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Lo scrittore e autore interviene sui social dopo gli attentati che hanno colpito l’imprenditore vibonese. “La mafia soffoca lavoro, impresa e futuro”

La denuncia sociale sul caso Ceravolo

Un lungo e duro intervento social che riaccende il dibattito sul rapporto tra imprese, mafia e tutela dello Stato nei confronti di chi decide di denunciare. A scriverlo è Francesco De Agazio, autore e scrittore, che ha commentato il caso dell’imprenditore Ceravolo, tornato al centro dell’attenzione dopo i numerosi attentati subiti negli anni successivi all’allontanamento da quella che De Agazio definisce una “pseudo protezione mafiosa”.

Nel post, l’autore parla di oltre trenta attentati e descrive il dramma vissuto da un imprenditore che, dopo aver scelto di denunciare, sarebbe stato progressivamente colpito sul piano economico, finanziario e sociale. Una riflessione che si allarga all’intero sistema produttivo del territorio e al peso esercitato dalle organizzazioni criminali sulla libertà economica.

“La mafia distrugge lavoro e sviluppo”

Secondo De Agazio, la mafia non colpisce soltanto le vittime dirette, ma finisce per compromettere occupazione, sviluppo e dignità sociale di intere comunità. Nel suo intervento richiama anche la vicenda degli allevamenti ittici danneggiati attraverso lo sversamento di olio esausto, episodio che avrebbe avuto conseguenze pesanti non soltanto sull’azienda coinvolta ma anche sui lavoratori e sul territorio.

L’autore definisce la mafia una forma di “terrorismo”, capace di esercitare controllo attraverso paura, pressione economica e assuefazione sociale senza bisogno di una guerra dichiarata. Da qui la domanda provocatoria lanciata nel post: se chi denuncia perde tutto, quanti imprenditori continuano invece a pagare per poter lavorare?

Un interrogativo che, secondo De Agazio, mette in evidenza il clima di paura e fragilità che ancora condiziona molte realtà imprenditoriali del territorio calabrese.

Il tema della tutela per chi denuncia

Nel suo intervento, Francesco De Agazio punta il dito anche contro quello che definisce il “paradosso” dello Stato: riconoscere l’esistenza delle cosche e delle loro responsabilità senza però garantire una reale protezione economica e sociale a chi decide di ribellarsi.

Secondo l’autore, il contrasto alla mafia non può limitarsi alle aule giudiziarie ma deve prevedere strumenti concreti per consentire alle vittime di continuare a vivere e lavorare nello stesso territorio senza essere trascinate verso la povertà o l’isolamento sociale.

Nel post viene inoltre ricordato il valore produttivo e scientifico delle attività legate agli allevamenti ittici coinvolti nella vicenda, considerate un’importante realtà occupazionale e un centro di ricerca sviluppato insieme alle università calabresi per la riproduzione del tonno in cattività e la commercializzazione di prodotti a basso contenuto di metilmercurio.