laghi agricoltura

La siccità in Calabria non può più essere affrontata soltanto quando pozzi, sorgenti e invasi raggiungono livelli critici. Il cambiamento del regime delle precipitazioni sta rendendo sempre più frequente l’alternanza tra lunghi periodi asciutti e piogge brevi, violente e concentrate, incapaci di ricaricare adeguatamente falde e terreni.

Il problema non riguarda esclusivamente la quantità complessiva di pioggia, ma la capacità del territorio di raccoglierla, conservarla e distribuirla nei momenti di maggiore bisogno. Una parte consistente dell’acqua precipitata scorre rapidamente nei torrenti e raggiunge il mare, mentre campagne e allevamenti affrontano settimane di carenza proprio durante le fasi decisive della stagione produttiva.

Le valutazioni nazionali dell’Ispra mostrano che, nel trentennio 1991-2020, la disponibilità media di risorsa idrica si è ridotta del 19% rispetto al periodo 1921-1950. Nello scenario climatico più critico, la diminuzione futura potrebbe raggiungere valori particolarmente elevati nel Mezzogiorno.

Le emergenze locali non sono superate

Nel marzo 2026 il Distretto idrografico dell’Appennino Meridionale indicava per la Calabria una severità idrica complessivamente bassa, grazie al recupero delle fonti gestite da Sorical e del sistema Arvo-Ampollino. Lo stesso quadro segnalava, tuttavia, il permanere dello stato di emergenza nelle province di Crotone e Reggio Calabria, confermando come le condizioni medie regionali possano nascondere forti differenze territoriali.

Negli ultimi anni la crisi ha reso necessari interventi straordinari per rigenerare pozzi, individuare fonti alternative e rafforzare gli approvvigionamenti nei territori più esposti. La Regione ha riconosciuto una doppia vulnerabilità: da una parte la siccità strutturale, dall’altra gli eventi alluvionali estremi. Due fenomeni apparentemente opposti, ma legati dalla stessa incapacità di governare l’acqua durante l’intero ciclo stagionale.

Le risorse destinate alle opere emergenziali sono indispensabili, ma non possono sostituire una programmazione di lungo periodo. Nel 2025 gli stanziamenti nazionali per gli interventi contro la scarsità idrica in Calabria avevano raggiunto complessivamente circa 17,5 milioni di euro, destinati principalmente al potenziamento delle infrastrutture, alla distribuzione potabile e al sostegno dei territori maggiormente in difficoltà.

Grandi invasi da recuperare e rendere pienamente utilizzabili

Il primo pilastro di un piano regionale dovrebbe riguardare la manutenzione e il pieno utilizzo degli invasi esistenti. Non basta avere una diga se la capacità effettiva è ridotta dall’accumulo di sedimenti, da limitazioni tecniche, da opere incomplete o da collegamenti insufficienti con le reti di distribuzione.

Il lago Ampollino
Il lago Ampollino


Occorre verificare per ogni bacino la quantità d’acqua realmente disponibile, le perdite, lo stato degli scarichi, la sicurezza delle strutture e la possibilità di collegare tra loro sistemi oggi separati. I piani di emergenza approvati per le dighe Traversa di Tarsia e Redisole dimostrano quanto la gestione degli invasi richieda contemporaneamente sicurezza, manutenzione e programmazione degli utilizzi.

Le grandi opere devono essere considerate riserve strategiche per usi potabili, agricoli e ambientali, evitando però che tutta la risposta alla siccità venga concentrata in pochi serbatoi. Una rete troppo centralizzata rischia infatti di non raggiungere rapidamente aziende e territori rurali lontani dalle condotte principali.

Laghetti aziendali per rendere autonome le imprese

Accanto agli invasi pubblici servono migliaia di piccoli accumuli diffusi nelle aziende agricole. I laghetti aziendali possono raccogliere le acque piovane invernali, quelle provenienti dai tetti delle strutture rurali o da ruscellamenti controllati, mettendole a disposizione nei mesi più asciutti.

Queste opere non devono essere immaginate come grandi sbarramenti, ma come bacini progettati in base alle caratteristiche geologiche, alle colture presenti e alla reale disponibilità idrica. Negli oliveti, nei frutteti, negli ortaggi e negli allevamenti potrebbero garantire irrigazioni di soccorso, abbeveraggio e protezione delle produzioni durante le ondate di calore.

Gli strumenti regionali per gli investimenti agricoli contemplano impianti irrigui e strutture alimentate da acque stagionali, comprese quelle destinate alla captazione della pioggia. La presenza di queste possibilità nei bandi dimostra che la soluzione è tecnicamente e finanziariamente praticabile, ma occorre trasformarla in una politica organica e non lasciarla alla capacità del singolo imprenditore di intercettare una misura.

