produttore

C’è una scena che in Calabria si ripete ogni giorno, senza rumore, senza titoli, senza telecamere. È la scena di un produttore che lavora, spesso con standard alti, con una qualità riconosciuta anche fuori regione, e poi si ritrova davanti a un dato che non ha poesia e non concede alibi: il prezzo che gli viene riconosciuto non basterebbe a trasformare quella qualità in stabilità.

E qui si apre la domanda che dà senso a tutta l’inchiesta: come può il cibo calabrese costare di più al consumatore e rendere di meno a chi lo produce?

La risposta, in Calabria come in molte altre regioni che producono qualità senza riuscire a trattenerne i benefici economici, partirebbe da un punto che spesso si evita di guardare: il prezzo nasce già “storto” all’origine.

Non perché i produttori siano incapaci. Non perché la qualità non ci sia. Ma perché il sistema, così com’è strutturato, tenderebbe a far pagare più duramente proprio chi sta a monte.

E la Calabria, purtroppo, pagherebbe questo meccanismo senza un “se” e senza un “ma”. Non per fatalismo, ma per fatti e condizioni che pesano.

Il punto zero: chi decide davvero il prezzo

In teoria il prezzo dovrebbe essere il risultato di un equilibrio: costi, domanda, offerta, qualità. In pratica, soprattutto per chi produce su scala ridotta, il prezzo sarebbe spesso il risultato di un rapporto di forza.

Il produttore calabrese, nella maggior parte dei casi, non avrebbe davanti un mercato “aperto” dove negoziare alla pari. Si muoverebbe dentro una filiera in cui i soggetti capaci di acquistare, trasformare e distribuire sono pochi e strutturati, mentre i produttori sono tanti, piccoli, frammentati.

Questo squilibrio genera un effetto semplice: chi compra avrebbe più potere di fissare condizioni.

E quando la trattativa non è equilibrata, la qualità rischia di diventare un valore “morale” e non un valore economico.

Frammentazione e debolezza contrattuale: la Calabria parte svantaggiata

La Calabria è un territorio in cui la produzione di qualità è spesso diffusa e articolata. Questo, sul piano culturale, è una ricchezza. Sul piano economico, può diventare un limite se non esiste una forza aggregata.

Quando i produttori sono piccoli e numerosi, la loro capacità di contrattare diminuisce. Quando i volumi sono discontinui, la filiera preferisce chi garantisce continuità. Quando la logistica è complicata, il costo di “portare fuori” il prodotto aumenta.

Questi non sono giudizi: sono condizioni. Ed è per questo che la Calabria “pagherebbe” più di altre: non perché non produce qualità, ma perché la qualità non basta se non si accompagna a struttura, contratti chiari e canali solidi.

I costi che non perdonano: quando produrre bene costa, ma non viene pagato

Produrre qualità non è solo un modo di lavorare, è una scelta economica. Significa spesso costi più alti: cure, controlli, alimentazione migliore per gli animali, tempi più lunghi, lavorazioni più accurate, investimenti costanti. E qui nasce la prima contraddizione: se il mercato all’origine non remunera questi costi, il produttore lavora in perdita o quasi.

In Calabria questo rischio sarebbe accentuato da fattori noti a chi vive il territorio: infrastrutture non sempre efficienti, distanze interne, costi di trasporto più elevati, difficoltà logistiche, e spesso una dimensione aziendale che non consente economie di scala.

Il risultato è che il produttore potrebbe trovarsi con costi reali in crescita, ma con un prezzo riconosciuto che cresce meno o non cresce affatto.

Il tempo e il rischio restano sulle spalle di chi produce Un elemento spesso sottovalutato è il rischio.

Chi produce si assume rischio climatico, rischio sanitario, rischio di mercato. Se un raccolto va male, se i costi aumentano, se un conferimento viene pagato tardi, l’impatto è immediato e personale.

Altri anelli della filiera, invece, potrebbero distribuire quel rischio su più prodotti, su più territori, su più volumi. Il produttore no: ha un’azienda, un territorio, un ciclo produttivo.

E quando si parla di prezzo all’origine, bisognerebbe ricordare proprio questo: il prezzo non dovrebbe pagare solo la materia prima, ma anche il rischio che la rende possibile.

Se non lo fa, il sistema seleziona nel tempo: resiste chi è grande, chi è integrato, chi ha cassa. Gli altri si consumano.

Il “capestro” invisibile: la necessità di vendere comunque

Il produttore, spesso, non può “aspettare”. Il latte va conferito, alcuni prodotti deperiscono, le finestre di vendita sono strette. Questa urgenza crea un vincolo: vendere comunque, anche a condizioni non ideali. È un meccanismo semplice, ma potentissimo. Chi compra lo sa. Chi trasforma lo sa. Chi distribuisce lo sa.

E quando una parte non può aspettare, la trattativa tende a spostarsi a favore dell’altra. Questo è uno dei motivi per cui il prezzo all’origine potrebbe nascere già compress0: perché la filiera sa che il produttore, alla fine, deve collocare il prodotto.

La qualità come narrazione, non come reddito

Qui entra una delle dinamiche più amare. La qualità calabrese è spesso riconosciuta, raccontata, celebrata. Ma la celebrazione non paga le bollette, non finanzia gli investimenti, non copre la burocrazia.

In Calabria, come in tante regioni che producono qualità senza raccogliere i risultati economici proporzionati, la qualità rischia di diventare una bandiera che sventola sopra aziende fragili.

E allora accade un paradosso: si parla di eccellenze, ma si assiste a chiusure. Si promuove il territorio, ma i margini restano altrove. Si racconta l’identità, ma chi la costruisce non riesce a trattenerne il valore.

Questo è il punto che la Calabria pagherebbe “senza se e senza ma”: il territorio genera valore, ma spesso non lo trattiene.

Perché il produttore non alza i prezzi? Perché spesso non può

La domanda che molti si fanno è: “Se costa tutto di più, perché non alzano il prezzo?”. La risposta, in un mercato realmente competitivo e sbilanciato, è semplice: perché rischierebbero di perdere il canale.

Se il produttore non ha alternative – vendita diretta, rete commerciale propria, accordi di filiera, capacità di stoccaggio – diventa dipendente da chi compra. E chi è dipendente raramente detta il prezzo.

In Calabria questo problema sarebbe più marcato quando la vendita diretta è difficile, la logistica costa e la frammentazione rende più debole la contrattazione.

Un sistema che spiega perché “costa di più” ma “rende di meno”

Questa puntata serve a fissare un punto di realtà: il prezzo al consumo non è lo specchio del prezzo al produttore. Il consumatore può pagare di più per mille ragioni: trasporti, energia, packaging, promozioni, margini, costi di filiera. Ma questo non implica che l’aumento arrivi a monte.

Il produttore, spesso, resta con: prezzi compressi all’origine; costi in crescita; rischio sulle spalle; tempi di pagamento che possono essere lunghi; poca forza contrattuale.

E allora il paradosso diventa comprensibile: il cibo calabrese può costare di più perché cresce il valore o il costo nel percorso, ma può rendere di meno a chi produce perché il prezzo nasce già “stretto” e resta tale.

La domanda finale: quanto dovrebbe prendere davvero chi produce?

A fine puntata resta una domanda che non è ideologica, ma concreta: quanto dovrebbe prendere davvero un produttore per restare in piedi, investire, e non chiudere? Non è una questione di romanticismo. È una questione di sopravvivenza economica.

E se il prezzo all’origine non permette sopravvivenza, allora la filiera sta consumando la propria base.