Omicidio Luca Bruni, ribaltata la sentenza: trent’anni a «Pikachu» e «Struzzo»
La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro condanna Luigi e Marco Abbruzzese, assolti in primo grado dall’accusa di omicidio.

Quattordici anni dopo l’omicidio di Luca Bruni, la giustizia riscrive un altro capitolo della guerra di mafia che ha insanguinato Cosenza. Luigi Abbruzzese, conosciuto come «Pikachu», e Marco Abbruzzese, detto «Struzzo», assolti in primo grado dall’accusa di aver partecipato all’assassinio dell’ultimo boss della dinastia dei «Bella bella», sono stati condannati a trent’anni di reclusione ciascuno. Una sentenza che ribalta il precedente verdetto e riporta al centro della vicenda uno dei delitti più significativi degli equilibri criminali cosentini. A pronunciarla è stata la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, presieduta da Caterina Capitò, con Domenico Commodaro relatore. La sostituta procuratrice generale Raffaella Sforza aveva chiesto una pena ancora più pesante: l’ergastolo per entrambi gli imputati, indicati dall’accusa come appartenenti al clan degli «zingari» di Cosenza.
L'omicidio del boss Luca Bruni e il ritrovamento del cadavere
Luca Bruni venne assassinato tra il 2 e il 3 gennaio 2012 nella periferia di Castrolibero. La sua eliminazione rappresentò uno dei passaggi più cruenti della lotta per il controllo degli affari criminali nella città. Il corpo scomparve e rimase nascosto per quasi tre anni, fino a quando Adolfo Foggetti, diventato collaboratore di giustizia il 17 dicembre 2014, accompagnò gli investigatori nel luogo in cui era stato seppellito. Per quell'omicidio erano già arrivate condanne definitive. Daniele Lamanna e lo stesso Foggetti erano stati riconosciuti responsabili dell'esecuzione materiale, mentre Franco Bruzzese era stato condannato come mandante. Sentenze definitive hanno riguardato anche Maurizio Rango ed Ettore Sottile.
Le assoluzioni e la ricostruzione contestata dalla Procura generale
Restava da definire la posizione dei due Abbruzzese. Nel primo processo erano stati entrambi assolti dall'accusa di omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso. Marco Abbruzzese aveva ricevuto soltanto una condanna a quattro anni e sei mesi per le contestazioni legate all'occultamento e alla soppressione del cadavere. La Procura generale non aveva accettato quella ricostruzione. Secondo l'accusa, Luigi e Marco Abbruzzese non erano figure estranee alla decisione di eliminare Bruni, ma avrebbero preso parte anche alle fasi in cui l'omicidio venne deliberato. Una tesi respinta dai giudici di primo grado e ora accolta, nell'esito del giudizio, dalla Corte d'Assise d'Appello.
Le dichiarazioni dei pentiti e le contraddizioni sulla sepoltura
Il processo ha ripercorso anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, con un confronto particolarmente significativo tra Adolfo Foggetti e Daniele Lamanna. Collegati da siti riservati, i due hanno fornito versioni contrastanti su quanto accadde dopo l'assassinio. Foggetti ha sostenuto di essersi allontanato insieme a Lamanna, mentre quest'ultimo ha raccontato di essersi mosso da solo e che altre persone sarebbero intervenute successivamente per seppellire il cadavere. Divergenze sono emerse persino sulla sorte di un telefono cellulare: gettato lungo la strada secondo una versione, distrutto in pezzi secondo l'altra.
Acquisita la sentenza Reset, attesa per le motivazioni dei giudici
Prima di ritirarsi in camera di consiglio, la Corte ha inoltre acquisito, ai sensi dell'articolo 507 del codice di procedura penale, la sentenza del processo Reset. Le condanne pronunciate nei confronti dei due Abbruzzese sono state disposte in continuazione con quelle relative ai procedimenti Reset e Testa di Serpente. La decisione dei giudici d'appello modifica dunque radicalmente la posizione giudiziaria di «Pikachu» e «Struzzo» rispetto al primo grado. Da assolti per l'omicidio a condannati a trent'anni ciascuno. Le motivazioni chiariranno il percorso attraverso il quale la Corte è arrivata a una valutazione opposta delle responsabilità.
La difesa annuncia ricorso in Cassazione: sentenza non definitiva
Luigi e Marco Abbruzzese sono difesi dagli avvocati Cesare Badolato e Antonio Sanvito, che hanno annunciato ricorso in Cassazione. La sentenza, dunque, non è ancora definitiva. Per l'omicidio di Luca Bruni, uno dei delitti simbolo della stagione delle guerre tra clan a Cosenza, si apre così un nuovo capitolo giudiziario. Quattordici anni dopo quella notte di gennaio, la ricostruzione delle responsabilità continua a passare attraverso sentenze, collaboratori di giustizia e versioni contrastanti di chi quella guerra l'ha vissuta dall'interno.