Slot truccate a Cosenza, la talpa delle Dogane avvisava dei controlli e consegnava le schede sequestrate agli indagati
Due indagati ai domiciliari, sei sottoposti a misure non custodiali e sette esclusi per un anno dall'attività di gioco. Un funzionario pubblico avrebbe incassato denaro per anticipare le ispezioni e consegnare a un imprenditore e a un tecnico persino

C'era chi truccava le slot machine, chi incassava i soldi delle giocate nascoste al fisco e chi, invece di controllare, avrebbe fatto in modo che i controlli non trovassero nulla. Una vera e propria talpa all'interno dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Cosenza, pronta ad avvertire gli imprenditori ogni volta che gli ispettori stavano per arrivare. È uno degli aspetti più inquietanti dell'inchiesta della Procura di Cosenza che questa mattina ha portato all'esecuzione di 15 misure cautelari.
Il provvedimento, eseguito dai carabinieri del Comando provinciale di Cosenza con il personale dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dispone gli arresti domiciliari per due persone, misure non custodiali per altre sei e il divieto di esercitare attività nel settore del gioco per un anno nei confronti di sette indagati. Le contestazioni, formulate a vario titolo, spaziano dall'associazione per delinquere alla corruzione, dalla rivelazione di segreti d'ufficio alla truffa aggravata ai danni dello Stato, fino al favoreggiamento.
Tra i nomi emersi nell'inchiesta figura anche quello di Gianni Spadafora. Dopo un provvedimento di sequestro disposto dal gip Giusy Ferrucci, Spadafora avrebbe ammesso le proprie responsabilità, fornendo agli investigatori indicazioni su altri soggetti coinvolti nel presunto sistema delle slot manomesse. Dichiarazioni che avrebbero contribuito ad ampliare il quadro investigativo e a ricostruire i rapporti tra le persone finite sotto indagine.
La presunta talpa nell'Agenzia delle Dogane e i controlli anticipati
Ma il particolare che distingue questa vicenda dalle tante operazioni contro il gioco illegale è proprio il ruolo attribuito a chi avrebbe dovuto garantire il rispetto delle regole. Secondo l'accusa, un funzionario dell'Agenzia delle Dogane di Cosenza avrebbe stretto un accordo con un imprenditore del settore. In cambio di pagamenti periodici, avrebbe fornito informazioni riservate sulle verifiche in programma, indicando quando e dove sarebbero arrivati gli ispettori.
Un vantaggio enorme per chi gestiva le macchinette manomesse. Bastava conoscere in anticipo il giorno del controllo per eliminare temporaneamente i dispositivi illegali e presentare apparecchi apparentemente in regola. Gli ispettori arrivavano, ma qualcuno aveva già provveduto a far sparire ciò che non dovevano trovare.
E non sarebbe finita qui. Il funzionario avrebbe anche prelevato dai depositi dell'Agenzia cartoni sigillati contenenti schede elettroniche sequestrate durante precedenti controlli. Materiale che avrebbe dovuto restare sotto custodia pubblica e che, invece, sarebbe stato consegnato all'imprenditore e a un tecnico. Le schede sarebbero state ripulite dei dati, con i contatori azzerati, per essere nuovamente utilizzate.
In sostanza, secondo la ricostruzione investigativa, non soltanto gli indagati sarebbero stati avvertiti delle ispezioni, ma avrebbero avuto persino la possibilità di recuperare componenti già finite nelle mani dello Stato.
Il sistema delle doppie schede elettroniche e i sequestri milionari
Il sistema economico che alimentava questi presunti accordi ruotava attorno a slot machine dotate di una doppia elettronica. Una scheda regolare registrava le giocate sulla rete ufficiale, mentre un'altra, clandestina, consentiva di incassare denaro senza comunicarlo all'Erario. Telecomandi, interruttori nascosti e collegamenti modificati permettevano di passare da un circuito all'altro, mentre altri accorgimenti servivano a impedire che le macchinette segnalassero anomalie o si bloccassero.
Le prime verifiche erano partite proprio dai dati delle giocate. Gli uffici centrali dell'Agenzia delle Dogane avevano individuato volumi anomali negli apparecchi installati in diversi locali della provincia. Da lì erano scattati gli accertamenti che avevano portato al sequestro di 145 slot machine e di circa 80mila euro contenuti al loro interno.
L'inchiesta si è poi allargata attraverso l'esame di telefoni cellulari, computer, tablet e documentazione contabile. Messaggi, dati recuperati dai dispositivi e annotazioni avrebbero permesso agli investigatori di ricostruire i rapporti tra imprenditori, tecnici e altri soggetti coinvolti, individuando le modalità di distribuzione degli incassi sottratti alla tassazione.
Sul versante patrimoniale, il procedimento si inserisce in un quadro investigativo che aveva già registrato, il 6 novembre 2025, un sequestro preventivo superiore a 12 milioni di euro nei confronti di un operatore del settore, per un'ipotesi di peculato collegata al mancato versamento del prelievo erariale.
L'operazione di oggi aggiunge dunque un elemento particolarmente grave al quadro accusatorio: il sospetto che il sistema delle slot illegali potesse contare anche sulla collaborazione di un dipendente dell'amministrazione incaricata di contrastarlo. Non più soltanto macchinette alterate e denaro sottratto al fisco, ma informazioni riservate vendute, controlli anticipati e materiale sequestrato che sarebbe tornato nella disponibilità degli stessi soggetti sottoposti alle verifiche.
Un meccanismo nel quale, se le accuse saranno confermate, a essere truccate non erano soltanto le slot machine. Erano truccati anche i controlli.
Le responsabilità dei singoli indagati restano da accertare nelle successive fasi del procedimento.