problemi strutturali delle infrastrutture, soprattutto dove mancano le opere di collegamento o le reti non riescono a distribuire la risorsa in maniera efficiente.

L'acqua accumulata non basta: il problema delle reti di distribuzione

Il caso calabrese dimostra quanto sia importante distinguere tra capacità di accumulo e disponibilità effettiva della risorsa. Una diga può contenere milioni di metri cubi d'acqua, ma questo non significa che quella quantità sia immediatamente utilizzabile per irrigare i campi o alimentare gli acquedotti. Occorrono condotte di adduzione, impianti di sollevamento, sistemi di regolazione, eventuali trattamenti di potabilizzazione e reti di distribuzione efficienti. Ogni passaggio comporta costi di investimento, manutenzione e gestione. Se una parte del sistema non funziona, la capacità complessiva dell'infrastruttura risulta limitata. È proprio ciò che emerge nelle vicende del Metramo e dell'Esaro, pur con differenze sostanziali. Nel primo caso esiste un invaso realizzato, ma il servizio risulta fortemente condizionato dall'incompletezza delle opere a valle. Nel secondo, invece, il mancato completamento dello sbarramento impedisce di utilizzare l'infrastruttura secondo le finalità originarie. Sono problemi diversi, che richiedono soluzioni differenti, ma che producono una conseguenza comune: la distanza tra gli investimenti programmati e i benefici concretamente disponibili.

Il patrimonio idrico e il rischio degli sprechi

Parlare di spreco d'acqua non significa necessariamente affermare che tutta la risorsa non utilizzata venga dispersa. L'acqua accumulata negli invasi può avere funzioni ambientali, di regolazione e di sicurezza. Inoltre, i volumi realmente prelevabili dipendono da condizioni tecniche, autorizzazioni, vincoli ecologici e necessità di gestione. Non sarebbe quindi corretto considerare ogni metro cubo presente in una diga come una quantità immediatamente disponibile per gli usi agricoli o potabili. Esiste però un altro tipo di spreco, meno visibile: quello del potenziale economico e infrastrutturale che non viene trasformato in servizi. Una diga costruita ma sottoutilizzata rappresenta un investimento pubblico che non produce tutti i benefici attesi. Un sistema irriguo progettato per servire migliaia di ettari, ma capace di raggiungerne soltanto una parte, limita le opportunità produttive del territorio. Un'opera incompiuta richiede inoltre valutazioni e interventi per la propria conservazione e sicurezza, senza garantire necessariamente una funzione economica proporzionata alle risorse impegnate. Per misurare correttamente questi costi sarebbe necessario conoscere quanto è stato speso per ciascun progetto, quali ulteriori investimenti siano necessari e quali benefici siano oggi realisticamente conseguibili.

Agricoltura, energia e acqua potabile: il valore economico delle infrastrutture idriche

La piena funzionalità degli invasi potrebbe produrre benefici in più settori. Per l'agricoltura, una maggiore disponibilità d'acqua permetterebbe alle imprese di programmare meglio le coltivazioni e di ridurre l'incertezza legata ai periodi siccitosi. Per il sistema acquedottistico, infrastrutture efficienti potrebbero contribuire a diversificare le fonti di approvvigionamento e rafforzare la sicurezza delle forniture. In alcuni casi, le dighe possono inoltre essere integrate con la produzione di energia idroelettrica, valorizzando ulteriormente la risorsa disponibile. Tuttavia, questi utilizzi non sono automaticamente compatibili tra loro. L'acqua destinata alla produzione energetica, all'irrigazione e al consumo umano deve essere gestita attraverso criteri di programmazione che tengano conto delle priorità e delle condizioni ambientali. La disponibilità idrica diventa così una questione di pianificazione economica e territoriale. Non basta decidere quanti nuovi invasi costruire. Occorre stabilire dove sia realmente necessario aumentare l'accumulo, quali reti debbano essere modernizzate e quali infrastrutture esistenti possano essere recuperate con un rapporto sostenibile tra costi e benefici.

