È in corso, all'interno del carcere della città del cosentino, l'udienza di convalida del fermo per Safeer Ahmed e Ali Raza, i due cittadini pachistani di 31 anni accusati di essere i responsabili della brutale strage di braccianti avvenuta lunedì scorso ad Amendolara.

La linea della difesa: "Non conosciamo gli atti"

I due indagati, fermati dalle forze dell'ordine a seguito delle prime indagini, avevano già scelto la linea del silenzio durante il primo interrogatorio condotto dalla sostituta procuratrice Roberta Bello. Quello stesso muro è destinato a rimanere alzato anche davanti al Giudice per le indagini preliminari (Gip).

A confermarlo, poco prima di entrare in carcere, è stato l'avvocato Giovanni Brandi Cordasco Salmena, che assiste i trentunenni insieme alla collega Giulia Montilli: "Non conosciamo gli atti. Sicuramente i nostri assistiti si avvarranno della facoltà di non rispondere". L'udienza odierna rappresenta comunque un passaggio cruciale per la convalida della misura cautelare e per i successivi sviluppi giudiziari.

Un delitto atroce

La vicenda ha sconvolto l'intera comunità locale per la sua inaudita violenza. Lunedì scorso, quattro braccianti agricoli sono rimasti uccisi all'interno di un minivan, morti arsi vivi in quello che gli inquirenti considerano a tutti gli effetti un agguato pianificato. Le vittime sono il ventinovenne pachistano Waseem Khan e tre giovani afghani di etnia pashtun: Amin Fazal Khogjani (28 anni), Ullah Ismat Qiemi (19 anni) e Safi Iayjad (27 anni). Il minivan all'interno del quale si è consumata la tragedia apparteneva, secondo quanto emerso, a uno dei due fermati.

I fari delle indagini su movente e caporalato

Se il cerchio sui presunti autori materiali sembra essersi chiuso, il lavoro della Procura di Castrovillari – che coordina le indagini della Squadra mobile di Cosenza – è tutt'altro che terminato. L'obiettivo degli inquirenti è ora quello di fare piena luce sul movente e sul contesto lavorativo in cui è morto il gruppo.

In particolare, la magistratura intende verificare la regolarità dei rapporti di lavoro che sia le vittime sia gli indagati intrattenevano con le aziende agricole di Scanzano Jonico (in provincia di Potenza), dove gli uomini avevano lavorato nelle ultime settimane per la raccolta delle fragole.

Più in generale, l'attenzione investigativa è puntata sul fenomeno del caporalato nella zona. Si scava per capire se i braccianti venissero indirizzati ai campi da soggetti terzi che ne "gestivano" l'impiego o se i contatti con i datori di lavoro fossero diretti.

Il ruolo dei due indagati: caporali o sfruttatori?

Resta ancora da chiarire l'esatto ruolo ricoperto da Safeer Ahmed e Ali Raza. Gli investigatori stanno cercando di capire se i due trentunenni fossero dei veri e propri caporali – e per conto di chi operassero – o se fossero anch'essi braccianti che, forti di una permanenza più lunga in Italia e della disponibilità del furgone, sfruttavano i propri connazionali e i colleghi afghani privi di mezzi di trasporto, facendosi pagare i viaggi per raggiungere i campi.