La Cittadella di Germaneto pronta ad affrontare il rischio
La Cittadella di Germaneto pronta ad affrontare il rischio

La Calabria sa già cosa significa convivere con la peste suina africana. Non deve immaginare uno scenario ipotetico: lo ha sperimentato direttamente nel 2023, quando il virus comparve nel Reggino e costrinse autorità sanitarie, allevatori e amministrazioni a misurarsi con abbattimenti, zone di restrizione e severe limitazioni alla movimentazione degli animali.

Quell’emergenza è stata superata. Nell’ottobre 2025 l’Unione europea ha formalmente eliminato la Calabria dall’elenco delle aree soggette a restrizioni e la Regione è tornata indenne. Ma essere indenni non significa essere immuni.

La peste suina africana continua infatti a circolare in Italia e in Europa. Anche nel 2026 l’Unione europea ha aggiornato più volte le aree sottoposte a restrizioni per nuovi casi registrati, tra l’altro, in Piemonte, Toscana ed Emilia-Romagna. La Calabria non compare nelle attuali zone di restrizione, ma proprio ciò che sta accadendo altrove dimostra quanto sia pericoloso abbassare la guardia.

Una malattia che non colpisce l’uomo ma può mettere in ginocchio una filiera

La peste suina africana è una malattia virale altamente contagiosa che interessa suini domestici e cinghiali. Non è trasmissibile all’uomo e non rappresenta quindi un rischio alimentare per i consumatori. Per gli allevamenti, però, può essere devastante.

Il Ministero della Salute la classifica tra le malattie animali che richiedono interventi immediati di eradicazione. Quando viene confermato un focolaio possono scattare abbattimenti, restrizioni agli spostamenti degli animali, limitazioni commerciali, controlli rafforzati e misure sulla movimentazione dei prodotti.

Il costo di un focolaio, quindi, non coincide soltanto con il valore dei maiali abbattuti.

A essere coinvolta può essere l’intera filiera: allevamenti, macelli, trasformatori, salumifici, trasportatori e aziende che vendono fuori regione.

In Calabria il tema assume un significato particolare perché alla produzione suinicola si lega anche una tradizione alimentare fortemente identitaria, rappresentata tra l’altro da Soppressata di Calabria DOP, Salsiccia di Calabria DOP e Pancetta di Calabria DOP, oltre alle numerose produzioni tradizionali non certificate. Nel 2023 i prodotti calabresi a base di carne DOP e IGP valevano circa 3,2 milioni di euro alla produzione.

Il precedente del 2023: sei allevamenti contagiati

La prova più importante della capacità di risposta regionale resta ciò che accadde tre anni fa.

Il primo caso calabrese venne individuato nella primavera del 2023 nella provincia di Reggio Calabria, inizialmente in una carcassa di cinghiale. L’infezione interessò successivamente anche animali allevati.

Alla fine dell’epidemia furono registrati 18 casi positivi nei cinghiali selvatici e sei focolai nei suini domestici. Nei sei allevamenti coinvolti vennero abbattuti complessivamente 569 capi. L’ultimo focolaio nei domestici risale al 17 luglio 2023, mentre l’ultima positività nel selvatico fu accertata il 14 novembre dello stesso anno.

Da quel momento non furono rilevati nuovi casi fino alla revoca delle restrizioni europee nell’ottobre 2025.

È un risultato importante perché dimostra che il sistema veterinario è riuscito a contenere e successivamente eradicare un focolaio reale, non semplicemente a predisporre un piano teorico di prevenzione.

L’epidemia ha però mostrato chiaramente i punti deboli

Proprio la documentazione elaborata durante l’emergenza indica quali siano ancora oggi gli aspetti sui quali concentrarsi.

La Regione evidenziava una particolare vulnerabilità degli allevamenti allo stato brado e semibrado, maggiormente esposti al contatto con la fauna selvatica.

Veniva inoltre segnalato il rischio rappresentato dalla promiscuità tra diverse attività: persone che accudiscono i suini e che contemporaneamente possono essere proprietarie di piccoli allevamenti familiari, agricoltori o cacciatori possono, in assenza di rigorose procedure di biosicurezza, diventare inconsapevolmente un veicolo di contaminazione attraverso abiti, calzature, attrezzature o mezzi.

Non è necessario che un cinghiale infetto entri direttamente dentro una stalla.

Il virus può essere trasportato indirettamente, ed è proprio per questo che disinfezione, separazione degli ambienti e controllo degli accessi sono determinanti.

L’Aspromonte ha dimostrato quanto il territorio possa complicare la sorveglianza

C’è poi una specificità tutta calabrese: il territorio. Nel piano di eradicazione regionale veniva indicata proprio la morfologia montana dell’area interessata come uno degli ostacoli principali alle operazioni di controllo.

