«Dietro la maschera dell’uomo perbene si nascondeva una personalità narcisista». Il caso di Federica Torzullo e l’analisi della psicoterapeuta Sancineto
Il marito, Claudio Carlomagno, è sorvegliato a vista e accusato di omicidio volontario aggravato. Nell’intervista la criminologa ricostruisce i segnali nascosti, le contraddizioni emerse durante le indagini e il valore di una richiesta di custodia es
Il femminicidio di Federica Torzullo, originaria di Saracena e trovata morta e sotterrata ad Anguillara Sabazia, continua ad aprire interrogativi dolorosi su ciò che spesso resta invisibile nelle dinamiche familiari. Il coniuge, Claudio Carlomagno, è attualmente sorvegliato a vista ed è accusato di omicidio volontario aggravato. Un caso che, secondo la psicoterapeuta, psicologa e criminologa Adele Sancineto, rappresenta in modo emblematico il funzionamento della violenza agita da personalità narcisistiche capaci di mimetizzarsi nel contesto sociale.
«Il narcisista indossa una maschera sociale molto credibile»
Nel corso dell’intervista, Sancineto sottolinea come durante le indagini l’uomo abbia fornito versioni più volte contraddittorie. «Le incongruenze, le bugie e i cambi di racconto sono elementi tipici di una personalità narcisistica maligna», spiega. «Parliamo di soggetti che non solo mentono, ma manipolano la realtà per mantenere il controllo e proteggere la propria immagine». Un comportamento che, secondo la criminologa, rafforza l’ipotesi di una patologia profonda, fatta di doppiezza e bisogno di dominio.
All’esterno, infatti, Claudio Carlomagno non destava sospetti. «Il narcisista indossa una maschera sociale molto credibile», osserva Sancineto. «Viene descritto come un professionista, una persona perbene, silenziosa, apparentemente equilibrata». Una maschera che aveva convinto anche la famiglia e il padre, incapaci di cogliere ciò che avveniva nella sfera privata. «È proprio questa distanza tra ciò che appare e ciò che accade in casa a rendere queste storie ancora più drammatiche», aggiunge.
Un segnale importante, secondo la psicoterapeuta, era rappresentato dalla scelta di Federica di chiedere la custodia esclusiva del figlio. «Quando una donna arriva a chiedere l’affidamento esclusivo, spesso significa che esistono criticità serie, che non sempre riescono a emergere all’esterno», spiega. «Le mura domestiche diventano il luogo in cui la violenza, il controllo e la svalutazione restano nascosti, mentre fuori tutto sembra normale». Una normalità apparente che, nel caso di Federica, ha finito per isolare ulteriormente la vittima.
Federica, una donna che voleva indietro la sua libertà
Sancineto restituisce anche il ritratto umano di Federica Torzullo, descritta come una donna solare, legata alle tradizioni e al paese d’origine del padre, Saracena, a cui era profondamente affezionata. Dopo il divorzio aveva deciso di riprendersi la propria libertà. «La libertà di una donna è intollerabile per l’uomo violento», afferma la criminologa. «Il narcisista vive l’autonomia dell’altro come una perdita di potere, e quando perde il controllo può arrivare all’estremo».
Questa dinamica, sottolinea Sancineto, si inserisce in un contesto sociale che spesso non aiuta. Nei piccoli centri la comunità può essere fortemente giudicante, e questo spinge molte donne a tacere. «C’è ancora paura di denunciare, vergogna, il timore di essere additate come quelle che distruggono la famiglia», spiega. «Ma il silenzio è il terreno su cui cresce la violenza».
L'importanza della prevenzione
Da qui l’importanza della prevenzione, un ambito in cui la stessa Sancineto è impegnata in prima linea. Attraverso il suo lavoro presso la Neuropsichiatria Infantile di Castrovillari e nella psicologia scolastica, all’interno del progetto promosso dalla Regione Calabria, porta avanti attività nelle scuole medie e superiori per affrontare violenza, bullismo e cyberbullismo. È in questo contesto che nasce anche la proposta della fiaccolata. «Rendere visibile il problema è fondamentale», afferma. «Nei paesi limitrofi i casi di violenza sono tanti, ma restano invisibili».
Il messaggio conclusivo della psicoterapeuta è diretto e carico di responsabilità collettiva. «Non siete sole», ribadisce. «Non bisogna avere paura di denunciare. Non c’è vergogna nel chiedere aiuto, anche quando la violenza arriva da un marito che all’esterno sembra irreprensibile». Un appello che, partendo dal caso di Federica Torzullo, chiama istituzioni, servizi e comunità calabresi a riconoscere i segnali nascosti e a spezzare, prima che sia troppo tardi, la catena del silenzio.