Un terreno agricolo
Un terreno agricolo

Un campo coltivato diventa un parcheggio. Un terreno rimasto libero per generazioni viene trasformato in un piazzale. Una strada attraversa una zona agricola, nuovi capannoni occupano superfici che fino a pochi anni prima potevano essere destinate alle coltivazioni. Sono cambiamenti che, osservati singolarmente, possono sembrare piccoli. Ma sommati nel tempo raccontano una trasformazione molto più profonda: la Calabria continua a perdere suolo, una delle risorse più importanti e difficili da recuperare del proprio territorio. Il fenomeno ha numeri precisi. Secondo i dati ISPRA elaborati nel rapporto sull'agricoltura calabrese del CREA, nel 2024 la superficie complessiva di suolo consumato nella regione ha raggiunto 76.944 ettari, pari al 5,1% del territorio. Rispetto al 2023 si sono aggiunti altri 231 ettari. Significa che, nell'arco di dodici mesi, la Calabria ha registrato nuove trasformazioni di suolo per una superficie equivalente a circa 323 campi da calcio regolamentari. Una media di oltre 6.300 metri quadrati al giorno, considerando il saldo annuo. È importante chiarire che il dato riguarda il consumo di suolo complessivo, non esclusivamente quello agricolo. Comprende infatti la trasformazione di superfici naturali, seminaturali e agricole in aree artificiali. Resta tuttavia un indicatore significativo della pressione esercitata sul territorio: ogni nuova superficie occupata restringe gli spazi disponibili e, quando interessa terreni fertili, può sottrarre all'agricoltura una risorsa costruita dalla natura nel corso di tempi lunghissimi.

Cosenza è la provincia che ha perso più suolo nel 2024

La distribuzione del fenomeno non è omogenea. I dati provinciali mostrano differenze importanti e individuano nel Cosentino il territorio maggiormente interessato dalle nuove trasformazioni registrate nel 2024. La provincia di Cosenza conta complessivamente 29.441 ettari di suolo consumato, con un incremento di 172 ettari rispetto all'anno precedente. Un valore che rappresenta circa tre quarti dell'intero aumento regionale. Segue, per incremento annuale, la provincia di Vibo Valentia, con 21 ettari aggiuntivi, mentre Catanzaro e Crotone registrano entrambe 14 ettari. Reggio Calabria presenta un aumento di 10 ettari. I numeri confermano la particolare rilevanza del fenomeno nel Cosentino, ma non consentono, da soli, di attribuire le trasformazioni a specifiche categorie di opere. Per individuare dove siano stati realizzati nuovi edifici, infrastrutture o altre superfici artificiali occorre analizzare le cartografie e i dati comunali. Il dato assume comunque un significato importante per una provincia che ospita grandi aree agricole, dalla Piana di Sibari alla Valle del Crati, e un territorio articolato nel quale convivono centri urbani, insediamenti produttivi e campagne. Il problema non è soltanto quanto suolo venga consumato, ma dove avvenga la trasformazione. Perdere un ettaro di terreno fertile in una pianura agricola può avere conseguenze produttive differenti rispetto all'occupazione di una superficie già degradata o scarsamente utilizzabile.

Il paradosso calabrese: diminuiscono le aziende, ma la terra resta una risorsa decisiva

Per comprendere le conseguenze del consumo di suolo occorre guardare anche alla trasformazione dell'agricoltura calabrese. Secondo il settimo Censimento generale dell'agricoltura dell'Istat, tra il 2010 e il 2020 la Calabria ha perso circa 42 mila aziende agricole, con una riduzione vicina al 30%. Nello stesso periodo, però, la superficie agricola utilizzata è diminuita in misura molto più contenuta: da circa 549 mila a 543 mila ettari, con una contrazione poco superiore all'1%. Questo significa che la scomparsa di numerose aziende non ha comportato automaticamente una perdita proporzionale delle superfici coltivate. Una parte dei terreni è rimasta in produzione attraverso aziende di dimensioni maggiori, processi di accorpamento o cambiamenti nella gestione delle superfici. È una distinzione fondamentale: l'abbandono di un'azienda agricola, la riduzione della superficie coltivata e il consumo fisico di suolo sono fenomeni differenti, anche se possono intrecciarsi. Un terreno non più coltivato può conservare la propria capacità di assorbire acqua, ospitare vegetazione e tornare produttivo. Un terreno coperto da cemento o asfalto perde invece gran parte di queste funzioni e richiede interventi complessi per essere recuperato. Il rischio per la Calabria è dunque duplice: da una parte un sistema agricolo che continua a ridimensionarsi in termini di imprese, dall'altra un territorio nel quale alcune superfici vengono progressivamente sottratte alla possibilità di utilizzo agricolo.