Boschi, valloni, zone scarsamente accessibili e grandi superfici nelle quali individuare rapidamente una carcassa di cinghiale può essere difficile rappresentano un ambiente ideale per consentire al virus di circolare nel selvatico senza essere immediatamente intercettato.

Durante l’epidemia del 2023 la zona infetta coinvolse numerosi Comuni della provincia di Reggio Calabria, dall’area dell’Aspromonte fino a territori costieri e collinari.

È una lezione fondamentale: in Calabria la prevenzione della peste suina non può fermarsi al cancello degli allevamenti. Deve arrivare nei boschi.

Il cinghiale resta il grande serbatoio di rischio

È proprio sulla popolazione selvatica che si gioca una delle partite decisive.

La Regione ha approvato un Piano straordinario quinquennale per la gestione e il contenimento del cinghiale, valido fino al 2029, che tra gli obiettivi include espressamente anche il contrasto alla diffusione della peste suina africana.

La sorveglianza viene effettuata anche sugli animali abbattuti durante l’attività venatoria, utilizzati per controllare l’eventuale presenza del virus nella popolazione selvatica.

È un passaggio indispensabile perché un eventuale ritorno della malattia potrebbe manifestarsi inizialmente proprio attraverso il ritrovamento di un cinghiale morto.

In quel momento la velocità diventa decisiva: individuare la carcassa, effettuare il test, delimitare l’area e impedire che il virus raggiunga un allevamento può fare la differenza tra un singolo caso nel bosco e una nuova emergenza regionale.

Il nuovo bando: fino al 70% per mettere in sicurezza gli allevamenti

Sul fronte aziendale, nell’agosto 2026 la Regione Calabria ha compiuto un ulteriore passo finanziando direttamente gli interventi di biosicurezza.

Il nuovo avviso destinato agli allevamenti suinicoli prevede un contributo pari al 70% della spesa ammissibile per interventi finalizzati a prevenire l’ingresso e la diffusione della PSA.

Il finanziamento può essere utilizzato per realizzare o ristrutturare locali destinati al cambio degli abiti, installare sistemi per il lavaggio e la disinfezione, acquistare attrezzature per la sanificazione, creare punti di disinfezione dei veicoli, installare protezioni contro insetti e soprattutto realizzare recinzioni capaci di impedire il contatto con cinghiali e altri animali selvatici.

La spesa minima ammissibile è di 10mila euro e il contributo può arrivare fino a 150mila euro per gli allevamenti con più di 501 capi. Le domande possono essere presentate fino al 10 ottobre 2026.

È probabilmente uno degli strumenti più importanti perché sposta la strategia dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione.

Una recinzione può valere più di cento ordinanze dopo il focolaio

La logica della biosicurezza è molto semplice. Quando il virus è entrato nell’allevamento è già troppo tardi per evitare le conseguenze più pesanti. L’obiettivo deve essere impedirgli di entrare.

Una recinzione realmente efficace riduce il rischio di contatto tra suino domestico e cinghiale. Un'area di cambio impedisce che chi rientra da un bosco o da un altro allevamento entri direttamente nelle stalle con gli stessi indumenti. La disinfezione dei mezzi limita la possibilità che materiale contaminato venga trasportato da un’azienda all’altra.

Sono interventi apparentemente banali, ma la storia della PSA dimostra che proprio le piccole falle nella biosicurezza possono avere conseguenze enormi.

Il problema sarà capire quante aziende utilizzeranno realmente il nuovo finanziamento e, soprattutto, quanto rapidamente gli interventi verranno completati.

Il punto più delicato restano i piccoli allevamenti

La Calabria presenta inoltre una caratteristica che rende la prevenzione particolarmente complessa: accanto alle aziende professionali esiste una presenza diffusa di piccoli allevamenti familiari.

Proprio il precedente focolaio regionale aveva coinvolto aziende di dimensioni contenute, sia familiari sia commerciali.

In un grande allevamento strutturato è più semplice organizzare percorsi separati, controllare gli accessi, registrare i mezzi in entrata, creare aree filtro e investire in sistemi di disinfezione.

In un allevamento con pochi animali, magari collocato in un’area rurale o vicino ai boschi, la percezione del rischio può essere differente e gli investimenti possono apparire sproporzionati.

Eppure dal punto di vista epidemiologico il virus non distingue tra dieci e mille suini.

Anzi, proprio una rete capillare di piccoli allevamenti può rendere più complessa la sorveglianza se anagrafe degli animali, movimentazioni e misure di biosicurezza non vengono applicate in maniera rigorosa.

