Rosamarina
Rosamarina

Negli ultimi giorni, abbiamo scritto più volte di etichette alimentari, di trasparenza, di filiere che si fermano molto prima di arrivare agli occhi del consumatore. La reazione dei lettori è stata netta: molti ci hanno ringraziato, spiegando che quei pezzi avevano “aperto gli occhi” su un tema quotidiano, apparentemente banale, ma in realtà decisivo. Cosa c’è scritto – e soprattutto cosa non c’è scritto – sull’etichetta di ciò che mangiamo.

Da qui è nata l’idea di fare un passo in più, scendere dai ragionamenti generali e misurare la distanza tra ciò che la legge prevede e ciò che troviamo davvero nei banchi dei supermercati. Lo abbiamo fatto partendo da un simbolo potentissimo della tradizione alimentare calabrese: la rosamarina, la “neonata”, il novellame bianco di pesce azzurro messo sott’olio con peperoncino, considerato per decenni una leccornia identitaria e oggi, va ricordato, vietato dalla normativa sulla pesca del novellame.

Proprio questa distanza tra memoria e realtà, tra ciò che associamo a un nome e ciò che compriamo davvero, è diventata il centro della nostra inchiesta sulle etichette.

La rosamarina di oggi non è quella di ieri

La rosamarina, nella percezione di molti calabresi, è ancora quella di una volta: pesciolini bianchi, novellame di sarda o di altri pesci azzurri, pescati in mare, lavorati in casa o in piccoli laboratori, con il fuoco del peperoncino a fare da marchio di fabbrica.

La realtà normativa, però, è un’altra. La pesca del novellame di specie come sarda e acciuga è vietata da anni per ragioni ambientali e di tutela degli stock ittici: prelevare i pesci allo stadio di “neonata” significa colpire il futuro della specie e alterare gli equilibri dell’ecosistema marino. Le cronache degli ultimi anni, non solo in Calabria, hanno raccontato più volte il fenomeno dei sequestri, del commercio illegale, dei “pirati del bianchetto” che continuano a puntare sul fascino di un prodotto tradizionale trasformato in business illecito. 

Questo significa una cosa molto semplice: se oggi chiediamo “rosamarina” al banco di un supermercato, non possiamo in alcun modo dare per scontato che quello che ci viene servito sia ciò che la nostra memoria associa a quel nome. Anzi, nella maggior parte dei casi è lecito pensare che si tratti di altre specie, di altri prodotti, di altre filiere. Tutto legittimo, se dichiarato. Il problema nasce quando non lo è.

Il test nei supermercati la richiesta di rosamarina e le etichette mute

Per capire quanto le etichette dei prodotti ittici raccontino la verità, siamo andati in alcuni supermercati del territorio. Ci siamo presentati al banco dei freschi e abbiamo chiesto, come farebbe qualsiasi cliente, “cento grammi di rosamarina”.

La risposta è stata immediata: il commesso ha indicato una vaschetta, ha preso il mestolo, ha pesato il prodotto, ha riempito la confezione. Nessun problema, nessuna obiezione sul nome. Per lui, per il banco, quello era “rosamarina”. Il problema è iniziato quando abbiamo guardato le etichette.

La prima, esposta al banco, indicava semplicemente “pesciolini Pe” a 19,99 euro al chilo. Nessuna denominazione commerciale chiara, nessuna specie indicata in modo riconoscibile, nessun riferimento alla zona di pesca, al metodo di cattura, a eventuali ingredienti aggiunti oltre a olio e peperoncino. Un codice, un prezzo, il resto affidato alla fantasia del cliente.

La seconda etichetta, quella applicata alla vaschetta che avevamo chiesto di portare a casa, riportava “pesciolini pepati (pesce)”. Anche qui, zero informazioni su origine, zona di cattura, specie utilizzata, metodo di pesca o di produzione. Due parole generiche e una parentesi.

Da un punto di vista emotivo, la scena è chiara: il consumatore pensa di aver comprato “rosamarina”, cioè un prodotto con una fortissima connotazione simbolica, storica e territoriale. Da un punto di vista formale, invece, ha acquistato una generica preparazione a base di “pesciolini pepati”, senza sapere quali, da dove, come.

Cosa dice la legge sulle etichette dei prodotti ittici

La normativa europea e nazionale sull’etichettatura dei prodotti ittici è chiara, almeno sulla carta. Per il pesce fresco e per i prodotti della pesca venduti al dettaglio, la legge richiede che siano indicati almeno la denominazione commerciale della specie, la denominazione scientifica, il metodo di produzione (pescato, pescato in acque dolci o allevato), la zona di cattura o il paese di allevamento, lo stato fisico (fresco, congelato, decongelato) e, per alcune categorie, anche la tipologia di attrezzi da pesca utilizzati. 

Controllo Pesca

È vero che per le preparazioni e per alcuni prodotti composti le regole cambiano e possono essere meno dettagliate, ma lo spirito della legge resta lo stesso: permettere al consumatore di sapere che cosa sta comprando.

