Un semplice salvagente arancione è stato il primo segno visibile per il comandante della Guardia Costiera di Tropea, che ha individuato tra le onde quella macchia di colore. Solo più tardi ha capito che intorno a quel galleggiante c’era anche un corpo umano, ormai privo di vita. Per chi ha vissuto quel momento, quell'immagine è diventata il simbolo della sofferenza di questa stagione: una vita che ha cercato disperatamente di salvarsi, senza riuscirci. Così la Conferenza Episcopale Calabra descrive l'evento, rievocando il dramma di un naufragio che ha restituito il corpo di una vittima, il quarto in pochi giorni nelle acque del Tirreno.

Naufragi e il silenzio del mare

Nel giro di poche settimane, dalle coste di Scalea a Tropea, passando per Paola e Amantea, e fino a Custonaci in Sicilia, le acque del Mediterraneo hanno restituito i corpi di almeno quindici persone, vittime dei naufragi avvenuti tra il 15 e il 22 gennaio, in concomitanza con il passaggio del ciclone Harry. Le stesse organizzazioni umanitarie parlano di un numero di dispersi che potrebbe raggiungere le mille unità, una cifra che trascende il dato statistico. Si tratta di vite spezzate, di una comunità intera che è stata inghiottita dal mare, mentre l'Europa si è voltata altrove, ignara o indifferente.

Il grido di dolore dei vescovi calabresi

I vescovi della Calabria non possono rimanere in silenzio di fronte a tale tragedia. "Lo facciamo con il dolore di pastori che vedono in quei corpi senza nome la dignità inviolabile di ogni essere umano", affermano con fermezza. Un grido che nasce dalla consapevolezza che il silenzio in momenti come questi può diventare complicità. I vescovi sottolineano che quanto sta accadendo non è un episodio isolato, ma un dramma che si ripete, un segno di un'umanità in sofferenza che non può essere ignorata.