Essere tornati indenni è un vantaggio economico da difendere

La cancellazione della Calabria dalle zone di restrizione europee nell’ottobre 2025 non ha avuto soltanto un valore sanitario.

Ha significato recuperare una condizione fondamentale per la normale movimentazione degli animali e dei prodotti e per la piena operatività della filiera.

Quando un territorio entra in zona di restrizione, infatti, il danno può coinvolgere anche aziende perfettamente sane.

È questo uno degli aspetti economicamente più duri della peste suina africana: non serve che ogni allevamento sia infetto perché l’intera area ne subisca le conseguenze.

La presenza del virus può limitare gli spostamenti, complicare la commercializzazione e generare perdite indirette per chi si trova dentro il perimetro delle misure sanitarie.

Non a caso anche nel 2025 sono stati attivati interventi nazionali di sostegno alle aziende suinicole che avevano subito danni indiretti proprio a causa delle restrizioni sanitarie legate alla PSA.

Il rischio oggi arriva anche da fuori regione

C’è poi un elemento che rende impossibile considerare chiusa la questione. La Calabria è indenne, ma l’Italia non lo è.

Nel corso del 2026 nuovi focolai hanno continuato a determinare aggiornamenti delle zone di restrizione in altre regioni. A luglio sono stati rilevati casi anche in Toscana, mentre successivi provvedimenti europei hanno ridefinito aree soggette a restrizioni in Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna.

Un territorio indenne circondato da un Paese nel quale il virus continua a circolare deve quindi comportarsi come se il rischio fosse costantemente alle porte.

Il contagio non viaggia soltanto sulle zampe dei cinghiali. Può muoversi indirettamente attraverso persone, mezzi, attrezzature e materiali contaminati.

Per questo la prevenzione deve coinvolgere non soltanto gli allevatori, ma anche trasportatori, cacciatori, veterinari e chiunque entri in contatto con suini o ambienti potenzialmente contaminati.

Il sistema nazionale garantisce una rete di sorveglianza permanente

La Calabria non opera comunque da sola. Dal 2020 l’Italia adotta ogni anno un Piano nazionale di sorveglianza ed eradicazione della peste suina africana, approvato e cofinanziato dall’Unione europea.

Il piano comprende sorveglianza nei suini domestici e selvatici, procedure da adottare in caso di sospetto, analisi delle carcasse, controllo epidemiologico e misure immediate in caso di conferma della malattia.

Nel 2026 il quadro nazionale è stato ulteriormente aggiornato attraverso nuove disposizioni commissariali che prevedono misure di biosicurezza negli allevamenti e interventi sulla popolazione dei cinghiali anche nelle zone indenni. Il sistema di difesa esiste dunque già. La sua efficacia, però, dipende dalla qualità con cui viene applicato sul territorio.

Quanto è preparata, allora, la Calabria?

Rispetto al 2023, certamente di più. La Regione ha affrontato un’epidemia reale ed è riuscita a eradicarla. Dispone di un piano di gestione del cinghiale, partecipa al sistema nazionale di sorveglianza, effettua controlli sulla fauna abbattuta e oggi mette a disposizione risorse specifiche affinché gli allevamenti possano rafforzare fisicamente la propria biosicurezza.

Sono tutti elementi che rendono la Calabria più preparata di quanto fosse prima dell’arrivo del virus tre anni fa.

Ma la stessa esperienza del 2023 suggerisce prudenza.

Allevamenti bradi e semibradi, aziende familiari, territori montani difficilmente accessibili e una popolazione di cinghiali difficile da monitorare rappresentano ancora punti sensibili. La prevenzione funziona inoltre soltanto se viene applicata prima dell’emergenza e non quando compare il primo animale positivo.

La vera prova sarà scoprire il prossimo caso prima che raggiunga una stalla

La domanda decisiva non è quindi se la Calabria disponga oggi di piani, fondi e procedure. Li dispone.

La vera domanda è quanto rapidamente il sistema riuscirebbe a reagire se domani un cinghiale morto risultasse positivo in un bosco calabrese.

Quanto tempo servirebbe per individuarlo? Quanti allevamenti nelle vicinanze sarebbero già protetti da recinzioni e protocolli rigorosi? Quanti piccoli allevatori segnalerebbero immediatamente una mortalità sospetta? Quanto velocemente potrebbero partire campionamenti, restrizioni e tracciamenti? È questa la misura reale della preparazione.

L’esperienza del 2023 ha dimostrato che la peste suina africana può arrivare anche in Calabria. L’eradicazione del 2025 ha dimostrato che può anche essere fermata.

Ora la sfida è evitare di dover ripetere entrambe le esperienze.

Perché contro la PSA il successo più importante non sarà annunciare ancora una volta di aver sconfitto un’epidemia. Sarà riuscire a impedire che la prossima cominci.