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Trent’anni dalla strage di Capaci, quel martirio che ha segnato la storia italiana

Erano le 17.56 e 48 secondi di sabato 23 maggio 1992 quando un’esplosione devastò completamente il tratto dell’autostrada A29, al passaggio di tre auto blindate, delineando la strage mafiosa più nota della storia italiana. Fu quell’attentato a porre fine ad uno degli operati più impattanti dell’antimafia italiana, in cui trovarono la morte diversi esponenti politici che guidarono le più importanti lotte nei confronti delle cosche relative a “Cosa Nostra”. Furono le stragi di Capaci, insieme a quella di via D’Amelio a porre fine alla guerra, e alla vita, dei magistrati siciliani Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Trent’anni dopo, viene ancora ricordato quell’avvenimento storico, che nasconde l’amara sconfitta dell’istituzione “giusta”, conservando in sè una serie di dubbi che necessitavano di avere l’opportunità di scomporre quell’anno del 1994 per trarne, realmente, le dinamiche mafiose del periodo. Il tempo non è stato d’aiuto, non ha modificato quegli stessi movimenti in cui, ancora ad oggi, l’Italia si trova a sguazzare, piegata ad una istituzione illeggittima che trova posto al tavolo sbagliato.

“Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini” questo affermava Falcone, un messaggio intriso di significato ma, soprattutto, di motivazione alla lotta, alla giustizia. Uno schiaffo all’omertà che, silente, non ha il coraggio di cambiare, indebolendo sempre di più il desiderio di sciogliersi da quella catena che è, ad oggi, la criminalità organizzata, che piega e spezza, tarpando le ali ad un territorio che non ha più i polmoni per respirare.

Le pedine rimangono i singoli che vivono l’ardore del cambiamento, del miglioramento, della rivolta. I singoli che combattono per il futuro, per i diritti, per la “cosa giusta”, mentre attendono le risposte da un sistema che lascia loro le redini di una lotta che non ha nulla di individuale.

Ciò nonostante, l’operato di quegli anni, però, rimane vive nell’animo di chi crede, ancora, nell’abbattimento di quel muro che è il malaffare, mettendo a rischio la propria vita e utilizzando il proprio ruolo all’interno della società come azione di contrato alle mafie e alla criminalità organizzata.

Quel martirio scaturito da 500 chili di tritolo che uccisero Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Scifani ha lasciato ancora vivi i segni di un Meridione che mira e pone lo sguardo al cambiamento, continuando a credere che è nel bisogno di riscatto di ognuno a celarsi la vera forza del miglioramento.

Francesca Achito

Determinata, sensibile, puntuale. Francesca Achito, classe 1996, è una giornalista praticante calabrese. Dedita sin da piccola alla scrittura, ama dare voce ai più deboli, raccontando storie di vita e puntando i riflettori su contesti di marginalità. Innamorata del giornalismo, ha condotto inchieste legate a casi di violenza di genere, malasanità e disagi sociali e familiari. Studentessa all’Università della Calabria, sta conseguendo la laurea in Storia, coniugando la passione per l’antichità con quella della letteratura. Crede fortemente nel buon giornalismo: cercando sempre di dare una propria firma alle storie che racconta, riesce a mantenere l’oggettività e la precisione di cui necessita la corretta informazione.

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