Nel caso che abbiamo riscontrato, però, le informazioni si fermano molto prima. “Pesciolini Pe” e “pesciolini pepati (pesce)” non sono descrizioni che consentano una scelta consapevole. Non si tratta di cavilli da addetti ai lavori, ma di diritti minimi di chi mette quel prodotto nel proprio piatto.

Non stiamo dicendo che quel banco venda novellame illegale o rosamarina contraffatta. Stiamo dicendo che, così come sono scritte, quelle etichette non permettono di escluderlo, né di capirne la natura. E in un territorio dove la pesca del novellame è vietata da anni, questo buco informativo è più grave che altrove.

Dal banco del pesce al banco dei formaggi il filo rosso delle etichette

La stessa logica l’abbiamo ritrovata, in altri reparti, davanti a provole, caciocavalli, formaggi filanti, prodotti che spesso vengono percepiti come “calabresi” per il solo fatto di essere lavorati in regione o venduti in un punto vendita locale.

Qui l’etichetta è un po’ più generosa: compaiono denominazione, ingredienti, stabilimento di produzione e, nel caso dei formaggi a base di latte vaccino, la dicitura “origine del latte: UE” o “UE e non UE”, come previsto dalle norme sull’origine della materia prima nei prodotti lattiero–caseari. 

Anche in questo caso, nulla di illegale. Anzi, è la legge stessa a consentire formulazioni così ampie. Ma la domanda resta: quanto è calabrese un formaggio realizzato con latte che può arrivare da qualsiasi Paese membro dell’Unione europea, magari miscelato, standardizzato, trasportato per centinaia di chilometri?

Nessuno mette in discussione che il latte europeo possa essere sicuro o di qualità. Il punto non è questo. Il punto è capire se il consumatore, quando legge “provola calabrese” o vede un caciocavallo esposto nel reparto di un supermercato della regione, è messo nelle condizioni di sapere che il latte non è necessariamente calabrese, né italiano.

Consumare italiano, consumare calabrese finché possiamo

La riflessione a questo punto si fa più ampia. In un contesto di mercato aperto, di scambi continui e legittimi tra Stati, è normale che le materie prime si muovano, che il latte attraversi confini, che il pesce arrivi da altri mari. Sarebbe ingenuo pensare il contrario. Ma una cosa è riconoscere questa realtà, un’altra è rinunciare a pretendere chiarezza.

Consumare italiano, consumare calabrese, finché abbiamo la possibilità di farlo, non significa chiudere le frontiere del piatto. Significa semplicemente scegliere, quando possibile, filiere che conosciamo meglio, prodotti che possiamo rintracciare, casari e pescatori che hanno un nome e un cognome, non solo un codice a barre.

Nel caso della rosamarina, il paradosso è ancora più forte: una tradizione antica, oggi illegale nella sua forma originaria per ragioni ambientali, rischia di sopravvivere solo come etichetta sentimentale attaccata a prodotti che con quella storia hanno poco a che fare. Se la chiamiamo ancora “rosamarina” ma non sappiamo cosa c’è dentro, stiamo tradendo sia la legge sia la memoria.

Nel caso dei formaggi, il rischio è di abituarci a considerare “locale” tutto ciò che è semplicemente “lavorato qui”, dimenticando che l’origine del latte è un pezzo fondamentale di quella storia.

Aprire gli occhi, tutti i giorni

Quando alcuni lettori ci hanno scritto “grazie, ci avete fatto aprire gli occhi”, la tentazione sarebbe quella di accontentarsi. Ma l’inchiesta giornalistica serve proprio a evitare questo. Gli occhi, una volta aperti, vanno tenuti vigili.

Le etichette alimentari non sono un dettaglio tecnico. Sono il punto di contatto tra una filiera spesso lunghissima e la scelta quotidiana di ciascuno di noi. Se su una vaschetta di “pesciolini pepati” non siamo in grado di leggere almeno tre informazioni basilari – che cosa sono, da dove vengono, come sono stati pescati o prodotti – non possiamo parlare di libertà di scelta. Allo stesso modo, se su una provola definita calabrese scopriamo che l’origine del latte è semplicemente “UE”, abbiamo il diritto di chiederci che cosa stiamo sostenendo davvero con i nostri soldi.

Non si tratta di creare allarmismi o caccie alle streghe. Si tratta di fare quello che il giornalismo dovrebbe fare sempre: misurare la distanza tra le regole scritte e la realtà, tra ciò che la legge garantisce in teoria e ciò che il consumatore trova in pratica.

Per noi, la soluzione resta la stessa che abbiamo indicato fin dall’inizio di questo percorso: quando possiamo, scegliamo un buon formaggio calabrese vero, in tutte le sue forme, scegliamo il pesce dichiarato e tracciabile, chiediamo di più alle etichette. Non per sfiducia, ma per rispetto verso chi produce correttamente e verso noi stessi.

Il resto, se passa sotto silenzio, rischia di trasformare il banco frigo in una zona grigia dove la nostalgia per la rosamarina e le rassicurazioni sul latte “UE” diventano solo slogan. E su quello, davvero, non possiamo più permetterci di chiudere gli occhi.