Raccogliere l’acqua dai tetti e dalle superfici aziendali

Stalle, magazzini, serre, cantine, frantoi e capannoni agricoli dispongono spesso di ampie coperture dalle quali l’acqua piovana viene semplicemente allontanata attraverso grondaie e canali.

Con cisterne interrate o fuori terra, sistemi di filtraggio e reti separate, questa risorsa potrebbe essere utilizzata per lavaggi, irrigazioni localizzate, abbeveraggio compatibile con le norme sanitarie e altri impieghi aziendali che non richiedono necessariamente acqua potabile.

La raccolta dai tetti presenta inoltre un vantaggio importante: limita il ruscellamento durante i temporali, alleggerisce fossi e reti di scolo e consente di trattenere l’acqua esattamente nel luogo in cui sarà successivamente utilizzata.

Non basta accumulare se le reti continuano a perdere

Realizzare nuovi bacini senza intervenire sulle condotte rischierebbe di produrre benefici limitati. Una strategia efficace deve comprendere la sostituzione delle tubazioni deteriorate, il controllo delle perdite, la misurazione dei consumi e la modernizzazione degli impianti collettivi gestiti dai consorzi.

L’irrigazione a scorrimento deve essere progressivamente affiancata o sostituita, dove possibile, da sistemi a goccia, sensori di umidità, stazioni meteorologiche e tecnologie capaci di distribuire l’acqua soltanto quando e dove serve.

La Regione ha già inserito tra le proprie strutture amministrative competenze specifiche sui sistemi irrigui e sulla valutazione dei fabbisogni. Il passaggio decisivo è utilizzare queste conoscenze per costruire una mappa aggiornata della domanda agricola, distinguendo colture, stagioni, disponibilità locali e priorità di intervento.

Piccoli bacini anche contro incendi e dissesto

I laghetti rurali non avrebbero una funzione esclusivamente produttiva. Se distribuiti nelle aree interne e collinari, potrebbero diventare punti di approvvigionamento per i mezzi antincendio, riserve per la fauna e strumenti utili a rallentare il deflusso delle precipitazioni intense.

La progettazione deve però rispettare l’equilibrio dei corsi d’acqua e la stabilità dei versanti. Non è possibile intercettare ogni flusso senza valutare gli effetti a valle, né autorizzare opere prive di controlli sulla tenuta dei terreni. La raccolta diffusa deve essere accompagnata da manutenzione forestale, sistemazione dei fossi, recupero dei terrazzamenti e tutela delle zone umide.

Un piano dell’acqua, dunque, deve unire agricoltura e difesa del territorio. Trattenere le precipitazioni in modo controllato significa ridurre contemporaneamente i danni della siccità e quelli provocati da ruscellamenti e allagamenti.

Un’unica regia regionale per programmare gli usi

Oggi la gestione della risorsa coinvolge Regione, Sorical, Comuni, consorzi, Autorità di bacino, gestori delle dighe, Protezione civile e aziende agricole. Senza una regia unica, il rischio è che ogni soggetto disponga soltanto di una parte delle informazioni e che gli interventi vengano decisi quando l’emergenza è già esplosa.

Servono dati pubblici e costantemente aggiornati sui livelli degli invasi, sulle portate delle sorgenti, sulla disponibilità delle falde, sulle perdite delle reti e sui fabbisogni agricoli. In base a queste informazioni dovrebbe essere definito, prima dell’estate, un bilancio idrico territoriale capace di stabilire quantità disponibili, priorità e possibili restrizioni.

Dall’emergenza alla prevenzione

La Calabria non può continuare a inseguire la siccità con autobotti, ordinanze e perforazioni realizzate all’ultimo momento. Questi strumenti restano necessari nelle fasi più critiche, ma rappresentano una risposta costosa e temporanea.

Il piano realmente utile deve combinare il recupero dei grandi invasi, la costruzione di piccoli bacini aziendali e interaziendali, la raccolta dell’acqua piovana, la riduzione delle perdite e l’irrigazione di precisione. A tutto questo devono aggiungersi procedure autorizzative più rapide, assistenza tecnica e contributi accessibili anche alle imprese agricole di dimensioni ridotte.

La vera sfida non consiste nel trovare acqua quando non piove più, ma nel conservare quella che cade nei mesi favorevoli. Solo così la Calabria potrà proteggere le produzioni agricole, ridurre i conflitti tra usi diversi e trasformare una risorsa sempre più irregolare in una riserva governata nell’interesse dei territori.