Cambiamenti climatici e siccità, la necessità di programmare oltre le emergenze

L'alternanza tra periodi di precipitazioni intense e fasi prolungate di siccità rende ancora più importante una gestione efficiente delle risorse idriche. Le dighe possono contribuire a regolare la disponibilità dell'acqua nel corso dell'anno, ma non rappresentano una soluzione sufficiente se il resto del sistema rimane inefficiente. Le reti deteriorate, gli impianti obsoleti e le difficoltà di coordinamento tra i diversi utilizzatori possono ridurre i benefici derivanti dall'accumulo. A questo si aggiunge la necessità di valutare gli effetti ambientali degli sbarramenti e di garantire la sicurezza delle infrastrutture, soprattutto in territori caratterizzati da fragilità geologiche e rischio idrogeologico. Il cambiamento delle condizioni climatiche richiede quindi una programmazione fondata su dati aggiornati e previsioni di lungo periodo. Non tutte le dighe progettate decenni fa rispondono necessariamente alle esigenze attuali. Allo stesso tempo, infrastrutture già realizzate potrebbero rappresentare risorse importanti, purché il loro completamento risulti tecnicamente sicuro ed economicamente sostenibile.

Dalle promesse ai cantieri, la Calabria deve conoscere i costi del mancato completamento

Le vicende dell'Esaro e del Metramo pongono una questione che va oltre i singoli territori. Per decenni, la Calabria ha visto susseguirsi programmi infrastrutturali accompagnati dalla promessa di migliorare la disponibilità d'acqua e sostenere lo sviluppo agricolo e industriale. Alcune opere sono state completate e svolgono oggi funzioni fondamentali. Altre sono rimaste ferme oppure non hanno ancora raggiunto le condizioni necessarie per garantire i servizi previsti. Il problema non può essere affrontato soltanto attraverso nuovi stanziamenti. Occorre costruire un quadro pubblico e aggiornato dello stato di ogni grande infrastruttura, con indicazioni sui costi già sostenuti, sulle opere mancanti, sulle verifiche di sicurezza e sui tempi realisticamente necessari per l'eventuale completamento. Per gli impianti già funzionanti sarebbe altrettanto utile conoscere i volumi annualmente accumulati, quelli effettivamente distribuiti e le superfici agricole servite. Sono informazioni fondamentali per comprendere dove intervenire con maggiore urgenza.

Il futuro dell'acqua in Calabria passa dal completamento delle opere e dall'efficienza

La Calabria non può affidare la propria sicurezza idrica esclusivamente all'andamento delle precipitazioni. Le condizioni meteorologiche rimarranno inevitabilmente variabili, ma la capacità di gestire l'acqua disponibile dipende anche dalle infrastrutture e dalle scelte amministrative. Il miglioramento delle riserve registrato nel 2026 rappresenta un segnale positivo, ma non cancella i problemi delle opere incompiute e delle reti inefficienti. La diga dell'Esaro continua a ricordare le conseguenze di un progetto rimasto irrealizzato per decenni. Il Metramo dimostra come la costruzione di uno sbarramento non sia sufficiente se mancano le infrastrutture per utilizzare la risorsa. Menta e Alaco testimoniano, invece, l'importanza degli invasi che svolgono stabilmente la propria funzione. La vera sfida consiste nel passare da una politica concentrata sugli annunci a una gestione capace di misurare risultati, costi e benefici. Perché il patrimonio idrico di una regione non si valuta soltanto contando le dighe o sommando i metri cubi che potrebbero contenere. Si valuta osservando quanta acqua arriva realmente alle famiglie, alle imprese e ai terreni agricoli, con quale continuità e a quali costi. Il grande paradosso della Calabria non è soltanto avere acqua e non riuscire sempre a utilizzarla. È aver investito per decenni in infrastrutture che, in alcuni casi, attendono ancora di diventare servizi. E finché questo divario non verrà superato, ogni estate di siccità continuerà a riportare al centro la stessa domanda: perché una regione che possiede dighe e invasi strategici deve ancora fare i conti con territori che non riescono a ricevere tutta l'acqua necessaria?