Il paradosso dei latticini calabresi con latte UE
Latte “UE” sugli scaffali, identità calabrese in etichetta: mentre l’Italia importa oltre 1,6 milioni di tonnellate di latte dall’estero, la filiera locale perde valore, qualità e credibilità
C’è una scena che si ripete sempre più spesso. Scaffale, confezione con richiami territoriali, nome che strizza l’occhio alla Calabria, magari alla Sila o al Pollino. Il consumatore pensa di portare a casa un prodotto figlio di pascoli, stalle e tradizioni locali. Poi, in piccolo, compare una formula elastica quanto basta per non dire davvero da dove arriva il latte. Origine UE. Oppure indicazioni che parlano di lavorazione e confezionamento, ma non della sostanza. E il punto è proprio questo, la sostanza.
La zona grigia dell’origine
In Italia l’indicazione dell’origine della materia prima per latte e lattiero caseari è stata prorogata fino al 31 dicembre 2026, ma la chiarezza non coincide automaticamente con la trasparenza. Dire UE non è dire quale Paese, non è dire quale filiera, non è dire quale standard reale. È un’informazione legale, ma spesso insufficiente per chi compra pensando di sostenere un territorio.
Il conto lo paga la filiera calabrese
Quando si preferisce latte importato per risparmiare e alzare i margini, si schiaccia verso il basso il valore del latte locale. E in una regione che avrebbe tutto l’interesse a fare squadra, la scelta di scorciatoie industriali diventa un boomerang. Meno reddito agli allevatori, meno incentivi a investire in qualità, meno giovani nelle aziende, meno tenuta dei territori interni. Il risparmio di oggi si trasforma nel deserto di domani.
I numeri che spiegano la tentazione
La dipendenza dalle forniture estere non è un’impressione. Nel 2023 l’Italia ha importato complessivamente oltre 1,6 milioni di tonnellate tra latte, yogurt, crema di latte e burro, quasi interamente dall’Unione europea. È una massa enorme di materia prima che alimenta anche trasformazioni in Italia e quindi, inevitabilmente, finisce dentro prodotti che al consumatore possono apparire più italiani di quanto siano davvero.
Una Calabria che potrebbe fare filiera e invece si divide
Il punto non è demonizzare l’import, che in un mercato aperto esiste e continuerà a esistere. Il punto è scegliere che idea di Calabria vogliamo vendere. Se il racconto è identità, territorio, autenticità, allora serve coerenza. Le aziende casearie calabresi avrebbero l’occasione di fare sinergia con gli allevatori, con chi produce foraggi, con i trasformatori, con la logistica, con la distribuzione locale, con la ristorazione e con il turismo. Una filiera vera, tracciabile, che dica chiaramente latte calabrese quando è latte calabrese. E che paghi il giusto a chi lo produce.
Trasparenza o marketing
Alla fine la domanda è semplice. Vogliamo un’etichetta che sia un atto di rispetto verso chi compra e verso chi produce, oppure un esercizio di comunicazione che gioca sul non detto. La Calabria non ha bisogno di latticini che sembrano calabresi. Ha bisogno di latticini che lo siano davvero, e di un patto di filiera che smetta di considerare il territorio un’immagine da stampare e inizi a trattarlo come una responsabilità.