Oliveti, vigneti e agrumeti: il patrimonio produttivo cambia

La riduzione delle superfici agricole non riguarda tutte le coltivazioni allo stesso modo. Le elaborazioni del CREA sui dati dei censimenti agricoli mostrano che tra il 2010 e il 2020 in Calabria è diminuita la superficie dedicata a diverse colture tradizionali. In particolare, si registrano contrazioni per la vite, l'olivo da olio e gli agrumi, oltre che per altre produzioni. L'olivicoltura continua comunque a rappresentare una delle attività più diffuse nella regione, con oltre 158 mila ettari censiti nel 2020. Gli agrumi occupano quasi 29 mila ettari, mentre i seminativi interessano oltre 166 mila ettari. La riduzione delle superfici investite in determinate colture può dipendere da molte ragioni: riconversioni produttive, problemi di redditività, abbandono, cambiamenti aziendali e trasformazioni territoriali. Non può essere attribuita interamente alla cementificazione. Ma il dato solleva una questione rilevante per il futuro delle campagne calabresi: se coltivare diventa economicamente meno conveniente, aumenta il rischio che i terreni escano dalla produzione. E se quegli stessi terreni vengono successivamente occupati da infrastrutture o superfici artificiali, il ritorno all'agricoltura diventa molto più difficile. Non si tratta soltanto di perdere ettari, ma di indebolire progressivamente la continuità delle aree produttive. Un oliveto isolato tra insediamenti e strade, per esempio, può diventare più difficile da gestire. Le lavorazioni possono incontrare maggiori ostacoli, mentre l'espansione urbana può generare nuove incompatibilità tra attività agricole e utilizzi residenziali. Il territorio agricolo, infatti, non funziona come una somma di appezzamenti indipendenti. Ha bisogno di collegamenti, infrastrutture rurali, accesso all'acqua e continuità delle superfici.

Il cemento non toglie soltanto spazio alle coltivazioni

C'è un altro aspetto che rende il consumo di suolo particolarmente delicato per la Calabria: la sicurezza idrogeologica. Un terreno naturale svolge funzioni che spesso diventano evidenti soltanto quando vengono compromesse. Assorbe una parte dell'acqua piovana, ne rallenta il deflusso, sostiene la vegetazione e contribuisce agli equilibri del territorio. Quando viene impermeabilizzato, una quantità maggiore di acqua può scorrere rapidamente in superficie, raggiungendo strade, fossi e corsi d'acqua. Questo non significa che ogni nuovo edificio provochi un'alluvione, né che il consumo di suolo sia l'unica causa dei fenomeni di dissesto. Intensità delle precipitazioni, manutenzione dei corsi d'acqua, caratteristiche dei bacini e condizioni del territorio svolgono ruoli determinanti. Tuttavia, l'artificializzazione può aggravare situazioni già vulnerabili. Il Rapporto ISPRA sul consumo di suolo evidenzia proprio la perdita dei servizi ecosistemici, cioè delle funzioni ambientali che il terreno garantisce gratuitamente alla collettività. Tra queste rientrano la regolazione dell'acqua, lo stoccaggio del carbonio e la capacità di sostenere la biodiversità. Per una regione esposta a fenomeni di dissesto idrogeologico, tutelare il suolo significa quindi anche contribuire alla prevenzione.

Il costo invisibile della terra che scompare

Quando si realizza una nuova infrastruttura, i benefici economici sono spesso immediatamente riconoscibili. Si valutano gli investimenti, i posti di lavoro, i collegamenti e le opportunità di sviluppo. Più difficile è misurare il costo di ciò che viene perso. Un terreno fertile può produrre reddito agricolo per decenni. Può ospitare coltivazioni differenti, adattarsi alle esigenze delle aziende e conservare una funzione ambientale anche quando non viene utilizzato intensivamente. Una volta coperto da una superficie artificiale, queste possibilità si riducono drasticamente. Esiste poi il problema della frammentazione. La costruzione di strade e insediamenti può spezzare la continuità dei terreni agricoli, rendendo meno efficienti le lavorazioni e più complessa l'organizzazione delle aziende. Per i piccoli agricoltori il problema può essere particolarmente significativo. La perdita di una superficie relativamente limitata può incidere sulla sostenibilità di un'impresa che dispone già di pochi ettari. Un ettaro non ha lo stesso valore produttivo in ogni parte della Calabria, ma quando viene sottratto definitivamente all'agricoltura si riduce comunque il patrimonio territoriale disponibile per le generazioni successive.

