Una parola sola, “incolti”, e scatta subito l’immagine più facile. Campi abbandonati, colline che si chiudono, terra che non produce più. È una fotografia reale in alcune aree interne, ma è incompleta. Perché dentro la parola “incolto” in Calabria convivono tre cose diverse: terreni davvero abbandonati da anni, superfici lasciate a riposo per scelta economica, e appezzamenti che non entrano nel mercato perché frammentati, ereditati, senza accesso o senza titoli chiari.

Nel 2026, però, c’è un cambio di prospettiva che vale la pena raccontare in chiave positiva. Quella terra non è solo un problema. È anche un potenziale enorme, perché oggi esistono strumenti pubblici e politiche agricole che, più di prima, spingono sul recupero produttivo, sull’aggregazione, sull’ammodernamento e sul ricambio generazionale. Il punto è capire quanti ettari parliamo e dove si nascondono davvero.

Che cosa significa davvero terreno incolto nelle statistiche ufficiali

Quando si parla di ettari “incolti” bisogna fare attenzione ai termini, perché i dati pubblici non usano sempre la parola “incolto” come la intendiamo nel linguaggio comune.

Nei dati del Censimento dell’agricoltura la categoria più vicina è la superficie agricola non utilizzata, cioè terreni dentro il perimetro aziendale che in quell’annata non sono stati impiegati a scopi agricoli per motivi economici, sociali, organizzativi o logistici. Questa è la base più solida per ragionare.

Poi c’è un’altra categoria “pratica”, che emerge dalle mappature comunali e dai progetti di recupero: terreni abbandonati o sottoutilizzati, spesso di proprietà pubblica o comunque intercettati dai Comuni in chiave di riuso agricolo. Qui non si parla di una statistica unica regionale, ma di censimenti locali.

Infine c’è un terzo livello, decisivo ma invisibile nelle tabelle: terreni che potrebbero rientrare in circolazione, cioè superfici oggi ferme per frammentazione, età dei proprietari, mancanza di chi li conduca, o scarsa convenienza. Sono ettari non “registrati” come incolti in senso stretto, ma di fatto bloccati.

La Calabria e la sua superficie agricola il dato che non si può ignorare

Prima del “quanto incolto”, serve il “quanto agricolo”. La Calabria, secondo le elaborazioni sul Censimento dell’agricoltura 2020, ha una Superficie Agricola Utilizzata attorno a 543 mila ettari. È un dato importante perché racconta un fatto spesso trascurato: nonostante il calo del numero di aziende agricole negli anni, la superficie agricola utilizzata si è ridotta di poco rispetto al 2010. Tradotto. La terra è rimasta, e in molti casi è stata riorganizzata, concentrata, ristrutturata.

Questa stabilità relativa della SAU è già un segnale positivo. Significa che, in mezzo a crisi di redditività, costi energetici e fragilità delle aree interne, il sistema agricolo calabrese ha tenuto più di quanto si pensi.

Quanti ettari sono incolti: il numero certo e il numero che manca

Qui arriva il punto delicato. La domanda “quanti ettari agricoli sono incolti in Calabria” può avere una risposta secca solo se si usa una definizione unica e una base dati unica.

Il riferimento più robusto è la superficie agricola non utilizzata nei dati censuari, ma in questa sede non posso riportare un valore puntuale regionale perché il file tabellare ufficiale non è consultabile in modo completo dentro questa conversazione. Quello che posso fare, però, è evitare l’errore più comune e darti un’informazione utile e verificabile, senza sparare numeri a caso.

C’è un dato certo che aiuta a capire l’ordine di grandezza su una filiera chiave. In un atto regionale del 2025, basato su elaborazioni CREA su dati ISTAT del Censimento, viene quantificata una superficie agricola non utilizzata potenzialmente utilizzabile per nuovi oliveti pari a 11.805 ettari. È un sottoinsieme, non il totale degli incolti calabresi, ma è enorme perché riguarda una coltura identitaria e perché indica dove la Regione vede spazio reale di recupero produttivo senza stravolgere altri ordinamenti colturali.

In parallelo, sul lato “mappature locali”, il progetto SIBaTer promosso da ANCI ha censito, nei Comuni calabresi aderenti, oltre 600 ettari di terreni incolti e abbandonati emersi dai primi percorsi di ricognizione. Anche questo non è “tutta la Calabria”, ma dimostra che una parte della superficie improduttiva viene intercettata quando i Comuni si attrezzano con strumenti e competenze.

Infine, c’è un terzo dato che fotografa il potenziale. Un rapporto recente CREA sul mercato fondiario evidenzia che in Calabria potrebbero entrare in circolazione circa 100 mila ettari di terreni agricoli, spinti da fattori strutturali come parcellizzazione e ricambio generazionale. Anche qui, non stiamo dicendo “100 mila ettari sono incolti”. Stiamo dicendo che il mercato potrebbe liberare, nel tempo, superfici oggi ferme o sottoutilizzate.

Messi insieme, questi tre livelli raccontano una cosa chiara. Gli ettari recuperabili non sono una leggenda. Esistono, sono misurabili per pezzi, e oggi c’è una cornice politica che prova a trasformarli in opportunità.

Dove si concentrano gli incolti e perché non è solo una questione di aree interne

La narrazione più facile dice che gli incolti stanno solo in montagna. Non è sempre così. In Calabria la frammentazione fondiaria e la micro-proprietà fanno sì che anche in collina e in aree periurbane esistano appezzamenti “di fatto inattivi”, piccoli, spezzettati, che non entrano in produzione per una somma di ostacoli minuti.

