Calabria, i paesi delle castagne rimasti senza castagne. Ma le sagre continuano e i frutti arrivano dall'estero
La Regione certifica il declino dei castagneti da frutto: in un'area esaminata dall'Arsac le superfici sono passate da 1.200 a 630 ettari

Non è una denuncia di qualche ambientalista, né il solito allarme lanciato durante un convegno. A certificare il declino della castanicoltura calabrese è la stessa Regione, nei suoi documenti di programmazione forestale. In un'area castanicola esaminata dall'Arsac, le superfici destinate ai castagneti da frutto si sono ridotte da circa 1.200 a 630 ettari: quasi la metà del patrimonio produttivo è andata perduta. Molti dei castagneti rimasti versano in condizioni di grave degrado, mentre altri vengono curati soltanto occasionalmente, giusto il tempo di raccogliere quel poco che gli alberi producono. È la fotografia di una crisi che ha colpito una delle principali risorse economiche e alimentari della montagna cosentina. I castagni sono ancora lì, spesso secolari, ma interi territori che un tempo producevano quintali di castagne oggi raccolgono pochissimo o hanno abbandonato la produzione. Ad Acquaformosa, San Donato di Ninea, Fagnano Castello e Sant'Agata d'Esaro, la castagna non era un prodotto da esporre durante una festa paesana. Era una risorsa economica. Si raccoglieva, si selezionava, si vendeva. Una parte veniva conservata per l'inverno, un'altra essiccata e trasformata in farina. La raccolta coinvolgeva intere famiglie e rappresentava una fonte di reddito importante. Oggi restano appezzamenti abbandonati, alberi che non ricevono potature da anni e terreni nei quali raccogliere le castagne è diventato difficile persino per i proprietari. A San Donato di Ninea sono state raccolte testimonianze di castagneti devastati dalle malattie nonostante le cure. A Mendicino alcuni produttori sono rimasti per diverse stagioni senza ricavi, continuando a sostenere le spese di manutenzione. A Cerisano i parassiti hanno compromesso castagneti storici. Nella Presila, tra Serra Pedace e gli altri centri di Casali del Manco, l'abbandono si aggiunge all'invecchiamento degli alberi.
Le cause dell'abbandono e l'impatto dei parassiti
Il declino è cominciato con lo spopolamento delle montagne. I terreni sono passati agli eredi, spesso trasferiti altrove, le proprietà si sono frammentate e la manutenzione è stata progressivamente abbandonata. Poi sono arrivate le malattie: il cancro corticale, il mal dell'inchiostro e soprattutto il cinipide galligeno, che in alcune aree ha praticamente azzerato i raccolti. La lotta biologica ha consentito di contenerlo, ma non ha restituito automaticamente alla produzione gli alberi abbandonati. Raccogliere castagne significa ripulire i terreni, affrontare pendii scoscesi, selezionare i frutti e trasportarli. Se il prezzo riconosciuto al produttore non copre le spese, ogni sacco raccolto rischia di diventare una perdita. A Carpanzano, dove si produce la Rovellese, i castanicoltori hanno denunciato il peso degli intermediari e prezzi insufficienti a remunerare il lavoro.
Il boom delle importazioni estere e la perdita di tracciabilità
E mentre la produzione storica di tanti paesi calabresi si riduce, le castagne continuano a riempire i banchi dei mercati, i supermercati e le piazze delle sagre. Ma da dove arrivano? Nel 2025 l'Italia ha importato 14 milioni e 650mila chili di castagne fresche o secche, contro i 10 milioni e 674mila chili del 2024. Un aumento di circa il 37%. Il principale fornitore è la Turchia, con oltre 4,1 milioni di chili, seguita dal Portogallo con 3,4 milioni, dalla Spagna con 2,4 milioni, dalla Grecia con 1,7 milioni e dal Cile con quasi 1,6 milioni. Arrivano castagne anche dalla Francia, dall'Albania e dalla Cina. Con una produzione locale sempre più ridotta e importazioni in crescita, le probabilità di mangiare castagne straniere, anche acquistandole nei mercati calabresi, sono elevate. Quelle che un tempo arrivavano direttamente dai boschi dei nostri paesi oggi possono aver percorso migliaia di chilometri prima di finire sulle bancarelle o nei bracieri delle sagre. Le castagne calabresi hanno sempre avuto una qualità riconosciuta, frutto di varietà locali e conoscenze tramandate per generazioni. Si conoscevano i boschi, i proprietari, chi curava gli alberi, i metodi di raccolta e conservazione. Delle castagne importate, invece, spesso il consumatore conosce soltanto il Paese d'origine. Non sa in quali condizioni siano state coltivate, quali trattamenti abbiano ricevuto e come siano state conservate prima di arrivare sui nostri mercati. Federforeste ha denunciato il rischio che prodotti importati possano essere presentati come italiani e ha chiesto maggiori controlli sull'origine delle castagne e dei loro derivati.
Il paradosso delle sagre e il futuro del patrimonio boschivo
Ma la contraddizione più clamorosa riguarda le sagre. In Calabria ci sono paesi dove i castagneti sono stati abbandonati e la produzione si è drasticamente ridotta, eppure ogni autunno si continua a organizzare la festa della castagna. Le piazze si riempiono, si accendono i bracieri, si preparano dolci e caldarroste, si celebrano le tradizioni contadine. Tutto molto suggestivo. Peccato che la festa possa sopravvivere anche quando la produzione che dovrebbe celebrare non esiste quasi più. Da dove arrivano le castagne arrostite e vendute durante queste manifestazioni? Sono state raccolte nei boschi del paese, acquistate da produttori di altre zone della Calabria oppure comprate da grossisti che commercializzano anche prodotto straniero? E chi partecipa viene informato della provenienza? Una sagra affollata non dimostra che i castagneti del territorio siano ancora produttivi. Una cosa è organizzare una festa per valorizzare i castanicoltori locali, un'altra è utilizzare il nome e la tradizione di un paese per richiamare visitatori e vendere castagne delle quali non viene raccontata l'origine. La sagra dovrebbe rappresentare il momento conclusivo di un anno di lavoro nei castagneti, non diventare il sostituto di quel lavoro. Dovrebbe far conoscere chi coltiva, quali varietà sopravvivono e quanta produzione locale è ancora disponibile. Altrimenti resta soltanto la scenografia della tradizione: il fuoco, le bancarelle, la musica e le fotografie, mentre nei boschi gli alberi continuano a essere abbandonati. E sarebbe una beffa soprattutto per quei pochi produttori che continuano a mantenere i castagneti, sostenendo costi e sacrifici per portare sul mercato castagne realmente calabresi. Sono loro che avrebbero bisogno delle sagre, non soltanto le sagre delle castagne. Il danno non riguarda soltanto il reddito agricolo. I castagneti da frutto sono il risultato di generazioni di innesti, potature e selezioni. Quando vengono abbandonati, scompaiono varietà locali, conoscenze e pratiche tramandate nelle famiglie. La Regione ha previsto interventi per recuperarli, ma senza una prospettiva economica anche il recupero rischia di restare sulla carta. La Calabria non ha perso i suoi castagni. Sta perdendo chi li coltiva, chi ne raccoglie i frutti e chi tramanda il mestiere. I boschi restano, i produttori scompaiono, le sagre continuano. E nei paesi un tempo famosi per le loro castagne si rischia di festeggiare un prodotto che ormai arriva da tutt'altra parte.