Nuove strade, edilizia ed energia: il problema è scegliere dove costruire

Il consumo di suolo non implica che ogni trasformazione del territorio debba essere considerata inutile o dannosa. Strade, servizi pubblici, infrastrutture e insediamenti produttivi possono rispondere a esigenze reali delle comunità. Anche la transizione energetica richiede spazi e investimenti. La questione è stabilire se quelle opere debbano necessariamente occupare nuovi terreni oppure se sia possibile utilizzare aree già artificializzate, dismesse o degradate. Il patrimonio edilizio inutilizzato, i capannoni abbandonati, le superfici industriali da recuperare e le aree urbane sottoutilizzate rappresentano possibili alternative da valutare prima di intervenire su terreni agricoli. Lo stesso ragionamento riguarda gli impianti energetici. Per il fotovoltaico e l'agrivoltaico diventa fondamentale distinguere tra progetti che mantengono realmente l'attività agricola e interventi che possono limitarla. La pianificazione territoriale dovrebbe partire da una domanda semplice: quanta nuova superficie è davvero necessaria e quanta può essere recuperata senza consumare altro suolo? Non è una posizione contraria allo sviluppo, ma una questione di efficienza nell'impiego delle risorse. Costruire su un terreno libero può apparire più semplice nell'immediato. Recuperare un'area abbandonata può richiedere investimenti maggiori e procedure più complesse. Ma nel bilancio complessivo occorre considerare anche il valore ambientale e produttivo del terreno che si evita di occupare.

Senza agricoltori, anche i terreni rimasti rischiano di perdere valore

C'è infine una questione che le statistiche sul consumo di suolo non possono raccontare completamente: chi continuerà a coltivare le campagne calabresi? La riduzione del numero delle aziende agricole testimonia una trasformazione profonda del settore. I terreni possono rimanere formalmente disponibili, ma senza imprese capaci di lavorarli rischiano di perdere la propria funzione economica. Il ricambio generazionale, la disponibilità di reddito e l'accesso alla terra diventano quindi elementi centrali. Per un giovane che vuole avviare un'attività agricola, acquistare o prendere in affitto superfici adeguate può rappresentare un ostacolo. Se aumenta la competizione per l'utilizzo dei terreni, specialmente nelle zone più accessibili e vicine ai centri abitati, il problema può aggravarsi. La difesa del suolo agricolo non può dunque esaurirsi nel divieto di costruire. Deve accompagnarsi a politiche capaci di rendere economicamente sostenibile la coltivazione. Occorrono servizi, infrastrutture rurali efficienti, accesso all'acqua, strumenti per favorire l'aggregazione tra aziende e opportunità concrete per i giovani imprenditori. Un terreno salvato dal cemento ma lasciato senza prospettive produttive rappresenta una tutela incompleta.

Il futuro delle campagne calabresi si decide oggi

Il quadro nazionale rende ancora più evidente la dimensione del problema. Nel 2024, secondo ISPRA, in Italia sono stati trasformati in nuove superfici artificiali quasi 84 chilometri quadrati di territorio. Il consumo netto ha superato i 78 chilometri quadrati, raggiungendo il valore più elevato dell'ultimo decennio. Una perdita che procede, in media, al ritmo di circa un ettaro ogni ora. In Calabria, nello stesso anno, il saldo del nuovo consumo di suolo ha raggiunto 231 ettari. Un dato inferiore rispetto ad altre realtà italiane, ma significativo per una regione nella quale agricoltura, paesaggio e fragilità ambientale sono strettamente collegati. La questione non riguarda soltanto quanti campi resteranno disponibili domani. Riguarda quale modello di sviluppo si vuole costruire. Le campagne calabresi possono continuare a produrre cibo, custodire paesaggi e offrire opportunità di lavoro. Oppure possono diventare progressivamente spazi residuali, compressi tra nuove infrastrutture, espansione edilizia e abbandono produttivo. Per evitare questo scenario non bastano dichiarazioni di principio. Servono strumenti urbanistici aggiornati, dati pubblici facilmente consultabili, valutazioni rigorose delle trasformazioni e una strategia di recupero delle superfici già compromesse. Soprattutto, serve riconoscere che la terra agricola non è uno spazio vuoto in attesa di una destinazione economicamente più conveniente. Ogni ettaro consumato è una scelta che modifica il futuro del territorio. E quando quella scelta compromette un suolo fertile, la perdita può durare molto più a lungo dei benefici immediati dell'intervento che l'ha provocata.