Gusto Ribelle: Foodblogger: esperti di niente che si spacciano per comunicatori del gusto
Tra recensioni compiacenti, foto patinate e giudizi sempre entusiastici, il racconto del cibo sui social rischia di trasformarsi in una vetrina senza verità, dove l’immagine conta più della qualità e la critica scompare
Nel grande circo del food marketing, dove l’apparenza vale più del sapore e la narrazione rimpiazza la realtà, regna una figura tragicomica: il foodblogger. Questo personaggio, che si autoproclama “comunicatore del gusto”, è in realtà un venditore di illusioni gastronomiche. Capace di trasformare una pasta collosa in “comfort food emozionale” e una ‘nduja ossidata in “nota piccante della tradizione”, il foodblogger non comunica: propaganda.
Dietro le foto filtrate e i post acchiappa-like, non c'è cultura del cibo. Non c'è onestà. C’è solo una strategia: dire sempre che tutto è buono, a prescindere dalla verità.
Tutto è sempre “sublime” (anche quando è immangiabile)
Addentrarsi nel mondo dei foodblogger è come leggere un menu scritto da un algoritmo: tutte le pietanze sono “esperienze sensoriali”, tutti i ristoranti sono “imperdibili”, e ogni scarso piatto viene glorificato come “autenticità pura”.
Ma provate a raschiare sotto la superficie degli hashtag e dei filtri vintage: quello che resta è spesso una massa insapore, servita con pomposità e zero senso critico.
Perché la verità non paga. Una recensione sincera, che denuncia un piatto scadente, chiude porte e inviti. E allora, meglio esaltare anche il peggiore dei fritti: basta una foto in luce naturale, una foglia di basilico strategicamente posata, ed ecco che la frittura floscia diventa “street food identitario”.
Il teatrino dell’accordo tacito
Il ristoratore lo sa bene: non serve investire in qualità, basta servire qualcosa “fotogenico” e infilare una burrata nel piatto. Il resto lo fa il blogger.
Scriverà: “Un viaggio visivo e gustativo tra i sapori antichi della Calabria”. E intanto il piatto giace intatto, freddo, inutilizzato. Perché il vero obiettivo non è raccontare il gusto, ma vendere un’immagine.
Questo schema premia la mediocrità, eleva il minimo sindacale a eccellenza e affossa ogni tentativo autentico di fare buona ristorazione. I foodblogger, così facendo, non alzano l’asticella: la seppelliscono.
Comunicatori, ma de che?
Eppure, con una spavalderia disarmante, molti di questi personaggi si ostinano a definirsi “esperti di comunicazione gastronomica”. Ma la comunicazione è una cosa seria. Richiede studio, etica, competenza, senso critico.
Non basta una Dslr, un invito a cena e quattro parole copiate da una brochure turistica per potersi definire “comunicatori”.
Questi soggetti non comunicano: vendono fumo. Il loro unico talento è saper barattare un post per un pasto gratis. Se la pasta è scotta? “Texture coraggiosa”. Se la crostata è stucchevole? “Un abbraccio dolce e generoso”. Se la lagane e ceci non sa di nulla? “Un piatto che sussurra storie di nonne e silenzi antichi”.
La cultura gastronomica sotto anestesia
Il risultato? Un panorama gastronomico sedato, senza spirito critico. Dove si investe più nelle posate di design che nei pomodori freschi. Dove il cuoco è uno stylist, non uno chef. E dove il cliente — vero protagonista dimenticato — paga caro un pasto che a malapena varrebbe una mensa scolastica.
Eppure sui social il piatto brilla. È taggato, lodato, amplificato da una miriade di didascalie patinate e contenuti copia-incolla.
La domanda finale
In questo scenario di ipocrisia condivisa, resta solo una domanda legittima: Abbiamo davvero bisogno dell’ennesimo post che celebra una lasagna molle o una pitta 'mpigliata da supermercato?
O forse è arrivato il momento di tornare a fidarsi del palato, del buon senso e della cultura gastronomica vera, quella fatta di stagionalità, lavoro e sapore? Perché il miglior foodblogger non è quello che riceve più like. È quello che ha il coraggio di dire: “questo piatto è una delusione”. E soprattutto, quello che sa davvero cosa vuol dire comunicare.