C’è poi un tema tipicamente calabrese: accessibilità e infrastrutture rurali. Un terreno può essere agronomicamente valido, ma se è difficile da raggiungere, se non ha acqua o se ha problemi di regimazione idraulica, il costo di rimetterlo in produzione diventa il vero muro.

Per questo, quando si parla di recupero degli incolti, la politica agricola non deve fare solo bandi “per comprare trattori”. Deve intervenire su infrastrutture, logistica, consorzi, manutenzione del territorio. Ed è esattamente qui che negli ultimi anni si è visto un lavoro più robusto e più strutturato.

Perché oggi c’è una chiave positiva e cosa sta facendo la politica agricola in Calabria

Il cambio di passo, nel 2026, sta in tre parole. Programmazione, strumenti, accompagnamento.

La programmazione. La Calabria ha una cornice di intervento che passa dal Complemento regionale allo sviluppo rurale della PAC 2023–2027, con misure orientate a investimenti, innovazione, infrastrutture e competitività. Questi strumenti non risolvono “da soli” l’abbandono, ma creano condizioni più favorevoli per rientrare in produzione.

Gli strumenti. Dal supporto agli investimenti aziendali alle azioni su trasformazione e commercializzazione, fino agli interventi per infrastrutture rurali, la strategia di fondo è chiara: se vuoi che un terreno torni produttivo, devi rendere sostenibile il primo anno e credibile il piano industriale dei primi tre.

L’accompagnamento. Senza competenze e senza assistenza tecnica, l’incolto resta incolto. Qui entrano in gioco il ruolo degli enti regionali, dei servizi di consulenza, delle organizzazioni agricole e della rete dei Comuni che, quando lavorano insieme, riescono davvero a “mettere in mano” i terreni a chi vuole coltivarli.

Raccontarla così non è propaganda. È realismo: se oggi in Calabria si parla di recupero produttivo non è perché è diventato facile. È perché esiste una macchina pubblica che, con tutti i limiti, sta provando a mettere ordine e a spostare risorse su obiettivi concreti.

Incolti come risorsa: tre filiere che possono assorbire più superficie

L’olivicoltura è la prima, per identità e per numeri. Quel dato degli 11.805 ettari potenzialmente utilizzabili dice che, dove l’olivo è già vocato, recuperare superfici può essere una scelta coerente e non una scommessa.

La seconda filiera è quella delle colture estensive di qualità in aree adatte e meccanizzabili, dove il tema non è “cosa coltivo”, ma “come vendo” e “come trasformo”.

La terza è la filiera del foraggio e dei pascoli gestiti, legata anche alla zootecnia e alla manutenzione del territorio. Qui l’incolto non è solo mancata produzione. È spesso rischio idrogeologico, incendi, perdita di presidio.

Il punto comune è uno. Se il terreno torna in produzione, non stai solo facendo economia. Stai facendo tutela del territorio.

Che cosa manca ancora per trasformare il potenziale in ettari coltivati

Manca soprattutto la “connessione”. Connessione tra terreni piccoli e imprese che potrebbero prenderli in gestione. Connessione tra proprietari e strumenti contrattuali semplici. Connessione tra bandi e tempi reali delle aziende. Connessione, infine, tra recupero degli incolti e opere di servizio come strade rurali, invasi, reti idriche, opere minori di difesa del suolo.

Qui la politica agricola sta facendo molto, ma la vera accelerazione, nel 2026, passa da un concetto operativo: fare massa critica. Aggregazione tra aziende, cooperazione sulla trasformazione, e soprattutto strumenti locali che facilitino la disponibilità dei terreni.

Non serve raccontare che “basta volerlo”. Non è vero. Serve ridurre l’attrito.

Che cosa si intende per terreno incolto nei dati ufficiali

Nei dati del Censimento si usa la categoria superficie agricola non utilizzata, cioè terreni aziendali non impiegati nell’annata per motivi economici, sociali o organizzativi.

Quanti ettari incolti ci sono in Calabria nel 2026? Esistono dati certi su sottoinsiemi e progetti. Un atto regionale del 2025 quantifica 11.805 ettari potenzialmente utilizzabili per nuovi oliveti. Progetti di mappatura comunale hanno censito centinaia di ettari in specifici territori. Il potenziale di superfici che potrebbero rientrare in circolazione è molto più ampio, ma non coincide automaticamente con “incolto”.

Dove sono concentrati i terreni inattivi? Sia nelle aree interne sia in collina e in zone frammentate vicino ai centri abitati, spesso per parcellizzazione e problemi di accesso.

Perché un terreno resta fermo anche se potrebbe produrre? Per frammentazione della proprietà, assenza di ricambio generazionale, costi di avvio, mancanza di acqua o accessi, scarsa convenienza economica senza filiera di vendita.

Che cosa sta facendo la politica agricola per recuperare superfici

Attraverso programmazione PAC 2023–2027 e strumenti regionali che sostengono investimenti, infrastrutture rurali, trasformazione e innovazione, oltre a iniziative locali di mappatura e riuso dei terreni.

È vero che recuperare incolti aiuta contro incendi e dissesto? Sì. Terreni curati e gestiti riducono vegetazione incontrollata, migliorano manutenzione e presidio del territorio, e possono contribuire alla prevenzione del rischio.

La domanda sugli ettari incolti in Calabria nel 2026 non è solo una domanda agricola. È una domanda economica, sociale e ambientale.

I numeri “certi” esistono, ma vanno letti con metodo e senza confondere categorie diverse. E soprattutto, oggi, la parte più interessante non è contare gli incolti per indignarsi. È capire quanti ettari possono tornare a vivere e con quali strumenti, perché la Calabria ha una risorsa che molti territori hanno perso: una base agricola ampia, una vocazione forte e una programmazione pubblica che, negli ultimi anni, ha spinto più del passato sul rafforzamento del settore.