Unical al fianco degli studenti palestinesi Greco conferma l’impegno per l’accoglienza
Il rettore dell’Università della Calabria ribadisce il sostegno agli studenti bloccati a Gaza e richiama il ruolo degli atenei come luoghi di dialogo, pace e cooperazione internazionale
Gianluigi Greco è rettore dell’università della Calabria. Insieme al suo staff si sta impegnando molto per consentire agli studenti palestinesi borsisti di uscire da Gaza e raggiungere gli atenei italiani che vorrebbero ospitarli.
Cosa accadrà se gli studenti non potranno venire in Italia prima del mese di giugno? La proroga sarà reiterata?
L’Università della Calabria ha già esteso i termini amministrativi fino alla fine di maggio e prevediamo un’ulteriore proroga qualora le difficoltà attuali dovessero persistere oltre giugno. In una fase così drammatica, le scadenze ordinarie non possono essere applicate con rigore burocratico. La nostra priorità assoluta rimane la tutela degli studenti: l'Ateneo si impegna a fare tutto il possibile per garantire loro accoglienza e supporto concreto, superando ogni ostacolo procedurale che impedisca l’arrivo in Italia.
Ci sono aggiornamenti? Le autorità hanno fornito notizie in merito ad un eventuale sblocco delle procedure per l'espatrio degli studenti da Gaza?
Seguiamo con grande attenzione l'evoluzione della situazione e siamo in costante dialogo con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Il quadro resta di estrema complessità, sia sul piano operativo-logistico sia su quello diplomatico, e le procedure che riguardano le studentesse e gli studenti continuano a risentire di pesanti rallentamenti; ma nulla di tutto ciò diminuisce la nostra vigilanza né la nostra volontà di consentire loro di raggiungere l’Italia. Continuiamo a sollecitare ogni interlocutore istituzionale e a tenere aperti tutti i canali utili a rimuovere gli ostacoli ancora esistenti. Ogni giorno di ritardo è un giorno sottratto al loro diritto allo studio e alla possibilità di progettare un futuro. Esistono tuttavia segnali che ci inducono a un cauto ottimismo. La nostra speranza, concreta, è che nelle prossime settimane si possa arrivare a una svolta.
Quali sentimenti suscita in lei questa vicenda e in generale sulla necessità che alle armi della guerra si sostituiscano gli strumenti del dialogo?
Per chi guida un’università, parlare di pace e di dialogo non può essere un esercizio retorico. È un dovere costitutivo. Non a caso, nel piano strategico che di recente ho presentato alla nostra comunità scientifica, la libertà, l’apertura al mondo e il dialogo tra i popoli aprono la premessa e fondano l'intero documento. Sono il nostro tratto identitario più profondo, i temi su cui poggia l'intero programma del mio mandato. L'Università è, per sua natura e per ethos, l'antitesi del conflitto. Mentre la guerra interrompe i percorsi di crescita, distrugge le prospettive di intere generazioni e impoverisce il futuro dei territori che colpisce, l'istituzione accademica fa il movimento contrario: costruisce relazioni, tesse legami, pianifica orizzonti di lungo periodo. Ogni ricerca avviata, ogni corso di studio attivato, ogni persona accolta nelle nostre aule è un ponte gettato verso un tempo che ancora non esiste.
Per questo crediamo nella diplomazia scientifica come strumento concreto per costruire dialogo dove oggi prevalgono le armi. Consentire a questi studenti e a queste studentesse di raggiungere il nostro Campus a Rende non è soltanto un atto di tutela del diritto allo studio: è una precisa scelta che si compie in un doppio movimento. Da un lato, accoglierli significa salvaguardare progetti di vita messi in pericolo dalla guerra e offrire loro la possibilità di costruirsi un futuro, ovunque scelgano di realizzarlo. Dall'altro, la loro presenza arricchisce la nostra comunità di sguardi ed esperienze che nessun programma didattico potrebbe prevedere, allarga gli orizzonti di chi studia e lavora con noi, interroga la nostra stessa vocazione di Ateneo aperto e plurale.
Claudio Dionesalvi