Dal campo allo scaffale, su 100 euro all’agricoltore ne restano 7: la Calabria agricola si ferma
Esplodono i costi di produzione e i prezzi all'origine crollano: la Cia proclama lo stato di agitazione e convoca un'assemblea a Crotone per salvare il settore
Olive, agrumi, fichi e altre produzioni calabresi vengono pagati sempre meno, mentre coltivarli costa sempre di più. Gli agricoltori sostengono di non riuscire ormai a recuperare neppure le spese sostenute e hanno proclamato lo stato di agitazione permanente. La mobilitazione annunciata dalla Cia Calabria confluirà mercoledì 30 settembre in un’assemblea a Crotone, alla presenza del presidente nazionale dell’organizzazione, Cristiano Fini, e dell’assessore regionale all’Agricoltura, Gianluca Gallo. La Cia parla di una crisi strutturale che mette a rischio l’intero comparto agricolo calabrese.
Spese in aumento e crollo delle rese
Gasolio, energia, fertilizzanti, irrigazione, manodopera, macchinari e trasporti hanno fatto aumentare le spese delle aziende. Caldo e siccità hanno contemporaneamente ridotto le quantità raccolte e compromesso parte delle produzioni. Gli agricoltori devono spendere di più per raccogliere meno.
Il nodo del prezzo e la divisione del valore
Quando arriva il momento di vendere, però, raramente sono loro a stabilire il prezzo. A decidere sono intermediari, commercianti, industrie di trasformazione e grande distribuzione. Ma se l’agricoltore perde e il consumatore continua a pagare, chi guadagna? Tra il campo e lo scaffale ci sono selezione, conservazione, trasformazione, imballaggio, trasporto, mercati all’ingrosso, distribuzione e imposte. Il problema è come il valore finale venga diviso.
I dati Ismea sui guadagni della filiera
A fornire una risposta è Ismea. Su 100 euro spesi dal consumatore per acquistare prodotti agricoli freschi, meno di 20 remunerano il valore aggiunto dell’agricoltura. Una volta pagati salari e ammortamenti, all’agricoltore restano appena 7 euro. Il settore del commercio e dei trasporti ne trattiene invece circa 19.
Il ricatto del tempo e il ruolo dell'Antitrust
Il produttore di agrumi o fichi non può conservare indefinitamente la merce aspettando un’offerta migliore. Il raccolto deve essere venduto prima che si deteriori. Chi compra può invece scegliere tra aziende diverse, territori differenti e prodotti importati. È questo squilibrio a determinare chi stabilisce il prezzo e chi deve accettarlo. Nel gennaio scorso l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’indagine sul ruolo della grande distribuzione nella filiera agroalimentare. L’Antitrust vuole verificare se il potere contrattuale delle grandi catene contribuisca a comprimere i compensi riconosciuti ai produttori e ad ampliare la distanza tra i prezzi agricoli e quelli pagati dai consumatori. Supermercati e distributori sostengono naturalmente costi per personale, energia, trasporto, conservazione, scarti e gestione dei punti vendita. Ma chi controlla l’accesso agli scaffali possiede una forza contrattuale che il singolo agricoltore non può avere.
Il caso emblematico dell'olio d'oliva
Il caso dell’olio è uno degli esempi più evidenti. Secondo Ismea, nell’agosto 2026 il prezzo medio nazionale all’origine dell’extravergine è sceso a 4,86 euro al chilo, quasi la metà rispetto a un anno prima. Per il biologico la quotazione media è stata di 6,43 euro, con una riduzione del 41 per cento. Sulla piazza di Cosenza, a metà settembre, veniva quotato 5,70 euro al chilo. Coldiretti Calabria stima invece che produrre un litro di olio nella regione costi mediamente tra 6,50 e 9 euro.
Concorrenza sleale e merci importate
Sugli scaffali si trovano però extravergini anche a 4 o 5 euro al litro. Possono essere miscele di oli provenienti da diversi Paesi europei, prodotti di campagne precedenti o offerte utilizzate per attirare i clienti. Un olio comunitario non può essere confrontato direttamente con un extravergine prodotto interamente in Calabria. Lo stesso accade con agrumi, ortaggi e altre colture. Un prodotto importato da un Paese nel quale costano meno lavoro, energia, acqua e trattamenti può essere venduto a una cifra con la quale l’azienda calabrese non riesce a competere. Il consumatore vede due prodotti apparentemente uguali, ma dietro ci sono regole e costi differenti.
Le richieste del comparto alla Regione
La Cia chiede quindi una tracciabilità reale delle materie prime e che i prodotti provenienti dai Paesi esterni all’Unione europea rispettino gli stessi standard ambientali, sanitari e sociali imposti alle aziende italiane. La proposta principale è introdurre un prezzo minimo garantito, calcolato sui costi medi rilevati da Ismea, e applicare sanzioni più severe contro le pratiche commerciali sleali. Alla Regione viene inoltre chiesta l’istituzione di un Osservatorio permanente sui costi delle principali produzioni calabresi.
Un'alternativa drammatica: produrre o abbandonare
Oggi conosciamo il prezzo finale esposto sullo scaffale, ma molto meno quello riconosciuto a chi ha coltivato e raccolto il prodotto. È questo il cortocircuito denunciato dagli agricoltori: il cibo continua ad avere un prezzo, ma il loro lavoro sembra averlo perso. Se vendere significa rimetterci, la scelta sarà tra continuare a coltivare oppure abbandonare i campi.