Sergio Cosmai
Sergio Cosmai

Sergio Cosmai nacque a Bisceglie il 10 gennaio 1949. Dopo la laurea in Giurisprudenza all’Università di Bari, entrò nell’amministrazione penitenziaria nel 1977 come vicedirettore della casa circondariale di Trani. Nel corso della sua carriera lavorò anche negli istituti di Lecce, Palermo, Locri e Crotone, prima di assumere, nel settembre del 1982, la direzione del carcere di Cosenza. Aveva soltanto 33 anni quando arrivò in una città segnata dalla sanguinosa guerra di ’ndrangheta tra i gruppi Pino-Sena e Perna-Pranno. Le logiche criminali non si fermavano davanti alle mura dell’istituto: i boss detenuti pretendevano privilegi e cercavano di mantenere il controllo sugli altri reclusi. Cosmai intervenne con fermezza, ristabilendo disciplina, intensificando i controlli e contrastando le posizioni di favore conquistate dagli esponenti delle cosche. La motivazione della Medaglia d’oro al merito civile, conferitagli alla memoria, ricorda proprio la sua azione diretta a riaffermare la legalità all’interno del penitenziario, nonostante fosse consapevole dei rischi personali.

Lo scontro con il boss e l’agguato del 12 marzo 1985

Il momento decisivo maturò dopo una protesta dei detenuti nel giugno del 1984. Cosmai propose di incontrare una loro rappresentanza, ma Francesco “Franco” Perna, capo dell’omonima cosca e figura centrale della criminalità cosentina, pretese che fosse il direttore a presentarsi davanti a lui. Cosmai rifiutò, ribadendo simbolicamente e concretamente che dentro il carcere l’autorità apparteneva allo Stato. Quella scelta fu interpretata dal boss come un affronto da punire. Il 12 marzo 1985, mentre stava andando a prendere la figlia Rossella alla scuola materna, Cosmai venne raggiunto da un commando di quattro killer. La sua automobile fu affiancata e investita da numerosi colpi d’arma da fuoco. Gravemente ferito, il direttore morì il giorno successivo. Aveva 36 anni e sua moglie Tiziana era in attesa del loro secondo figlio, che sarebbe nato poche settimane dopo. L’omicidio fu una risposta della ’ndrangheta alla decisione di un funzionario pubblico di spezzare il sistema di privilegi e subordinazione che i clan volevano imporre anche dietro le sbarre.

Il mandante condannato e una memoria diventata patrimonio civile

La vicenda giudiziaria fu lunga e complessa. Alcuni presunti esecutori materiali vennero inizialmente condannati, ma furono poi assolti in appello dopo il venir meno di una testimonianza. Anni più tardi, le dichiarazioni di due componenti del commando, diventati collaboratori di giustizia, consentirono di ricostruire il livello decisionale del delitto e di indicare in Francesco Perna il mandante dell’omicidio. Il 24 marzo 2014 la Corte di Cassazione confermò definitivamente la condanna all’ergastolo del boss. Sergio Cosmai fu dunque ucciso dalla ’ndrangheta cosentina, attraverso un commando armato che agì su ordine del capo della cosca Perna. Il suo nome è stato assegnato alla casa circondariale di Cosenza e alla strada nella quale avvenne l’agguato. Nel 2016 gli è stata conferita alla memoria la Medaglia d’oro al merito civile: il riconoscimento a un servitore dello Stato che, senza arretrare davanti alle minacce, difese fino all’estremo sacrificio il valore delle regole e la dignità dell’istituzione penitenziaria.